Matteo Renzi: biografia di un premier “ineletto”

Dal ‘Comitato per Prodi’ alla presidenza del Consiglio, ora si gioca tutto sulla Costituzione

farmacia di turno

Ineletto, pifferaio, rottamatore, bugiardo, mr Bean italiano,  paroliere, boy Scout, enfant prodige, massone,  giovane-vecchio, lobbysta. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli aggettivi con cui viene descritto e citato il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Molteplici perfino i siti che parlano di lui, e che tentano di svelare i retroscena di questo uomo, capace in breve tempo di una folgorante ascesa politica. Da sempre Renzi divide l’opinione politica e popolare, tra chi lo vede come un grande progressista, fautore di  una  nuova e sana politica, e chi invece lo addita a solito ex comunista e anche democristiano.

Figlio di Tiziano Renzi, democristiano d.o.c. , ex consigliere comunale e imprenditore navigato, ha di certo trovato la strada spianata nel territorio toscano. In molti si domandano se i suoi presunti rapporti con la Massoneria e con i poteri forti della finanza internazionale siano veri o solo pettegolezzi. Per i più maligni l’ascesa politica di Renzi sarebbe dovuta soprattutto alla sua affiliazione a qualche potente loggia massonica, definite come lobby del potere.

Ma l’ ‘ineletto’ (come viene da molti definito)  di strada in politica ne ha fatta  di certo da quanto era un semplice studente universitario della facoltà di Giurisprudenza, e prima ancora studente  del liceo “Dante” di Firenze.  Il suo primo impegno politico? La nascita dei “Comitati per Prodi”. Dopodichè diventa segretario provinciale del Ppi e coordinatore della Margherita fiorentina. Durante la sua corsa politica,  nel settembre del 1999,  sposa la studentessa di lettere e ora insegnante nei licei fiorentini: Agnese,  l’inseparabile  moglie.

Nel 2004 viene eletto presidente  della Provincia di Firenze, e nel 2009 sindaco. E sul ruolo di sindaco non si può dire che per Firenze, non abbia fatto davvero qualcosa di buono,  liberandola da quel carrozzone del vecchio Pci, diventato poi Pds, Ds e infine Pd, che aveva governato la città per oltre venti anni. Ma se il “ragazzo prodigio” ha fatto qualcosa per Firenze, la città ha fatto qualcosa per lui. Di sicuro è stata il suo “palcoscenico” per proporsi alle masse elettorali e farsi definitivamente conoscere come il nuovo messia destinato a salvare e cambiare il nostro paese.

Dopo l’elezione a sindaco, per tre mesi nel 2012,  gira in camper in lungo e largo l’Italia per la campagna elettorale come candidato alle primarie del centrosinistra. Ma il “bravo giovine”, nonostante l’impegno, perde al ballottaggio contro l’inossidabile Pier Luigi Bersani, compagno fidato di Massimo D’Alema.

Si rifà nel dicembre del 2013, quando vince alle primarie e viene eletto segretario del Partito democratico. Infine, nel 2014 è “diventato” presidente del Consiglio. Diventato, perché di fatto  non è stato eletto da nessuno.  E’ vero, prima di lui altri hanno governato senza essere stati eletti, ma erano tempi di “vere emergenze”. Nel suo caso, invece, c’è stato un lascia passare mai visto prima. Renzi e il suo Governo hanno preso posto in Parlamento senza nemmeno passare per le urne. Su questo punto il premier si è difeso più volte, dicendo che si è trovato a guidare il governo su richiesta espressa, guarda caso,  di “Re Giorgio” Napolitano, l’allora Presidente della Repubblica.

E dal momento che il premier entra nella “sala dei bottoni” cominciano i suoi let’s movie da salvatore della patria: “Taglieremo la spesa folle dello Stato. Ridurremmo le tasse sulle imprese, incentivare la produzione e l’occupazione”. Insieme a lui i 16 Ministri, di cui la metà donne perché, da bravo boy scout, ci tiene alla quote rosa. Ad oggi, nonostante il suo governo venga definito il “governo delle lobby e dei petrolieri”, lui ogni volta tiene a precisare e sottolineare il contrario.  Ma il fatto che i conflitti di interesse si siano moltiplicati, anziché ridotti,  sembra sotto gli occhi di tutti, soprattutto dell’opposizione e dei media che non perdono occasione per ricordarle.

Lo scorso aprile,  nel loro approfondito e interessante articolo su l’Espresso, i giornalisti Marco Damilano ed Emiliano Fittipaldi, proprio a proposito di questo scrivono: “Sicurezza, enti pubblici, giustizia, trasporti, energia. C’è il sottosegretario alla Giustizia che è anche capo di una delle correnti più influenti della magistratura. C’è il consigliere di amministrazione dell’Eni che è anche il punto di riferimento del ministro dell’Interno. C’è l’ambasciatore italiano a Bruxelles che segue i dossier su ferrovie e aviazione dopo aver lavorato a fianco degli imprenditori del ramo. C’è l’ex ministro dello Sviluppo economico che si è battuta in commissione Ue in difesa dei settori imprenditoriali che le stavano a cuore: come ministro e come confindustriale. C’è il figlio di un sottosegretario Ncd piazzato da un ministro Ncd nel cda dell’Istituto tumori, senza competenze specifiche. Ed è in arrivo alla guida dell’agenzia per la sicurezza informatica la nomina di Marco Carrai, amico di Renzi, che mesi ha fondato una società privata che si occupa di sicurezza informatica… Un intreccio di interessi generali e particolari in cui è impossibile non scorgere il potere mai indebolito delle lobby, vecchie e nuove” .

E con il Referendum Costituzionale alle porte, non possiamo non parlare di lei, del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi. In assoluto è lei il braccio destro del premier . Nonostante sia stata più volte al centro di scandali come quello di “Banca Etruria”,  (dove il padre era stato indagato per bancarotta fraudolenta), e quello rinominato “Totalgate”,  per il quale furono richieste le sue dimissioni, insieme a Renzi, il ministro Boschi è la promotrice al governo di questo Referendum, dove gli italiani saranno chiamati a votare per approvare o respingere la riforma della Costituzione. Naturalmente tutti i partiti d’opposizione sono in questi giorni scatenati sul fronte del No , mentre  l’Italia e non solo,  si divide fra detrattori ed estimatori del premier.

Dalla sua parte molti artisti  favorevoli al Sì, come Accorsi, Benigni, Sorrentino fino ad Ozpetek e Salvatores.  A sostenerlo, a sorpresa,  c’è persino  Massimo D’Alema che recentemente ha dichiarato: “Se dovesse vincere il No, può anche capitare che Renzi debba difenderlo io. Questo è il Paese che allo sconfitto riserva il calcio dell’asino, è già capitato in passato con Craxi”.

Anche Barack Obama, durante  il recente incontro avvenuto con Renzi in Usa, ha palesato apertamente il suo endorsement verso la sua politica di rinnovamento. E se Oltremanica i pareri sono favorevoli, (persino quelli della stampa britannica), in Italia non tutti sono a suo favore. Ad esempio come Marcello De Vito (M5S), presidente dell’Assemblea Capitolina, che ha idee  abbastanza chiare su il premier e la sua riforma: “ Oggi in Italia abbiamo un Parlamento eletto con legge incostituzionale che sostiene un premier non eletto da nessuno. L’unica scelta logica, coerente e onesta sarebbe stata quella di approvare una nuova legge elettorale e tornare al voto – prosegue De Vito –  Invece Renzi, non eletto da nessuno, si è spinto sino al punto di proporre una riforma che stravolge la Costituzione, che non riduce i costi della politica come proposto dai nostri parlamentari, che non elimina il Senato che sarà ridotto alla stregua di un dopolavoro di consiglieri regionali e sindaci (con un modello molto simile alle città metropolitane alias province). Una riforma che legittima il Governo a dettare l’agenda della Camera e che consente al Parlamento di espropriare la potestà legislativa regionale, che ostacola la partecipazione popolare triplicando il numero delle firme necessarie per presentare le leggi. Se si ha l’onestà di fare una valutazione obiettiva, difficilmente è concepibile qualcosa di più aberrante. Per questo io voto ‘No’ e auspico che Renzi si dimetta come promesso”.

Della stessa idea,  Giorgia Meloni,  leader del movimento Fratelli d’Italia. Interessante il dibattito acceso andato in onda qualche giorno fa, nel salotto serale di Bruno Vespa, che ha faticato non poco a raffreddare i toni esacerbati del confronto. Al centro del duello  Italicum vs Porcellum.  Le accuse di uno sull’ altro, infatti riguardavano le liste bloccate. “Ho presentato emendamenti alla legge elettorale.  E’ vero o no che l’Italicum ha le liste bloccate? Lei è un bugiardo, povera Italia”, tuonava la Meloni.  Mentre il leader del Pd, indignato ha replicato :“Lei è stata eletta con il Porcellum in liste bloccate fatte da Verdini”. A mettere fine a questa discussione il conduttore in evidente imbarazzo.

C’è da dire che entrambi non ne sono usciti bene. E per quanto il refrain pro Sì,  di Renzi non convinca, anche quello della controparte fatica a convincere. Perché se è dato inconfutabile che Renzi è un premier “non eletto” , dall’altra parte un altro dato incontrovertibile è che, ad oggi, non esistono opposizioni in grado di formare un governo solido e  indipendente. Persino Berlusconi ha affermato recentemente  che al momento non vede nessun leader degno di tale nome. La Commissione Europea si è detta preoccupata per un eventuale addio di Renzi e auspica, se dovesse vincere il No, che Renzi rimanga al suo posto. Non resta che attendere il 4 dicembre, quando gli italiani saranno chiamati a votare per sapere se ai tanti aggettivi che raccontano il premier,  si potrà  aggiungere quello di “silurato” o “sopravvissuto”.

 

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