Terremoto, De Natale (Ingv): “Il sisma di oggi è figlio di quello de L’Aquila”

“È stato favorito (anticipato) da esso, attraverso l’accumulo di sforzo nella zona”

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“Il terremoto di oggi è collegato a quello de L’Aquila. La causa è un sovraccarico delle faglie che si è spostato creando un effetto domino e causando altri terremoti”. Giuseppe De Natale, dirigenre di ricerca dell’Ingv, spiega le cause dell’ultimo sisma che ha devastato il centro Italia.
Possiamo sostenere che i recenti terremoti sono conseguenze reali di quello verificatosi a L’Aquila nel 2009?
Per quanto detto precedentemente, il terremoto del 24 agosto è figlio dei terremoti de L’Aquila, ossia è stato favorito (anticipato) da esso, attraverso l’accumulo di sforzo nella zona Nord di L’Aquila-Campotosto. I terremoti del 26 e del 30 ottobre sono a loro volta figli dell’accumulo di sforzo dovuto agli eventi di agosto, e quindi dell’evento di L’Aquila”.

In una sua pubblicazione del 2014 sulla rivista ‘Seismological Research Letters’ spiega che spesso, nei terremoti appenninici, le scosse più forti avvengono a distanze di giorni o mesi e questo è molto meglio che se avvenissero insieme o a distanze di pochi secondi. Ci spieghi meglio questa sua teoria e le conseguenze in termini di effetti sugli edifici.
Nella pubblicazione che lei cita evidenziammo che, quando una faglia nell’Appennino (o nella catena Alpina) cede provocando un forte terremoto, il carico di sforzo tettonico che veniva sopportato da quella faglia si scarica sulle faglie limitrofe, che dopo un certo tempo cedono, trasferendo lo sforzo a loro volta sulle faglie adiacenti in una specie di ‘effetto domino’. Se questi cedimenti a catena di faglie adiacenti avvengono a distanze di giorni o mesi l’effetto in termini di magnitudo e sugli edifici è sicuramente meno disastroso che se le diverse faglie cedessero all’unisono oppure anche a distanza di pochi secondi: questo secondo caso è avvenuto in Irpinia nel 1980, quando il terremoto di magnitudo 6.9 fu causato da 3 faglie adiacenti che cedettero a distanza di 20 secondi l’una dall’altra con effetti disastrosi”.

In altre due sue pubblicazioni, una del 1998 e un altra del 2011, aveva anticipato la rottura di queste faglie, dovuta ad uno spostamento dei carichi di sforzo. Cosa dobbiamo aspettarci?
Nella nostra pubblicazione del 1998, sulla rivista ‘Geophysical Journal International’, mettemmo per la prima volta in evidenza che i forti terremoti dell’Appennino stimolano la rottura delle faglie adiacenti, producendo una specie di ‘effetto domino’ come spiegato prima e quindi quasi sempre le forti scosse sono poi seguite da scosse di simile entità o anche più grandi. Descrivemmo, inoltre, il meccanismo fisico che produce questo effetto, identificato pochi anni prima sulla faglia di San Andreas. Nella pubblicazione del 2011, sulla rivista ‘Bulletin of the Seismological Society of America’, studiammo attraverso i dati satellitari (InSAR) come si mossero i bordi delle faglie responsabile dei terremoti di L’Aquila del 2009, calcolando poi dove si era accumulato lo sforzo tettonico rilasciato da questi movimenti e dai rispettivi terremoti. Concludemmo così che livelli di sforzo considerevoli si erano accumulati a nord (corrispondente più o meno alla zona di Amatrice) ed a sud delle aree tra Campotosto-Monti della Laga e L’Aquila. Evidenziammo inoltre che i terremoti di L’Aquila potevano “anticipare” quelli nelle aree a nord ed a sud di circa 20 anni, mentre i terremoti di San Donato Val Comino potevano anticipare i terremoti sulle faglie di Sulmona ed Avezzano di ulteriori 10 anni circa. Non sappiamo quanto ogni faglia sia vicina al carico di rottura, quindi dopo quanto tempo si romperà, e non possiamo fare previsioni.

Però, possiamo calcolare che i terremoti su queste faglie sono stati “avvicinati” di circa 30 anni. D’altra parte, mentre la faglia di Avezzano si è “scaricata” di sforzo nel terremoto del 1915, quella di Sulmona è “silente” da secoli e potrebbe essere più vicina al punto di rottura. Questi risultati possono però aiutarci a comprendere quali sono le zone dove è più urgente verificare e migliorare la vulnerabilità degli edifici”.

In questi giorni si è hanno parlato anche della “bufala magnitudo” e di come gli organi di informazione avrebbero manipolato dati scientifici per avallare le scelte di governo. Cosa ne pensa di queste teorie complottistiche?
Ne leggo ogni giorno di tutti i tipi, purtroppo a volte alimentate anche da ‘pseudo-scienziati’. D’altra parte, se c’è un parametro non manipolabile o occultabile è proprio la magnitudo di un terremoto; a parte le numerose reti sismiche presenti nel mondo e le numerose agenzie internazionali che le calcolano, chiunque può dotarsi di un sismografo professionale (costa poche migliaia di euro) ed avere un’idea”.

Sembra paradossale che in un paese come l’Italia con un tale patrimonio storico, artistico e culturale, si possa ancora morire di terremoto e si possano registrare ingenti danni. Resta così difficile “imitare” il modello giapponese?
I terremoti italiani fortunatamente, anche i più forti, non sono di magnitudo altissime. Da noi purtroppo si muore anche con terremoti di magnitudo 6, o anche meno. Questo perché il nostro patrimonio edilizio storico, che è quasi sempre di grande pregio e quindi certamente da preservare, deve essere messo in sicurezza. Le tecnologie ci sono, in Italia le consociamo bene e le sappiamo applicare. A Norcia gran parte degli edifici non sono collassati, perché furono rinforzati dopo il terremoto del 1979, È imperativo, quindi, che in Italia si vari un progetto di ampio respiro per la messa in sicurezza degli edifici, in particolari quelli antichi”. 

Alcuni media hanno riportato una teoria, secondo la quale, nel corso dei decenni questi fenomeni tellurici porteranno al progressivo avvicinamento di una parte dell’Italia ai Balcani. Quanto di vero c’è in questa teoria? Questa ipotesi può preoccupare seriamente la popolazione italiana?
Queste cose ‘ad effetto’ che si leggono in questi giorni sono per lo più notizie distorte, comprese male. In altre parole, sciocchezze. La placca adriatica è caratterizzata da un movimento rotatorio, mentre l’Appennino è attualmente in distensione. Questo è il quadro geodinamico che genera i terremoti appenninici; non sono i terremoti che causano il movimento delle zolle, bensì il contrario. E’ chiaro che, su periodi di milioni di anni, la geografia delle nostre aree sarà profondamente diversa da oggi, perché la superficie terrestre è in continuo movimento, anche se non ce ne accorgiamo perché avviene su scale temporali molto lunghe”.

 



 

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