Tunisia, la dissimulazione di Ennahda e dell’Islam politico

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“L’Islam politico non ha più alcuna giustificazione in Tunisia. Ci occuperemo solo d’attività politica, non di religione”. Con queste parole il leader storico di Ennahda, Rashed Al Ghannouchi, pare abbia liquidato il consenso dell’ala più radicale dei suoi sostenitori. Pare. La moderna compagine islamista tunisina, risorta all’indomani della rivoluzione dei gelsomini, dopo un lungo periodo di assenza dalla scena politica del paese nordafricano, pur rimanendo fedele ai principi morali della Sha’ria, si riconosce nelle frasi attribuite al suo leader che hanno del rivoluzionario. Così si assisterà ad una netta distinzione tra il fattore politico e quello religioso, cosa sino ad oggi impensabile per l’Islam che considera il Corano fonte unica di ogni diritto che deve essere riconosciuto quale fondamento della società islamica. Inoltre, continua El Ghannouchi, il “concetto di islam politico è stato sfigurato dall’estremismo portato avanti da Al Qaeda e dall’Isis. Pertanto esiste la necessità di mostrare realmente la differenza tra la democrazia musulmana, che intende Ennahda e la visione estremizzata dell’islam jihadista”.

Il leader di Ennahda intende basare la sua politica sull’individuazione dei problemi del vivere quotidiano, dalle famiglie ai diritti delle donne, già riconosciuti dalla nuova costituzione del 2014, a quelli delle minoranze etniche e religiose che devono continuare a convivere pur ricordando che “la legge tunisina, fa differenza tra le libertà individuali e lo spazio pubblico”.

Il partito della Rinascita (traduzione letterale di Nahda), è una diretta emanazione della fratellanza musulmana egiziana. Nato nel 1989, come costola del disciolto Movement Islamique Tunisienne, Ennahda, nei suoi primi anni di vita, critica la politica di laicizzazione dello stato imposta fin dagli anni ’70 dall’allora presidente Habib Bourghiba e proseguita anche dal suo successore, Zine el Abidine ben Alì. Dichiarato fuorilegge proprio da quest’ultimo nel 1989, Ennahda assiste ad un vero e proprio esodo dei suoi sostenitori. Il leader El Ghannouchi viene esiliato in Gran Bretagna, mentre numerosi attivisti chiedono asilo politico come “perseguitati” in diversi paesi europei, tra cui l’Italia. Negli anni successivi si assiste ad una sostanziale radicalizzazione di numerosi appartenenti ad Ennahda che trovano nuova linfa negli intenti di internazionalizzazione della jihad propri del Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento, le cui cellule europee cominciano a moltiplicarsi. Negli anni ’90 la guerra nell’ex Yugoslavia offre un palcoscenico di prim’ordine per gli aspiranti mujaheddin transfughi del partito tunisino, che non perdono l’occasione per conquistare ruoli importanti nelle milizie bosniache e nella gestione dell’apparato logistico installato in Italia, con cellule operanti a  Milano, Bologna, Roma e Napoli. I reduci dal conflitto balcanico trovano subito una collocazione nei neonati gruppi della galassia qaedista ed in ultimo nell’Isis.

Dall’altra parte, i politici duri e puri di Ennahda si integrano nel tessuto sociale europeo ed organizzano incontri, convegni e manifestazioni in favore della nuova dottrina da seguire quando potranno ritornare ad essere protagonisti in patria. L’occasione si presenta all’indomani della primavera araba del 2011, con la caduta di Zine el Abidine Ben Ali ed il ritorno in Tunisia di El Ghannouchi, acclamato da una folla festante che sulle ali dell’entusiasmo porta Ennahda alla vittoria elettorale.

La novità del programma di Rinascita è quella della  teoria, di per se innovativa, di “una via tunisina all’islamismo” che comprenda la modernizzazione del Paese anche con il contributo dell’Occidente, una democrazia musulmana innovativa sotto ogni aspetto. Un cambio di programma che non stupisce.

E’ probabile che Ennahda voglia ripresentarsi agli occhi della comunità internazionale con il volto già noto dell’islamismo moderato, caro ai regimi della penisola arabica, dissimulando il radicato attaccamento ai valori propugnati anche dalla fratellanza musulmana egiziana che sopravvive da un secolo nonostante i palesi legami con lo jihadismo, più volte posti in evidenza dai media e dalle intelligence mondiali, ma sottovalutato in sede di accordi economici e commerciali stretti proprio con l’odiato occidente.

 

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