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Le vittime del cyberbullismo: donne, immigrati e omosessuali

Rehateh Parson, Jessica Logan, Anita Sarkeesian, Zoe Quinn, Amanda Todd e Tiziana Cantone, ultima delle vittime, ma solo in ordine cronologico, che hanno fra loro un solo comune denominatore: tutte vittime di cyber bullismo.

Anita Sarkeesian,  blogger femminista, è stata “punita” sul web perché si era permessa di criticare gli stereotipi maschilisti nei videogame. Questo le è valso mesi e mesi di minacce di stupro e morte. Il suo blog personale è stato messo fuori uso e le sue informazioni diffuse ovunque online con la sua immagine, che la ritraeva mentre subiva violenza da un personaggio dei videogame in un fotomontaggio creato ad hoc per metterla alla gogna mediatica.

Jessica Logan, invece è stata tradita da chi diceva di amarla: il suo ragazzo. Ingenuamente gli aveva mandato una foto piccante a seno nudo. Dopo essersi lasciati, lui ha fatto in modo che tutta Cincinnati, il paese della ragazza, potesse vederla. Quando si sono lasciati quella foto è stata inviata a tutti i teenager della sua zona. La molestia contro la ragazza è avvenuta attraverso messaggi, Facebook e MySpace.

Zoe Quinn, artista e creatrice di videogiochi, anche lei molestata per essere entrata in un mondo tutto al maschile. Per ribellarsi e far sentire la sua voce e quella di molte vittime di cyber bullismo come lei, Zoe ha creato nel 2015 Crash Ovveride. Un servizio, come si legge sulla home page del sito, che si occupa di aiutare persone che stanno vivendo abusi online. Una rete dove esperti e sopravvissuti lavorano direttamente con le vittime insieme ad avvocati, psicologi, tecnici informativi, media, esperti di sicurezza e forze dell’ordine. Questo per educare e fornire assistenza diretta alle vittime di cyber bullismo.

Amanda Todd, adolescente canadese, invece non ce l’ha fatta e per la vergogna si è suicidata. Amanda usava le video chat per fare amicizia. Ma il destino l’ha messa sulla strada, anzi sulla chat, di uno sconosciuto che dopo averla convinta a mostrarsi nuda davanti alle videocamere ha iniziato a ricattarla. Ma lei non ha ceduto, così l’uomo si è vendicato e vigliaccamente ha fatto circolare le foto della ragazza su Facebook. Dopo aver raccontato la sua triste vicenda in un video, Amanda si è tolta la vita.

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Come l’ultima delle vittime: Tiziana Cantone. Anche per lei,  trentenne di Napoli, la vergogna è stata troppo pesante e dolorosa da sopportare. Anche lei vittima di “revenge porn”, che sta a significare quella categoria di video hard messi in rete come vendetta contro un ex fidanzata/o. Una volta online è difficilissimo eliminarli. Per non parlare della velocità con sui si diffondono: un tam tam continuo sui social che disintegrano in un “click” la dignità di una persona, come nel caso appunto di Tiziana. L’immagine della ragazza è comparsa non solo su svariati siti porno, ma anche su alcuni quotidiani online che, ora dopo ora, hanno riportato la storia in salsa “piccante”. Il voyeurismo 2.0 si sa, non conosce limiti. E quello che fa pensare di più, di questa vicenda, oltre al fatto che nessuno dovrebbe essere messo alla gogna mediatica per puro divertimento o per mera vendetta, è ciò che si è letto e scritto contro questa ragazza. In molti addirittura hanno affermato che: “Sì, ok poverina, ma di fatto pure lei se le è andata a cercare”. Una frase che leggiamo, sentiamo ormai da anni quando si tratta di una donna.

Ma andiamo a fondo di questo fenomeno. Come riportato dagli ultimi dati Istat nel rapporto “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi”, i casi di cyber bullismo  aumentano vorticosamente. Per il 77% dei presidi delle scuole italiane, medie e superiori, internet è l’ambiente dove avvengono più frequentemente i fenomeni di bullismo, più che nei luoghi di aggregazione dei giovani (47%), nel tragitto da casa e scuola (35%) o all’interno della scuola stessa (24%). Il 52% dei presidi ha dovuto gestire personalmente episodi di cyberbullismo, il 10% casi di sexting (l’invio con il telefonino di foto o video sessualmente espliciti) e il 3% casi di adescamento online. Per il 45% dei presidi il cyberbullismo ha interessato non più del 5% dei loro studenti, ma per il 18% dei dirigenti scolastici il sexting vede coinvolto tra il 5% e il 30% dei ragazzi. Il cyberbullismo è un fenomeno difficile da mettere a fuoco, data la grande varietà di comportamenti che possono essere qualificati come bullismo digitale. Ma il 77% dei presidi ritiene il cyberbullismo un vero e proprio reato. E nel 51% dei casi accaduti il preside si è dovuto rivolgere alle forze dell’ordine.

La ricerca del Censis e della Polizia Postale. Nell’era della comunicazione digitale, dove il 91% dei giovani tra 14 e 18 anni è iscritto ad almeno un social network e l’87% usa uno smartphone connesso a internet, il Censis e la Polizia Postale hanno avviato un comune percorso di ricerca per capire meglio le implicazioni dell’uso delle nuove tecnologie da parte degli adolescenti. L’obiettivo del progetto è costruire un quadro di analisi utile alla progettazione di campagne di sensibilizzazione per promuovere un impiego dei media digitali sempre più consapevole sia delle loro straordinarie potenzialità, sia dei rischi connessi.

Le scuole diventano sempre più digitali. Praticamente tutte le scuole hanno un sito internet, che nel 65% dei casi è gestito dai docenti, nel 16% da personale non docente e nel 12% da consulenti esterni. Nell’86% delle scuole esiste una rete wi-fi, che solo nel 5% degli istituti è liberamente accessibile agli studenti. Il 93% delle scuole ha un laboratorio multimediale, che però solo nel 17% dei casi è aperto anche oltre l’orario scolastico. Il 46% dei presidi è a conoscenza dell’esistenza di una pagina sui social network che riguarda la scuola, anche se nel 55% dei casi è gestita dagli studenti. Nel 47% delle scuole il responsabile della sicurezza informatica è un insegnante, nel 34% un consulente esterno e nel 19% un operatore amministrativo.

L’identikit del cyber bullo. Per il 70% dei dirigenti scolastici i cyberbulli sono indifferentemente maschi o femmine, per il 19% invece sono in prevalenza ragazze e per l’11% soprattutto ragazzi. Il 90% dei dirigenti pensa che il fenomeno del cyberbullismo sia più grave del bullismo, perché più doloroso per chi ne subisce le conseguenze e più rapido e duraturo negli effetti negativi sulla reputazione personale. Secondo il 78% dei presidi i cyberbulli tendono a colpire i ragazzi psicologicamente più deboli.

Genitori poco consapevoli. Per l’81% dei dirigenti scolastici i genitori tendono a minimizzare il problema, ritenendo il bullismo digitale poco più che uno scherzo tra ragazzi. Per il 49% dei presidi la maggiore difficoltà da affrontare è proprio rendere consapevoli i genitori della gravità dell’accaduto, per il 20% capire esattamente cosa sia successo. Secondo l’89% delle opinioni raccolte il cyberbullismo è più difficile da individuare rispetto a episodi di bullismo tradizionale, perché gli adulti sono esclusi dalla vita online degli adolescenti. Il 93% dei presidi ritiene poi che l’esempio dei genitori influenzi molto o abbastanza il comportamento dei cyberbulli.

Le iniziative delle scuole. Il 39% delle scuole ha già attuato alcune azioni specifiche contro il cyberbullismo previste dalle linee di orientamento del Ministero dell’istruzione e il 63% intende farlo nel corso di questo anno scolastico. Ma nel 36% degli istituti la partecipazione non va oltre la metà circa dei genitori e nel 59% dei casi si ferma solo a pochi genitori. Il 48% delle scuole che hanno avviato un programma di contrasto al cyberbullismo ha attivato un programma di informazione rivolto ai genitori e il 43% uno sportello di ascolto. Solo il 10% delle scuole ha un vero e proprio programma di monitoraggio attraverso questionari rivolti a studenti e genitori.

Ma chi sono le principali vittime di cyber bullismo? Donne, immigrati e omosessuali. Questo secondo i dati della seconda edizione de “La Mappa dell’Intolleranza”, ideata da Vox (Osservatorio italiano sui diritti) e dalle Università di Milano, Bari e La Sapienza di Roma. L’odio sul web rispecchia a pieno la realtà: il numero più alto di tweet contro le donne è stato registrato tra agosto e settembre 2015, periodo in cui ne sono state uccise 14. Post pieni d’odio e razzismo istigano anche al suicidio.

La mappa geolocalizza i tweet contenenti termini razzisti e identifica le zone in cui vi è maggiore intolleranza. Rispetto alla prima edizione, focalizza la sua attenzione anche sull’islamofobia. Nonostante Twitter non sia il social network maggiormente diffuso, è stato scelto per la sua funzionalità più importante, ovvero il retweet, che permette di condividere un post scritto da un altro utente.

In questo modo la mappa può individuare quante volte sia stato scritto un “hate speech”, e soprattutto in quali zone sia più diffuso. Il contributo delle università è stato fondamentale. Milano si è occupata di riconoscere i diritti e la violazione degli stessi. Successivamente, La Sapienza di Roma ha individuato varie parole “sensibili” e la loro contestualizzazione. Nella terza fase, grazie ad un software ideato dal Dipartimento di informatica dell’Università di Bari, sono stati mappati tutti i tweet. Tra tutti quelli analizzati tra agosto 2015 e febbraio 2016 (più di 2 milioni), 112.630 sono quelli contenenti termini sensibili.E purtroppo mentre scriviamo, altre vittime verranno colpite. Uomini o donne che sia non importa. Solo loro possono sapere cosa significa subire giornalmente una violenza così subdola, nascosta e mascherata quasi inspiegabile perché non lascia lividi in superficie, ma nell’anima e nella dignità della persona colpita, si.

 

 

 

 

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