Libia, Haftar: “Da Italia non vogliamo aiuti, piuttosto ritiri le truppe”

Il generale continua a lanciare segnali di insofferenza per la presenza del nostro paese

farmacia di turno

L’Italia prova a ritagliarsi un ruolo di leadership nella crisi libica, ma questo inedito protagonismo potrebbe ben presto risultare fallimentare in seguito all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Nella giornata di martedì 17 gennaio l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, ha incontrato il governatore della Banca centrale libica, al Sadiq al Kabir. Insieme all’ambasciatore era presente anche un consigliere economico dell’ambasciata italiana per discutere sulle modalità di sostegno economico che il nostro Paese potrà dare al governo di unità nazionale del premier Sarraj. Sul tavolo c’è la possibilità di ripristinare l’accordo che l’ex premier Berlusconi aveva stretto con Gheddafi: aiuti per oltre 5 miliardi di euro da investire in infrastrutture in cambio di un più rigoroso controllo dei flussi migratori verso il nostro Paese. Ma il presidente libico e il suo stesso esecutivo, pur se legittimato da una risoluzione dell’Onu, è impelagato nel fronteggiare le continue ostilità delle milizie che fanno capo all’ex premier Ghweil e, soprattutto, delle truppe del generale Haftar.

Proprio l’ex generale del rais Gheddafi continua a lanciare segnali di insofferenza per la presenza italiana, sempre più invadente sul suolo libico. Il portavoce dell’esercito guidato da Haftar, Khalifa al-Obaidi, ha dichiarato che “il comando militare rifiuta qualsiasi aiuto italiano a meno che l’Italia ritiri le sue truppe dalla Libia”. Domenica scorsa il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nel corso di un’intervista in tv aveva infatti annunciato che l’Italia era pronta ad inviare aiuti umanitari urgenti nell’est della Libia, proprio la zona controllata dal vecchio generale. Offerta rispedita al mittente.
Il tentativo italiano di affermare la propria presenza sul suolo libico è da leggere anche (e soprattutto) come un segnale per quei Paesi che surrettiziamente e, contro le risoluzioni approvate dall’Onu, continuano a manifestare il proprio sostegno alle truppe di Haftar anche per contrastare gli interessi economici italiani nel Paese nordafricano.
Ma sulla scelta italiana di continuare ad offrire sostegno al governo Sarraj, peseranno in maniera probabilmente risolutiva le decisioni che intenderà prendere la nuova amministrazione Usa guidata dal neopresidente Donald Trump. Fino ad oggi, sotto la guida di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno sostenuto Sarraj (e di conseguenza la posizione italiana) soprattutto per contrastare l’egemonia che la Russia di Putin vorrebbe affermare in Libia appoggiando il generale Haftar. Qualora, però, Trump decidesse di disinteressarsi al dossier libico, non ci sarebbe altra strada che una definitiva affermazione di Haftar. Un’ipotesi che non è possibile escludere alla luce delle paventate intenzioni di Trump di “snobbare” il dossier libico pur di rinsaldare i rapporti con la Russia. In questo caso l’intenzione di Trump sarebbe creare un’alleanza con la Russia per  contrastare in futuro la crescente egemonia della Cina in molte zone del pianeta.

I segnali offerti da Trump in questi giorni prima della sua definitiva proclamazione sono tutt’altro che incoraggianti. Il tycoon continua a lanciare bordate contro la Ue e, soprattutto, contro la Nato. Il patto Atlantico è stato infatti definito “antistorico” sia da Trump che da Putin e, in ottica di una storica alleanza tra le due super-potenze, non sarebbe da escludere il definitivo accantonamento della Nato.
Sviluppi che si potranno commentare solo dopo l’insediamento del neopresidente Usa e le future scelte che Trump deciderà di intraprendere.
Intanto in Libia il caos continua ad imperversare. A Tripoli negli ultimi giorni è mancata l’elettricità per molte ore del giorno e sui social network si propagano in maniera incessante le richieste di giovani libici, preoccupati per lo stato in cui versano gli affollatissimi ospedali dove è impossibile effettuare operazioni a causa della mancanza di luce elettrica e per la carenza di sacche di sangue per le trasfusioni.
In fin dei conti, mentre i maggiori Paesi occidentali continuano a interrogarsi su come agire e su come salvaguardare i propri interessi commerciali, i cittadini libici affrontano probabilmente i peggiori anni della loro storia. Un Paese che, pur sotto un regime liberticida come quello di Gheddafi, fino a qualche anno fa era lo Stato più prospero del continente africano. Oggi invece la comunità internazionale si affida al sempre più debole Sarraj. Per quanto ancora?

Articoli suggeriti