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Libia, scontri a Tripoli. Inizia male il dopo-conferenza

Alto Consiglio di Stato: “Paese è terreno di scontri intestini tra le diplomazie europee e quelle arabe”

All’indomani della fine della convention di Palermo, in Libia le tensioni tornano a salire. Nella serata di ieri, infatti, l’aeroporto di Tripoli è stato teatro di aspri combattimenti tra le milizie e le truppe regolari fedele al premier al Serraj e la settima brigata di Tarhuna. Quest’ultima ha tentato a più riprese di impadronirsi dell’ex aeroporto internazionale, abbandonato nel 2014, supportata da altre formazioni minori tra le quali la formazione islamista Sumud. La calma, seppur relativa, è tornata solo nella mattinata di oggi, quando le forze in campo si sono riportate sugli schieramenti iniziali.

Gli avvenimenti delle ultime ore hanno fornito ulteriore conferma che il governo guidato dal premier al Serraj non è certo rappresentativo della maggioranza della popolazione della zona sotto il suo controllo. Le realtà tribali del paese intendono far sentire la loro voce e , soprattutto, il loro peso specifico in relazione alla sicurezza in Libia. Gli scontri di questa notte rappresentano una sorta di avvertimento degli avversari di al-Serraj per la mancata convocazione delle parti all’incontro siciliano.

Secondo il vice capo dell’Alto Consiglio di Stato, Fawzi al-Oqab, la Conferenza di Palermo non ha prodotto risultati soddisfacenti. Il politico libico ha sottolineato che l’incontro in Sicilia non ha fatto emergere il reale caos che regna nel paese nordafricano, ribadendo che di fatto la Libia è diventata un terreno di scontri intestini tra le diplomazie europee e quelle arabe. Al-Oqab ha aggiunto che “la Libia è sotto amministrazione fiduciaria internazionale e il capo di Unsmil è sostenuto da tutte le parti e questo lo ha reso il partito più importante alla Conferenza di Palermo”. 

L’unico dato positivo rilevato è che l’incontro di Palermo si è concluso confermando la necessità di una nuova Costituzione e l’indizioni di libere elezioni entro la primavera del 2019, evitando qualsiasi tipo di soluzione militari alla crisi.

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