Medio Oriente: no al piano Trump, guerra a Israele

L’Isis formalizza la sua dichiarazione con un audio messaggio

‘No’ al piano Trump. Lo Stato islamico ha formalmente dichiarato guerra ad Israele. Lo ha fatto seguendo i dettami della nuova strategia illustrata dal leader Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi in un suo dettagliato intervento apparso sul numero 220 del magazine Al Naba, in cui ha esortato i suoi miliziani a combattere Israele e gli ebrei per riappropriarsi di quanto dagli stessi sottratto ai musulmani ed invitandoli al boicottaggio del “Deal of the Century”, il piano di pacificazione presentato dall’amministrazione Trump.

Oltre a questo formale intervento del successore di al Baghdadi, il 27 gennaio scorso lo Stato Islamico ha pubblicato un nuovo messaggio audio del suo portavoce Abu Hamzah Al-Qurashi, prodotto dal braccio mediatico dell’organizzazione Al-Furqan e distribuito sui social media tra cui Telegram e Hoop. In un discorso di circa 40 minuti, il portavoce dell’Isis dichiara formalmente guerra a Israele: “Oh soldati del Califfato, ovunque (vi troviate, ndr) andate negli insediamenti e nei mercati israeliani e trasformateli in terre per mettere alla prova le vostre armi. Attaccate gli ebrei e massacrateli”.

La dichiarazione di guerra di Al-Qurashi contro Israele è stata comprensiva dell’appello ad unirsi alla lotta contro i sionisti anche delle Wilayat dello Stato islamico del Sinai e della Siria, sollecitando i musulmani a contrastare in ogni modo il piano di pace presentato dagli Stati Uniti esortando i combattenti del Daesh a intensificare i loro attacchi e invitando i veri credenti, ovunque si trovino, a “emigrare” per unirsi al ramo dell’Isis a loro più vicino.  Al-Qurashi ha inteso trasmettere un chiaro messaggio di sfida secondo il quale l’Isis non solo sta sopravvivendo, nonostante le dichiarazioni del presidente Trump che lo considerava come finito, ma sta espandendo la jihad contro i suoi nemici in tutto il Globo.

Ma l’appello lanciato dallo Stato islamico non è rimasto isolato. Sui social network, anche Al Qaeda nel Maghreb Islamico, gruppo operante per lo più nella zona tra Libia, Algeria, Niger e Mali, rilancia le minacce invitando i suoi seguaci a combattere “l’accordo del secolo” e di “non considerare la lotta per la Palestina nel suo aspetto nazionalista, ma in una guerra per rientrare in possesso delle terre dell’Islam”. Aqmi chiede di non aderire ad alcuna forma di negoziazione con le Nazioni Unite o i loro emissari sulle questione palestinese e di colpire le basi e gli interessi statunitensi e quelli dei governi arabi apostati, unendosi nella costituzione di un esercito per la jihad di liberazione di Al Quds, Gerusalemme, capitale di Israele. Proprio dalla moschea di al Aqsa, il 20 gennaio scorso era partito un chiaro messaggio scandito durante la khutba, il sermone, quando l’imam aveva esortato i fedeli a cercare il martirio nella jihad per la creazione di un Califfato globale con capitale Gerusalemme.

Ma la questione del piano Trump, definito come “l’accordo del secolo”, è al centro delle attenzioni dei gruppi jihadisti locali così come in quelle dei grandi network del terrore islamista globale. Lo scorso 6 febbraio Hamas ha definito “una risposta tangibile al piano americano” per la pace in Medio Oriente l’attacco a Gerusalemme avvenuto nella precedente nottata contro un gruppo di militari israeliani in libera uscita. Un’autovettura, condotta da un giovane arabo, ha investito deliberatamente un folto gruppo di soldati della brigata Golani riuniti in comitiva sulla David Remez St. per trascorrere la serata. Quindici i feriti tra i quali due in gravi condizioni. Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un comunicato diffuso  nella mattinata successiva ha dichiarato che ”l’operazione di resistenza nel centro di Gerusalemme occupata è una risposta tangibile da parte del nostro popolo al piano per distruggere Trump”.

Nella stessa giornata, un altro soldato israeliano è stato ferito da colpi d’arma da fuoco in un attacco avvenuto vicino l’insediamento ebraico di Dolev in Cisgiordania, non distante da Ramallah.  Il responsabile è un 25enne del quartiere di A-Tur a Gerusalemme Est, tratto in arresto dalle forze di sicurezza israeliane che lo hanno bloccato alla Gush Etzion Junction in Cisgiordania e trasferito negli uffici dello Shin Bet per essere interrogato. E la giornata di sangue è proseguita con un altro attacco a Gerusalemme. Un agente di polizia israeliano è stato ferito da alcuni spari nei pressi di uno degli ingressi al Monte del Tempio, noto come ‘Spianata delle moschee’, nella Città vecchia. L’agente sarebbe stato ferito di striscio, mentre il terrorista è stato neutralizzato dall’immediata reazione degli altri agenti in servizio nella zona dell’agguato.

Proprio ieri, il leader palestinese Abu Mazen, nel suo discorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha sottolineato che il piano di pace per il Medio Oriente promosso dall’amministrazione Trump “legittima ciò che è illegale: gli insediamenti e l’annessione della terra palestinese”. Secondo Abu Mazen, inoltre, l’iniziativa di Washington annulla i diritti dei palestinesi alla “autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza nel nostro stesso Stato”, poiché “considera Gerusalemme Est non più sotto la sovranità palestinese, lascia la Palestina frammentata e pone fine alla questione dei rifugiati”.  In un finale di discorso abbastanza convulso, Abu Mazen ha accennato al fatto che “questo piano non porterà pace o stabilità alla regione, e per questo non lo accetteremo e lo combatteremo sul terreno”. Subito dopo ha specificato: “Crediamo nel combattere la violenza e quindi non ricorreremo a questa o al terrorismo. Non siamo contro gli ebrei, ma contro coloro che attaccano noi e la nostra terra. Chiediamo la fine dell’occupazione e la creazione di uno Stato palestinese. Non ci arrenderemo”.

La minaccia più concreta giunta da Ramallah, percorsa da cortei di protesta anti-israeliani e scontri con le forze di polizia dello Stato ebraico, è quella di arrivare allo scioglimento dell’Autorità nazionale palestinese, uscendo così di fatto dagli Accordi di Oslo del 1993.

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