Da Parigi a Dacca, l’esportazione della jihad firmata Isis

farmacia di turno

Da Parigi a Dacca, passando per Bruxelles e Istanbul,  trascurando, solo per dovere di analisi, i quotidiani attacchi in Siria, Iraq, Libia e Somalia, assistiamo inermi ad una lunga, interminabile scia di terrore.

Non sono trascorsi molti giorni dai tragici eventi di Istanbul e dai relativi strascichi polemici sulla sicurezza, che già ci troviamo di fronte all’ennesima strage di matrice islamista.

I fatti parlano da soli, le polemiche incalzano, e la ricerca di un capro espiatorio diventa la palestra quotidiana degli addetti ai lavori. Per questo la scelta dovrebbe ricadere sulla fredda analisi degli eventi che possa contribuire a fare chiarezza: non solo su ciò che è stato, ma soprattutto su ciò che potrà essere.

Gli eventi che si susseguono presentano, infatti, analogie maggiori delle differenze. Cellule operative create ad hoc ed autonome, nessun cambio di strategia dell’Isis (che continua a combattere sul fronte interno, malgrado i continui rovesci, ma anche sul fronte internazionale) e il sospetto che tra il Califfato ed Al Qaeda ci sia stato un effettivo riavvicinamento.

Proprio a differenza di Al Qaeda, Isis ha saputo esportare la jihad, giovandosi di un continuo afflusso di volontari garantito dalla ribalta mediatica ottenuta con  le “operazioni” condotte dai suoi miliziani, perseguendo la strada di un utilizzo sfrenato dei mass media e degli strumenti forniti dalla Rete.

In quasi tutte le azioni terroristiche compiute in nome del Califfato si sono riscontrati più punti fissi nelle modalità esecutive poste in essere dai miliziani. 

Di Parigi e Bruxelles si è già detto e scritto quasi tutto: volti, nomi, modus operandi ed appoggi logistici. Ugualmente si può dire in relazione ad Istanbul e Dacca, che rappresentano una linea di continuità tracciata a monte dai responsabili dell’Isis: squadre addestrate alla guerriglia urbana, motivate e disposte al martirio in nome di Allah. 

Punti fermi delle azioni paiono essere, inoltre, il largo utilizzo dei mass-media come mezzo di diffusione delle azioni. Soprattutto a Istanbul l’azione è stata volutamente condotta sotto gli occhi delle telecamere di sorveglianza, la cui posizione era stata oggetto di sopralluoghi da parte della cellula. Così come l’equipaggiamento bellico, scelto con cura,  dove l’immancabile Kalashnikov AKS-47  pare essere innalzato a status simbol del Califfato e come rivendicazione di appartenenza allo stesso.

L’azione di una cellula poliedrica i cui componenti siano in grado di muoversi agilmente in un teatro di guerriglia urbana, l’utilizzo secondo l’occorrenza di armi ed esplosivi, l’obiettivo pragmatico costituito per lo più dai cittadini occidentali, quello simbolico rappresentato dall’aeroporto di Istanbul, piuttosto che un ristorante di Dacca, uniti alla ferrea volontà di sacrificio sino all’immolazione, sono caratteristiche proprie dei miliziani addestrati dal califfato. I mujaheddin si sono inoltre conformati alle disposizioni di condurre ripetuti attacchi durante il sacro mese di Ramadan impartite della dirigenza dell’Isis, tanto da poter mostrare la volontà di attuazione di piani pre-definiti rivolti a colpire cittadini occidentali e, più in generale, l’Occidente nel suo insieme, così come ampiamente diffuso con i numerosi videomessaggi dello Stato islamico.

La polemica sulla responsabilità dei fatti di Dacca non esula dalla consapevolezza che gli autori dell’attentato volessero dare risalto alla loro fedeltà all’Islam radicale sotto la bandiera nera del Califfato. L’attribuzione dell’attentato a un gruppo autonomo di giovani appartenenti alla borghesia del paese asiatico fornita dal ministero degli Interni bangladese, seppur non convincente, non farebbe altro che far crescere la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un fenomeno tutt’altro che in fase di declino ma che si giova oltretutto, dell’emulazionismo giovanile. Un meccanismo micidiale, che favorisce l’adesione di nuovi adepti disposti a giurare fedeltà al radicalismo islamico anche solo per un attimo di notorietà, l’ultimo della vita.

Il rischio è quello di trovarsi di fronte non solo ad un nemico già di per sé poco identificabile, quale una cellula organica ad un marchio specifico, ma ad una miriade di mini-gruppi senza obiettivi specifici, senza finalità dichiarate e prive di una reale appartenenza.

Si identificano, quindi, tre diverse specifiche operative nell’ambito dell’organigramma del terrorismo islamista: la cellula, il lupo solitario ed il self made terrorist.

La prima è relativa ad un gruppo organico all’organizzazione madre,  che è a conoscenza delle finalità e della dottrina ed è stata addestrata ed armata in funzione dello scopo.

Il lupo solitario, non necessariamente auto-indottrinato, è il soggetto che dopo il percorso di reclutamento e di indottrinamento, decide di agire in maniera autonoma o per input dell’organizzazione senza doversi integrare ad altri complici.

Il self made terrorist, così definito, ritiene di identificarsi in una particolare dottrina, di seguirne gli insegnamenti e di identificarsi nella stessa facendo sfoggio della simbologia e degli atteggiamenti di questa o quella organizzazione che, in modo parassitario, si appropriano delle gesta del soggetto a scopo propagandistico.

Lo jihadismo nelle sue molteplici forme assurge a vero e proprio stile di vita per molti giovani e la lotta allo stesso non può essere scevra da analisi sociologiche degli appartenenti alle varie organizzazioni, unite ad approfondimenti geopolitici in ordine alle varie estrazioni culturali dei terroristi. Solo in questo modo si potrà avere un quadro, forse un po’ meno offuscato, sul panorama dell’epidemia islamista.

La recrudescenza di attacchi del tipo di Bruxelles, Istanbul, Dacca, è stata ampiamente preannunciata sia in numerosi messaggi diffusi dall’Isis sia da altre assunzioni da fonti humint, e di per se l’elenco degli obiettivi da colpire non dovrebbe rappresentare una sorpresa per le intelligence, soprattutto europee.

Le cellule che tradizionalmente siamo abituati a definire in sonno, in realtà sono operative da tempo, già stanziate nei Paesi da colpire e in  attesa di un unico segnale per mettersi in azione. Tra i dubbi da dissipare vi è solo quello relativo al quando colpiranno.

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