Il gioco sporco della Francia in Libia e il clan Gheddafi

I fedeli del raìs vogliono partecipare alle elezioni mentre Parigi tenta di pilotarle

farmacia di turno

Una data ufficiale per il voto ancora non esiste, ma i giochi di potere e non solo dietro il voto in Libia sono tanti. L’Italia, dal canto suo, sostiene il percorso elettorale nel Paese, ma come sempre uno dei “disturbatori” con cui bisogna fare i conti è la Francia che spinge per il voto a dicembre nonostante il Paese non sia pronto. In tutto questo, il clan Gheddafi da tempo scalda i motori per entrare nella partita. Già il figlio dell’ex raìs, Saif, da tempo ha dichiarato la sua volontà di candidarsi con il sostegno, dice, di tutte le tribù.

La seconda riunione della Libyan National Gathering

La scorsa settimana a Tripoli si è svolta la seconda conferenza della Libyan National Gathering, che raccoglie al suo interne figure fedeli al regime di Gheddafi. L’incontro si è svolto per annunciare l’intenzione di nominare dei candidati per le prossime elezioni nel Paese. “One Country Accommodates All” è lo slogan della campagna che vuole attivare una roadmap con tutti gli attori libici per integrare il piano d’azione di Unsmil, spiega The Libya Observer. “Chiediamo una conferenza nazionale che includa tutti i libici per ottenere la riconciliazione per il miglior interesse del paese – spiegano – e per unire istituzioni come la sicurezza e le forze armate, la banca centrale e altre, per porre fine alla divisione tra i concittadini”.

Il gioco sporco della Francia

Parigi pare sempre più determinata a portare la Libia al voto il 10 dicembre, ma le condizioni del Paese non lo consentirebbero. A sottolinearlo anche il presidente della Commissione elettorale libica Imad Sayeh che, stando a quanto riferito dal quotidiano Al Wasat già nella scorsa settimana, ha chiarito che le elezioni difficilmente si potranno tenere entro quest’anno vista la necessità di avere prima una legge sul referendum costituzionale. Ma la Francia preme e cerca alleanze anche con altri Paesi, come ad esempio l’Egitto. Proprio con Il Cairo nei giorni scorsi si è consumato un piccolo giallo a seguito della telefonata intercorsa il 16 agosto tra il presidente francese Emmanuel Macron e l’omologo egiziano Abdel Fattah al Sisi. Tema del confronto la situazione in Libia. Al termine del colloquio, Macron ha fatto sapere che tra i due presidenti esisteva una covergenza di vedute sulla necessità che le elezioni libiche si svolgano entro fine anno, così come previsto nelle “conclusioni della conferenza di Parigi del 29 maggio”. A seguire, però, una nota da Il Cairo non fa assolutamente menzione del supporto offerto da Al Sisi all’incontro di Parigi. Anzi, sottolinea che “la soluzione” del voto in Libia dovrà “essere puramente libica, in modo da soddisfare le aspirazioni libiche nel ripristinare stabilità e sicurezza”.

Il tentativo di pilotare le elezioni in Libia da parte della Francia, dunque, prosegue. Il vertice di maggio a Parigi, voluto dallo stesso Macron, per riunire attorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti e arrivare all’accordo per il voto a dicembre, ha sostanzialmente prodotto un accordo verbale e nessun documento firmato. Il fallimento del vertice non ha fermato il presidente francese che punta all’egemonia sulla Libia. Ma sulla Francia pesa, tra le altre, la vicenda giudiziaria dell’ex presidente Nicholas Sarkozy, partita nel 2013 e che riguarda presunti finanziamenti da parte della Libia per la campagna presidenziale del 2007 che portò lo stesso Sarkozy alla vittoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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