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REPORTAGE/2 Viaggio nella ‘sicurezza’ di Israele

Hebron: la città fantasma

a cura di Yamas e Francesca Musacchio 

Arriviamo a Hebron quando il sole è a picco. Da subito ci accorgiamo di essere in una città fantasma. Le strade sono vuote, pochi passanti, negozi chiusi e un pesante clima di tensione. Dalla Tomba dei Patriarchi arriva nitida la preghiera degli ebrei che in questo posto rappresentano una percentuale minima di residenti. La seconda città sacra dopo Gerusalemme, infatti, è uno dei territori più contesi della Cisgiordania e qui si vive davvero “sotto scorta”. Divisa in zona H1, sotto la responsabilità dell’Autorità palestinese, e zona H2, sotto la responsabilità della sicurezza israeliana, agli ebrei è concessa la presenza solo nel 3% della superficie.

Le abitazioni degli arabi si trovano a pochi metri dalla minoranza ebraica e, secondo le nostra guida, la convivenza non è  scevra da incidenti che coinvolgono la sicurezza israeliana, anche se non in maniera particolarmente pesante. Nelle strade che percorriamo si incontrano i posti di vigilanza dell’esercito israeliano presidiati da soldati che per tutto il loro turno di servizio debbono tenere in allerta i loro sensi guardandosi a 360° da eventuali minacce.

 

 

Alcuni bambini palestinesi giocano per le strade polverose, uno di loro si china a raccogliere sassi del tutto innocui, ma il solo gesto fa aumentare l’andatura della vettura su cui viaggiamo. Nei pressi della Tomba dei Patriarchi, vigilata dai soldati israeliani, un giovane arabo si offre come guida alternativa per la “città dei fantasmi”, Hebron appunto. E’ solo un attimo, il ragazzo compie qualche passo verso di noi e fa scattare la reazione dei militari che lo riprendono intimandogli di non attraversare il confine. Quale confine? Sulla piazza non vi sono indicazioni di sorta. É un confine virtuale, quello contrassegnato dal marciapiedi di destra, terra palestinese, da quello di sinistra, zona israeliana, ma denso di significato e motivo di guerra.

Il paesaggio è desolante e desolato. Il caldo non da’ tregua e tutto è avvolto nel silenzio. L’unico suono che continua ad arrivare è quello proveniente dall’interno della Tomba dei Patriarchi dove gli ebrei continuano le loro orazioni. Un luogo sacro per l’ebraismo secondo cui qui sono sepolti i Padri e le Madri: Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Lea. Il luogo è sacro anche per i musulmani per i quali prende il nome di Moschea di Abramo. 

 

 

 

 

 

 

Le case dove vivono gli ebrei, ci spiegano, sono le stesse che abitarono fino al 1929 quando gli arabi compirono una strage uccidendo 67 ebrei. A seguito del massacro di Hebron gli ebrei quasi sparirono dalla città e vi tornarono solo nel 1976 a seguito della Guerra dei sei giorni.

Le abitazioni degli arabi sono in tutto uguali a quelle dei pochi ebrei residenti, ma la manutenzione delle prime è inesistente e non per mancanza di mezzi. Ci viene spiegato che molti lavoratori arabi prestano la loro manodopera presso alcune colonie ebraiche, altri a Gerusalemme. Le donne preferiscono rimanere chiuse in casa, mentre i bambini sono lasciati nelle strade a giocare con la fantasia. Due gruppetti hanno aquiloni artigianali e li fanno volteggiare sopra i tetti delle case fino a oltrepassare la borderline. Il pensiero corre subito a quelli usati nella Striscia di Gaza per incendiare i terreni israeliani. Certo, un domani, a forza di essere indottrinati alla violenza contro i presunti occupanti, finiranno anche loro per andare a ingrossare le fila di Hamas o della Jihad islamica. Non lo auguriamo loro anzi, sarebbe un obbligo morale il fare qualcosa per quest’infanzia allo sbando, ma i rapporti con la comunità palestinese non consentono un intervento che non sia autorizzato dai rais locali non certo favorevoli ad intromissioni esterne alla comunità.

 

Mentre siamo qui, giunge notizia che nella Striscia di Gaza un 17enne è rimasto ucciso da colpi sparati dai militari israeliani durante la guerriglia scatenata dagli estremisti palestinesi contro le guardie di confine dello Stato ebraico. La cosa non stupisce più di tanto. La carne da macello utilizzata dai gruppi impegnati nella cosiddetta “resistenza” è costituita per lo più da adolescenti e giovani tra i 12 e i 20 anni, indottrinati a dovere e spinti nelle prime linee per mostrare il loro coraggio e lo sprezzo del pericolo. È un fenomeno emulatorio quello che coinvolge la gioventù palestinese che si giova, in modo non indifferente, dei “premi” devoluti ai caduti e ai feriti da Hamas. Deceduto, ferito gravemente, ferito lieve, sono le tre categorie in base alle quali i parenti dei “caduti” ricevono donazioni in denaro per alleviare le sofferenze della famiglia.

Nonostante questo a Hebron la situazione, al momento, non è così drammatica ma la tensione è palpabile. La vita si svolge all’interno di ostilità perenni e basta davvero poco per accendere la miccia. Le condizioni di vita della comunità araba e, soprattutto dei giovani, inducono a pensare che la mancanza di scolarizzazione, l’altissimo tasso di natalità e la disoccupazione latente potranno offrire agli estremisti nuove leve da impiegare in inutili battaglie contro gli “occupanti”, che poi tali non sono, poichè la popolazione araba detiene amplissime aree di territorio proprio nella Cisgiordania dove gli israeliani sono in netta minoranza. Ma queste zone rappresentano proprio quella parte di territorio abbandonata a sè stessa, incolta, inutilizzata se non per scaricarvi rifiuti e materiali di risulta. Così viene da pensare che la volontà egemonica degli arabi sia solo un pretesto per condurre attacchi a coloni e militari israeliani allo scopo di ottenre, senza soluzione di continuità, altri fondi da parte dell’Anp a cui sono devoluti dalle  Ong internazionali intenzionate, benevolmente, a finanziare lo sviluppo nei territori palestinesi, ma così non è.

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