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Resistenza agli antibiotici: in Europa causa 37.000 decessi

Cambiare le abitudini nell’uso dei farmaci, una soluzione per evitare futuri problemi

a cura di Sara Novello 

Secondo recenti stime dell’Oms i superbug saranno, nel 2050, la principale causa di morte. Le infezioni da germi antibiotico-resistenti rappresentano una emergenza sanitaria, soprattutto quelle derivanti dalle infezioni intra-ospedaliere (HAIs) che riguardano l’8-12% dei pazienti ricoverati. In Europa si stimano annualmente circa 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti, che causano oltre 37.000 decessi e sono responsabili di un significativo assorbimento di risorse (sanitarie e non) che ammontano a circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Negli Stati Uniti sono 2 milioni i soggetti colpiti da un’infezione resistente agli antibiotici, con circa 50.000 morti e una spesa che supera i 20 milioni di euro. Le più comuni infezioni sono polmonite (24%) e infezioni del tratto urinario (21%).

L’antibiotico-resistenza riguarda anche i batteri che causano le infezioni più comuni

L’infezione da Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), ad esempio, è la principale causa al mondo di infezioni comunitarie e di cure sanitarie. Colpisce oltre 150.000 pazienti ogni anno nella sola Europa, che costano al sistema sanitario europeo in spese extra-ospedaliere 380 milioni di euro. Solo le setticemie da MRSA variano negli Stati membri dall’1% a più del 50%, sebbene negli ultimi 5 anni i tassi di batteriemia da MRSA siano calati in modo significativo nei 10 Paesi europei con le maggiori percentuali di endemicità per questa pericolosa infezione.

Quale soluzione?

La resistenza agli antibiotici, dunque, è una delle più grandi crisi di salute pubblica dei tempi moderni. L’uso responsabile degli antibiotici resta una priorità, ma spesso può non bastare. La scienza rivolge lo sguardo alla batteriofagia, trattamento centenario in grado di fornirci un’arma nuova a difesa della salute.

A Tbilisi, in Georgia, si studia e si approfondisce un trattamento presso l’Istituto Eliava, basato proprio sulla terapia fagica. Essa fu scoperta all’inizio del XX secolo da Frederick W.Twort nel Regno Unito  (1915) e Felix d’Herelle (1917). In seguito D’Herelle conio’ il termine “batteriofago”, fondando l’Istituto Eliava con il microbiologo georgiano, George Eliava (1923), con l’obiettivo di renderlo un centro mondiale per ricerca batteriofagi.

La terapia fagica comporta l’uso di virus particolari che possono attaccare i batteri. Sostanzialmente si utilizzano batteriofagi naturali per il trattamento delle infezioni batteriche (ossia virus “buoni”) che infettano e si replicano all’interno dei batteri nocivi sconfiggendoli.

Attualmente l’Istituto offre sei preparati di batteriofagi sotto il marchio Eliava. I validi risultati clinici condotti nei paesi dell’Est consentono di essere ottimisti, e sono complementari alle recenti ma limitate sperimentazioni sugli animali condotti in Occidente.

L’8 giugno 2015 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha organizzato il suo primo workshop su tale tematica con l’obiettivo di “discutere con le parti interessate, possibili sviluppi delle terapie batteriofagiche per il trattamento delle infezioni batteriche”.

In tale documento l’Ema afferma che alcune aziende farmaceutiche stanno esplorando la possibilità di formulare “cocktail di batteriofagi” da utilizzare con sperimentazioni cliniche, in condizioni di buone pratiche di fabbricazione (Good Manufacturing Practice) in linea con le linee guida vigenti per i medicinali biologici. L’Ema, pur continuando a “intraprendere misure per facilitare lo sviluppo di tali prodotti”, sottolinea la necessità di studi clinici più ampi per dimostrarne la sicurezza e l’efficacia prima dell’approvazione al commercio.

Lo studio finanziato dalla Commissione europea

Uno studio sulla terapia fagica, già in esecuzione, è il Phagoburn Clinical Trial finanziato dalla Commissione europea. La ricerca mira a valutare la terapia fagica per il trattamento delle ferite da ustione in seguito infettate da batteri quali Escherichiacoli e Pseudomonas aeruginosa. Nel gennaio 2017 il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha pubblicato una linea guida intitolata “la gestione antimicrobica: il cambiamento dei comportamenti correlati al rischio nella popolazione generale”. 

La linea guida mira a “individuare misure per prevenire e controllare le infezioni evitandone la diffusione rendendo le persone consapevoli di come utilizzare correttamente i farmaci antimicrobici (in primis gli antibiotici) spiegando i pericoli connessi con il loro uso eccessivo”. Ad esempio, razionare in base alla patologia presente il numero delle compresse di antibiotico, evitando che vi sia un disavanzo pronto da prendere nel cassetto dei medicinali al primo malessere senza l’approvazione medica, ridurebbe senz’altro la resistenza antimicrobica e la diffusione di microbi resistenti.

Dunque, il cambio di abitudini sembrerebbe la soluzione più lungimirante da intraprendere per evitare future resistenze e un irreversibile danno alle nostre difese contro le infezioni. Nel frattempo la scienza guarda avanti riproponendo cose dimenticate che potrebbero fare la differenza.

Che cos’è l’antibiotico resistenza

Viene definito come un fenomeno per cui alcuni microrganismi divengono inattacabili all’azione dei farmaci che dovrebbero modificarli ed ucciderli. Alla base del fenomeno c’è un uso inadeguato di farmaci antimicrobici e anche di disinfettanti, in modo particolare negli allevamenti animali dove gli antibiotici vengono impiegati massicciamente a basso dosaggio anche a scopo preventivo.

Nel 2013 il professor Davies definì la resistenza antimicrobica come “una minaccia catastrofica” che potrebbe portare al ricovero, anche per interventi chirurgici minori, per una infezione ordinaria che non può essere più trattata con la somministrazione di semplici antibiotici. Nel 2015, l’Organizzazione mondiale della sanità pubblicò il piano d’azione globale sulla resistenza antimicrobica evidenziando come “essa mina il nucleo stesso della medicina moderna e la sostenibilità di una risposta efficace della sanità pubblica alla minaccia permanente di malattie infettive…”.

A seguito di questo allarme venne ideato e creato lo Stretegic and technical advisory group (Stag), gruppo di consulenza strategico e tecnico il cui scopo è riesaminare e contribuire a formare una strategia globale contro la crescente resistenza antimicrobica.

Nel 2016, sempre l’Organizzazione mondiale della sanità affermò nuovamente che “…la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce per la salute globale, la sicurezza alimentare e lo sviluppo di oggi. La resistenza antimicrobica si verifica quando i microrganismi (batteri, funghi, virus e parassiti) mutano una volta esposti a farmaci antimicrobici  (antibiotici, antimicotici, antivirali). I microrganismi che sviluppano la resistenza antimicrobica, chiamati “superbugs”, posseggono una incredibile resistenza. L’inefficacia della medicina e le infezioni, aumentano il rischio di diffusione di tali microrganismi resistenti…”.

Il Consiglio dell’Unione europea ha sollecitato gli Stati membri ad adottare, entro il 2017, un piano d’azione nazionale contro la resistenza antimicrobica, sulla base dell’approccio ‘one health’ e in linea con gli obiettivi del Piano di azione globale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

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