Napoli come Rio de Janeiro, da Scampia alle favelas

farmacia di turno

Quando si parla di Rio de Janeiro a qualcuno viene in mente Napoli. Musica e contraddizioni, allegria e degrado, incommensurabile bellezza e pericolosità criminale accomunano queste due città in maniera particolare. L’unicità di Rio è però rappresentata dall’essere una città “capovolta”: l’unico posto al mondo dove i poveri vivono in alto e le classi agiate in basso. Il panorama a picco sul mare è prerogativa dei favelados che vivono in baracche di fortuna sui morros che si ergono sulla “cidade maravilhosa“. A Napoli la separazione è assai più impercettibile con i suoi decumani che, come in un film in pianosequenza, possono portarti dai Quartieri Spagnoli ai “salotti buoni” in brevissime distanze. Nel tempo i ghetti brasiliani, le favelas, sono stati quasi tutti pacificati. Anche a Napoli il centro storico ha visto nel corso degli anni un miglioramento: ai piani alti dei palazzi dei Quartieri Spagnoli vivono sempre più professionisti e persone della medio-alta borghesia.

Non accade così a Scampia, un agglomerato di palazzoni costruiti tra gli anni ’70 e ‘90 per rispondere allo sterminato abusivismo edilizio esploso nel “Paese do ‘o sole”, negli anni ’60, nel centro della città. Con il terremoto del 23 novembre 1980, il progetto di questa mega-periferia ebbe il suo picco più discusso con la costruzione delle fantomatiche “Vele” e delle aree 167. Scampia è giuridicamente un quartiere di Napoli, eppure è distante dal centro diversi chilometri, tanto da rappresentare una città nella città. È negli anni ‘80 che questa zona riscontra il boom per i traffici di droga, soprattutto dopo l’infelice scelta di aprire una sede dell’Asl dove si distribuiva il metadone per i tossicodipendenti. I clan della camorra ebbero vita facile nel rendere Scampia la più grande piazza di spaccio d’Europa e con la droga a prezzi minimi, un quartiere interamente controllato dall’Anti-Stato con un proprio organismo di polizia interna, vedette e soldati. Sempre Scampia raccoglie inoltre il triste primato per tasso di disoccupazione della popolazione attiva che supera punte del 70% rendendo ancor più semplice il reclutamento di bassa manovalanza per la criminalità organizzata. Tra iniziative sociali, pur meritevoli, da parte dello Stato e delle associazioni, a Scampia sorgono tante cattedrali nel deserto che cercano di promuovere cultura e integrazione. Gocce nel mare laddove è persino sconsigliato di andare in giro sul motorino con il casco perché chi entra deve essere riconoscibili alle vedette che presidiano gli ingressi del quartiere non correndo così il rischio di “apparire” poliziotti o carabinieri. Tra belle storie di riscatto sociale e fiction molto romanzate, come la serie tv  “Gomorra” , Scampia resta lì abbandonata a sé stessa, tra mille progetti di riqualificazione che non trovano sbocco. A Scampia lo Stato, se esiste, non riesce a penetrare perché la camorra ha vita facile nel creare un sistema economico fondato sui traffici illeciti che è assai più vantaggioso di quanto possano offrire le istituzioni e il libero mercato. Anche per questi motivi, quando si è cercato a più riprese di militarizzare il quartiere attraverso un presidio più incisivo di esercito e polizia, lo Stato ha perso la propria battaglia.

Dall’altra parte del mondo, a Rio, la storia è del tutto diversa. Una democrazia assai più labile ha consentito negli anni una vera e propria guerra tra la polizia del “Bope“, il Batalhão de Operações Policiais Especiais, e abitanti della favela. Anche sui “morros” dilaga il traffico di droga e armi che vede coinvolti bambini, i “meniños de rua”, e gruppi di adolescenti. Un fenomeno che pure a Napoli sta esplodendo, soprattutto nei quartieri storici, con bande di baby-killer che tentano di occupare il vuoto lasciato dall’indebolimento dei sistemi della camorra decimati dalle stragi incrociate.

A Rio, già prima dei Mondiali di calcio del 2014 e alla vigilia delle prossime Olimpiadi che si svolgeranno in estate, sono state pacificate oltre 30 favelas con la presenza di un poliziotto ogni 150 abitanti. Alcune di queste favelas, da alcuni anni, è possibile persino visitarle abbastanza serenamente da parte dei turisti. Ad esempio, nella favela di Rocinha, dove ogni sera si tengono concerti e iniziative culturali che vedono oggi un turismo interno inverso rispetto al passato: sono i ricchi abitanti della costa che salgono sul morro e non più viceversa. Fra le ultime favelas pacificate c’è quella di Marè, dove sono penetrati oltre mille uomini della UPP (l’Unidades de Policia Pacificadora) per prendere possesso di una zona occupata da oltre 130.000 abitanti. Operazioni non senza conseguenze umanitarie poiché l’Onu ha denunciato che la società brasiliana non riuscendo ad affrontare e risolvere un problema tanto grande, tacitamente ha accettato che formazioni paramilitari, assoldate da negozianti o compagnie preoccupati di difendere la propria sicurezza, diano la caccia ai meniños de rua e talvolta li eliminano barbaramente. Nonostante l’ormai imminente avvio delle Olimpiadi restano alcune favelas ancora da pacificare. Le zone turistiche di Rio, da Copacabana a Leblon, da Lapa a Ipanema sono comunque ben presidiate dalla polizia turistica. Nonostante tutto, nella sola Rio, si registrano ogni anno oltre 500 omicidi.

Una recrudescenza di violenze che negli ultimi mesi si è vista anche a Napoli con un’escalation di uccisioni che sta raggiungendo nuovamente picchi altissimi. Tra Scampia e Rio c’è però una differenza abissale ed è tutta sui vantaggi economici che lo Stato impegna a favore di queste popolazioni: a Rio chi abita nelle favelas ha una diversa assistenza da parte dello Stato, attraverso programmi di assistenza sanitaria ed energia elettrica gratuita, tanto da far preferire ai favelados la vita all’interno del ghetto piuttosto che fuori.

A Scampia una soluzione non è stata trovata, lo Stato è presente in maniera discontinua. ed è in questa presenza incostante che la camorra ha buon gioco.

Di ghetti e periferie se ne parla sempre più spesso in Europa a causa del terrorismo. Tanto più dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles: due città nelle quali insistono le banlieu musulmane ad elevato rischio di radicalizzazione, come Molenbeek. Anche se con differenti approcci Rio e Napoli restano due esempi importantissimi per approcciarsi alla sfida che attende gran parte dell’Europa nel prossimo futuro quando le periferie saranno ancor più sature di cittadini provenienti da altre zone del mondo. Con la differenza, non trascurabile, che Scampia e le favelas sono nate all’interno di una cittadinanza che parla la stessa lingua, stessa religione e stessi costumi. Molto più difficile sarà gestire le periferie del futuro e ad esempio a Castelvolturno, in provincia di Caserta, a pochi chilometri da Napoli, ne sanno già qualcosa. Lì dove la popolazione di immigrati, per lo più centro-africana, è superiore a quella indigena, costituendo nei fatti la più grande banlieu d’Europa. Lì, dove non c’è né un Cristo sul Corcovado o uno dei 1000 tabernacoli votivi a santi e madonne che si incontrano nei vicoli di Napoli.

 

 

 

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