Analisi. Terrorismo: l’internazionale jihadista tra ritirata e minacce

Il baricentro del conflitto si sposta verso Ovest

farmacia di turno

Non accenna a fermarsi l’offensiva mediatica del Califfato e di altri numerosi gruppi jihadisti, nonostante la sconfitta subita nei teatri di guerra principali di Siria e Iraq e l’impegno internazionale rivolto al contenimento del network del terrore. Quotidianamente, sul web e i maggiori social network, si possono leggere messaggi bellicosi accompagnati da immagini cruente e slogan che incitano alla vendetta.

Una strategia che vede impegnati gruppi che vanno da Al Qaeda nel Maghreb islamico a Boko Haram, allo stesso Isis passando per i Talebani e la Wilayat Khurasan, la filiale afghana del Daesh che negli ultimi tempi appare come la formazione più attiva e temibile.

Pur nella considerazione del sostanziale fallimento della campagna “natalizia” dell’Isis, preannunciata come un periodo di “stragi crociate” in Occidente e fortunatamente risoltasi in un nulla di fatto, gli strateghi del terrore, secondo fonti qualificate, non hanno certo rinunciato ai propositi di spostare progressivamente verso l’Ovest il baricentro del conflitto contro i crociati. E i presupposti, in chiave analitica, ci sono tutti.

Si parte da al-Arish, la roccaforte dell’Isis situata sulle coste del Sinai, in pieno territorio egiziano, non lontano da Israele e sulla direttrice mediterranea che porta di direttamente in Libia, dove i gruppi insorgenti ricevono quotidianamente rifornimenti e uomini provenienti proprio dalla rotta mediorientale.

E la Libia non può certo considerarsi pacificata

Nel Fezzan operano miliziani transfughi del Daesh uniti a quelli endogeni, come gli associati ad Al Qaeda nel Maghreb islamico e i Murabitun, tutti impegnati a creare il caos necessario per togliere legittimità non solo al governo riconosciuto del premier al Serraj ma, in parallelo, anche a quello del generale Haftar, il tutto rivolto al tentativo di fare della Libia la testa di ponte verso l’anelato Occidente, ovviamente in chiave jihadista.

Africa

L’Africa, soprattutto nella zona del Sahel, soffre dell’attivismo del gruppo nigeriano di Boko Haram che spadroneggia anche e soprattutto oltre i confini verso Ciad, Mali e Niger dove, oltretutto, sono operative le missioni militari di Stati Uniti e Francia alle quali si potrebbe unire il nostro Paese, in un’operazione di stabilizzazione del Paese africano che pare non abbia ricevuto il placet dei cugini d’oltralpe.

Anche il Corno d’Africa e la zona a sud, soprattutto il Mozambico, subiscono quasi quotidianamente i raid degli Shaabab, il gruppo jihadista somalo impegnato a creare un Califfato sulla scorta dell’esperienza siro-irakena che comprenda anche il sud keniota, la Tanzania e la zona nord del Mozambico, territori dove il Credo islamista è parte del triste bagaglio culturale delle popolazioni rurali e dove le azioni dei miliziani vengono facilitate da controllo pressoché inesistenti e dagli alti livelli di corruzione delle forze di sicurezza.

Afghanistan

In Afghanistan la situazione appare completamente fuori dal controllo dei contingenti militari occidentali che, fino dal 2002, sono stati destinati nel Paese asiatico con l’obiettivo della sua normalizzazione. La pressione esercitata dai Talebani e dalla locale componente dell’Isis, la Wilayat Khurasan, ha provocato più di 200 vittime dall’inizio del 2018 e, quotidianamente, le due compagini mostrano il loro viso più cruento in una rivalità mirata al predominio della presenza jihadista nella zona.

Europa

In Europa il panorama della presenza di cellule operative legate allo jihadismo appare sostanzialmente immutato. A fronte di decine di operazioni delle varie forze di polizia, la nascita di nuove entità non sembra avere subito un freno. Se in passato la frequentazione di luoghi di culto da parte di aderenti a cellule eversive islamiste era un fatto conclamato e semplificava in maniera non indifferente il lavoro dell’intelligence, oggi la realtà è completamente mutata.

L’immigrazione clandestina e la relativa distribuzione a macchia di leopardo delle migliaia di “nuovi arrivati”, ha provocato nuove gemmazioni di realtà jihadiste dovute, soprattutto, alla presenza di reduci dal conflitto in Siria e alla loro attività di proselitismo tra gli stranieri presenti sul territorio e alla ricerca di una loro precisa identità. Il fenomeno viene oltremodo sostenuto dai massicci arrivi dalla Tunisia e dalla Libia dove l’attivismo jihadista non ha conosciuto pause, anche facilitata dal perdurare delle tensioni sociali in seno ai due Paesi nordafricani che inducono i giovani a percorrere sentieri alternativi a quello della democratizzazione delle società di appartenenza.

In prospettiva non si può escludere che le quotidiane minacce all’Occidente postate sui social network dalle varie entità legate allo jihadismo, debbano essere interpretate più come un invito all’azione di singoli soggetti che verso entità di più alto spessore dello jihadismo, e vogliano comunque fornire agli accoliti un segnale di continuità in attesa di intraprendere una più larga offensiva con iniziative di elevato impatto.

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