Dalla palude Isis all’incubo atomico: Trump contro tutti

Dopo il bombardamento sulla Siria, la flotta Usa punta a Pyongyang: il risiko inizia ora

farmacia di turno

È un braccio di ferro pericoloso quello iniziato fra Trump e Kim Jong-Un. A distanza di 72 anni dall’ultima detonazione nucleare, si ripresenta il braccio di ferro fra due paesi in possesso dell’atomica. In queste ultime ore sono infatti in atto manovre di avvicinamento alle acque territoriali di Pyongyang da parte della marina statunitense.

Il segretario di Stato, Rex Tillerson, ha indicato in Pechino un interlocutore affidabile, “d’accordo sul fatto che la situazione sia cresciuta d’intensità” e “che un’azione vada intrapresa”.

L’incontro di pochi giorni fra il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, e Donald Trump ha portato sul tavolo la questione della crescente minaccia, così definita dall’establishment Usa, di Kim Jong-Un nell’area.

Il tema sul quale si è discusso è stata l’ingerenza missilistica di Pyongyang e le ripercussioni sugli alleati di Washington: Corea del Sud e Giappone su tutti. Il meeting fra i leader delle due potenze sembra essersi chiuso nel migliore dei modi, con sorrisi e strette di mano. Ma il triangolo Usa-Cina-Corea del Nord e i giochi sulle rispettive aree di influenza vanno ben oltre l’affettato comportamento mostrato dai leader in occasione della chiacchierata a Mar-a-Lago.

I delicati rapporti tra Pechino e Washington

Lo scontro Pechino-Washington infatti, sul piano della presunta arroganza di Xi nel Mar Cinese Meridionale, non è stato toccato. In questo momento parrebbe che la priorità infatti non sia l’avanzare della marina presso le isole per cui già Obama aveva iniziato a mostrare gli artigli, ma tagliare fuori Kim Jong-Un da una possibile sponda con Pechino.

La posizione di Trump al tavolo con Xi non è stata certo quella di forza, infatti l’invito del presidente Xi arriva in un momento di doppia tensione, su entrambi i fronti più caldi del globo terrestre: il Medio Oriente, con tutto il ginepraio siriano-iracheno, e appunto l’uranio, a detta di Kim sempre pronto all’uso, nordcoreano.

Alle richieste di Trump i cinesi, presumibilmente, non avrebbero annuito senza richiedere una contropartita: il prezzo di una operazione contro Kim, con il silenzio-assenso pechinese, sarebbe un calo dell’influenza nell’area coreano-giapponese.

Ci sarebbe poi un altro dettaglio: Pechino non gradirebbe certo l’aprirsi di un fronte latore di instabilità viste le mire di espansione che volgono verso il Pacifico. Per cui è una mano complicata quella che si appresta a giocare il neo-presidente repubblicano.

Ma mettere a tacere la voce fuori dal coro di Kim Jong-Un non è un sogno dell’ultima ora. Già il 26 gennaio scorso, esattamente una settimana dopo la cerimonia di insediamento di Trump alla Casa Bianca, c’era stata una prima di quello che sarebbe accaduto oggi.

Dai vertici della Difesa era trapelata una data importante nell’agenda di James “Mad Dog” Mattis, fresco di nomina a capo al Pentagono: un viaggio di ricognizione in Giappone e Sud Corea, alleati Usa preoccupati dall’uscita degli americani dall’accordo commerciale Tpp voluta da Trump.

Oltre a rassicurare gli alleati, Mattis avrebbe sondato il terreno per una trattativa con Kim, con il quale Trump in precedenza aveva detto di voler parlare. Ma solo alla condizione che il programma nucleare di Pyongyang si interrompesse e che quella tecnologia non fosse donata ad altri paesi. In cambio le sanzioni sarebbero state alleggerite.

Il precipitare della situazione e l’incombenza di discutere della questione con i cinesi suggerirebbe che il mandato di esploratore dato a Mattis non avrebbe concluso al meglio la querelle. Tanto che il 17 marzo scorso il Segretario di Stato Usa aveva dato una nuova linea nel rapporto fra i due paesi affermando, in una visita a Seul: “Gli Stati Uniti sono aperti a tutte le opzioni per la Corea del Nord”.

Lo scontro con Assad

E alla questione nordcoreana si è aggiunta una seconda grana, che per gli Usa potrebbe trasformarsi in un vero e proprio fronte. In risposta al presunto bombardamento chimico di Assad su Idlib, sul quale nessuna inchiesta ha accertato ancora se si sia trattato del presidente siriano o di una trappola del Califfato, dal Mediterraneo la marina americana ha lanciato 59 missili Tomahawk sulla base dalla quale era partito il presunto aereo lealista. L’azione, totalmente inaspettata vista la fine imminente sul piano militare dell’Isis, ha cambiato tutto il risiko delle alleanze che finora si era stabilito.

L’attacco “a uno Stato sovrano” come hanno ribadito Mosca e Pyongyang, ha trovato il favore di israeliani, sauditi, turchi ed europei. Tuttavia non si comprenderebbe perché, se Raqqa era in procinto di cadere e così Mosul, i vertici del Pentagono avrebbero dovuto operare un’azione di forza, ispirati dalle immagini del bombardamento che a Idlib aveva fatto decine di giovani morti.

Un dettaglio dell’operazione risiede anche nel fatto che quando la Casa Bianca avrebbe ordinato l’attacco ad Assad, il presidente cinese fosse con Trump. Un messaggio da portare a Pyongyang forse? O magari un modo per mostrare i muscoli con chi ci si dovrà confrontare?

Si naviga nell’oceano delle ipotesi. Sta di fato che i 59 Tomahawk hanno distrutto molto più della base che l’alto comando del Pentagono voleva colpire. Da alcune ora Mosca ha tagliato ogni ponte diplomatico con Trump, che era stato persino accusato di essere stato spinto in sella da Putin stesso, attraverso i media filogovernativi e azioni di hacking ai danni di esponenti di punta dei democratici avversari del costruttore newyorkese durante la campagna elettorale.

Assad era infatti un alleato del Cremlino ed era quasi riuscito a riconquistare l’intero territorio occupato dall’Isis. L’operazione di Idlib ha scompaginato tutte le carte e si presta alle più varie interpretazioni.

La conquista di Raqqa appare fondamentale per il nuovo corso del paese e un intervento americano così inaspettato potrebbe rallentare l’esercito curdo, alleato occidentale, che aveva lasciato il passo ai lealisti coadiuvati dai russi.

In altre parole Trump potrebbe voler entrare per primo a Raqqa per potere avere un posto di rilievo nella guida della transizione nel dopo Assad. Ma resterebbe ancora un mistero il perché della rottura con Putin, che il presidente Usa ha sempre giudicato positivamente.

E qui il ventaglio delle possibilità si fa davvero infinito. Avvicinandosi Xi a Washington, Trump avrebbe preferito coccolare l’alleato cinese in vista della prova di forza con Pyongyang e scaricare Putin per opportunità geo-politica.

La questione Iran

C’è un altro grande scontento dopo la improvvisa mossa Usa: l’Iran. Estenuanti trattative per una convergenza sul programma atomico non sembrerebbero essere servite a tanto visto che ora il Gigante Sciita, che tanto aveva investito nel rimettere in piedi Assad, si trova con una situazione diversa fino a pochi giorni fa. Anche in questo caso si cammina nella nebbia delle ipotesi, ma l’amministrazione Trump ha al suo interno molti anti-sciiti.

Uno di questi è la carica più alta delle forze armate Usa: il “Mad Dog” al comando del Pentagono. Mattis non è mai stato un pro-iraniano e lo ha più volte ribadito. E c’è da scommetterci se a Westpoint, nelle altre accademie o alte gerarchie militari non ci sia qualcun altro che la pensa come il pluridecorato generale.

L’establishment potrebbe insomma non aver visto di buon occhio il lavoro pre-presidenza di Trump per cucire rapporti con Mosca e stia cercando di riportare sulla vecchia strada l’impresario newyorkese. Del resto il consenso interno di Trump non era molto e quello popolare a marzo era dato al 36% da un sondaggio Gallup.

Fra Cina e Russia rimaste alla finestra, la Corea del Nord che digrigna i denti e gli Usa impegnati su due fronti, restano comunque mille ipotesi e un imbarazzante silenzio: quello dell’Europa. Il Vecchio Continente è fuori da ogni dinamica geo-politica e non riesce nemmeno a mettere sul tavolo un interesse condiviso da portare avanti in una politica estera sparita dalle agende.

Le cancellerie italiane, tedesche, francesi e inglesi si sono intanto schierate con la Casa Bianca, ma non hanno alcuna idea su come risolvere una crisi mediterranea che le riguarda da vicino. Più vicino di tutti gli altri attori in gioco in questa partita.

@Lenrico1

 

 

 

 

 

 

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