Niqab e drag queen: ecco l’America dei “travestiti”

Nell’epoca del muslim ban la libertà viaggia in metro

farmacia di turno

C’è un’immagine che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo, divenendo virale in un battibaleno, dividendo, scatenando discussioni negli Stati Uniti di Donald Trump, innestando confronti e accuse, critiche e ironie. L’ha postata sul suo profilo Instagram Boubah Barry (@boubah360), uno studente della Guinea, e immortala, sedute l’una accanto all’altra nella metropolitana di New York, una donna con il niqab (il velo integrale islamico che copre il volto e il corpo della donna, lasciando scoperti, nella maggior parte dei casi, solo gli occhi) e la drag queen Samuel Themer (artista statunitense che si esibisce nei panni di Gilda Wabbit) in posizione un pò sbracata, con addosso un vestitino cortissimo color turchese. Due mondi, due culture, due emisferi sociali, persino mentali. “Così è come dovrebbe essere la libertà”, scrive Boubah Barry, che poi, rivolgendosi direttamente a Trump, aggiunge: “Signor Presidente, noi non abbiamo problemi con la diversità e abbracciamo la libertà delle religioni. È scritto nella costituzione”, invitando, infine, lo stesso presidente “a leggerla qualche volta”. L’immagine, diffusa urbi et orbi e rilanciata in modo capillare sui social (17mila like e oltre 6mila retweet) è emblematica, le reazioni sintomatiche dell’epoca in cui viviamo, le conclusioni, azzardiamo, inevitabili. “Questo è il futuro che vogliono i liberal”, urla, protestando, qualche conservatore, mentre su molti profili Twitter, Instagram e Facebook, la donna velata e la drag queen vengono sostituiti con super-eroi e animali, a mo’ di rappresentazione di quella che alcuni considerano un’inaccettabile deriva. Anche individualista. Dall’altro lato ci sono proprio i liberal, che inneggiano a quello scatto come esempio di tolleranza e accoglienza (che difficilmente potremmo vedere, ad esempio, in Russia, là dove andarsene in giro in metro con addosso il velo è particolarmente avventato). Certo, non manca il sarcasmo (“oh mio Dio – si legge su un profilo Twitter – due persone che pensano agli affari loro sulla metro! Chiamate la polizia”), né gli italiani entusiasti (come @nfcinereporter, che parla di “immagine di libertà”), ma è lo stesso Themer, alias Wabbit, a tentare di spiegare il senso di quella foto: “Spero – scrive – che un giorno una foto di una donna in niqab seduta accanto a una colorata drag queen non sia qualcosa fuori dal comune (…). La realtà che viene illustrata da questa immagine mi preoccupa perché il divario è ancora profondo. Quando due gruppi utilizzano la stessa immagine per dare addosso uno all’altro si finisce solo per favorire i pregiudizi”.

Ma cos’è quello scatto? Cosa ci racconta davvero, al di là degli automatici schieramenti e delle opinioni a volte grossolane? Forse ci dice che, anche in epoca di “Muslim ban” (il provvedimento, poi sospeso dai giudici e ora modificato e rinnovato da Trump, con il quale si vieta l’ingresso per le persone provenienti da alcuni Paesi a maggioranza musulmana), gli Stati Uniti d’America restano gli Stati Uniti d’America, l’Occidente rimane l’Occidente. La commistione di culture impressa in quella immagine e l’individualismo che simboleggia, ci dice che nessuno può far tornare indietro l’America, nessuno può annullare le conquiste occidentali. Non si tratta di esaltare il multiculturalismo (amato, criticato e sicuramente fallito), ma di prendere atto di un mondo occidentale andato ormai oltre. Forse troppo? Chissà! L’America, però, è l’America, e ci racconta che ciò che doveva cambiare è già cambiato. Nessuno può riportare indietro l’orologio della storia. Buona o cattiva che sia. L’America è ancora libertà. Lo è stata ieri, lo è oggi, lo sarà domani. L’America è tolleranza, l’America, e l’Occidente, sono sempre diversità. Quella drag queen, quel niqab (che pure oscura la dignità della donna), fanno già parte di noi. Combatterli, forse, non si può più. Ciò che ci mostra quella foto accade. È già accaduto. Chissà quante volte, ogni giorno, e chissà in quante altre parti del mondo sarebbe possibile immortalare quello stesso scatto. Non nei Paesi illiberali, certo, non in Iran o in Arabia Saudita, ma in Occidente sì. Perché siamo noi la libertà. Anche questa libertà. È un bene? Forse. È una deriva? Può darsi. Lo si vedrà. Di certo è libertà. Un’idea malsana di libertà? Qualcuno lo pensa. Ma gli Stati Uniti restano e resteranno anche quella cosa lì. Perché lì, in quella sterminata terra di libertà, in quell’alfiere del mondo libero che invita a ricercare la felicità, una musulmana col niqab e una drag queen col cellulare in mano potranno sempre sedere, e viaggiare, una accanto all’altra.

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