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Psicologia del bullo: un carnefice che chiede aiuto

L’esperta: “Il prepotente nasconde grande insicurezza e fragilità”

“All’origine del bullismo non c’è violenza, ma una componente molto più forte di cattiveria che include il denigrare l’altro, farsi gioco della debolezza dell’altro per sentirsi forti. Il bullo ​o la bulla costruiscono un senso di potere personale sulle spalle della debolezza provocata negli altri. Il motivo è che in realtà il bullo nasconde grande insicurezza e fragilità”. Lo ha dichiarato a Ofcs.report la dottoressa Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta e direttrice dell’Istituto di Gestalt Hcc Italy.

Dottoressa, di solito si indaga e si tende a discutere quasi sempre della vittima di bullismo. Proviamo a interrogarci sull’altra parte, quella del carnefice e cioè di chi esercita un’azione di bullismo nei confronti di un altro. Quali sono le cause che si celano dietro a un comportamento da bullo?
“Il bullismo è un fenomeno multi-fattoriale. Sicuramente ci sono delle cause di ordine interno alla personalità del bullo e in primis su tutte prevale la scarsa fiducia in sé stessi e uno scarso senso di sé. Nella psicologia del bullo questo senso di insicurezza si traduce nell’usare l’altro, cioè la vittima per emergere e per generare un’affermazione di sé stessi. La vittima, bersaglio su cui esercitare la propria prepotenza procura al bullo una forza vicaria che in realtà non possiede poiché profondamente insicuro e insoddisfatto. Poi possiamo ricondurre a un comportamento tipico da bullo delle cause di ordine sociale come il frequentare cattive compagnie, una famiglia abbandonica o anche l’ambiente scolastico può essere una concausa”.

Quando parla di famiglia abbandonica a cosa si riferisce?
“Mi riferisco al fatto che molto spesso i genitori tendono a negare ciò che non vogliono vedere nei propri figli. Si arriva al punto in cui il genitore non ascolta più il proprio figlio e sottovaluta i suoi comportamenti, perché ansioso e preoccupato per il lavoro o preso dalle sue beghe quotidiane. Uno degli errori più frequenti che un genitore fa è quello di ignorare il silenzio del proprio figlio. Un figlio che non manifesta apertamente le sue preoccupazioni, la fragilità o le sue insicurezze non vuol dire che non le abbia”.

Quale può essere la “soluzione”? Qual è la strategia più opportuna che deve adottare il genitore, una volta venuto a conoscenza che suo figlio è un bullo?
“Il dialogo rappresenta la strategia vincente. Dialogare con il proprio figlio, recependo anche i minimi segnali come indice di qualcosa che potrebbe non andare per il verso giusto. Il bullo, come figlio, ha bisogno di sentirsi attenzionato, ricevere sicurezza e affetto più degli altri ragazzi della sua età. Molto spesso si evidenzia una carenza dell’attività genitoriale da questo punto di vista. Non bisogna mollare, non bisogna abbassare la guardia e pensare che i propri figli non abbiano problemi, e soprattutto occorre controllare le amicizie di cui il figlio si circonda, perché anche le cattive compagnie possono rappresentare il segnale che il proprio figlio adotta comportamenti da bullo”.

No a un impostazione educativa rigida fatta da punizioni o di severi divieti che si rivelerebbe controproducente
“Assolutamente controproducente. Il bullo non può e non deve essere isolato. Come le proprie vittime ha bisogno di aiuto. E’ l’unica cosa che può redimerli verso un atteggiamento di rispetto delle fragilità proprie e dell’altro.”

Il ruolo della scuola e degli insegnanti è fondamentale per costruire una rete di aiuto e sostegno intorno al genitore del bullo?
“L’azione della scuola è molto importante. Il problema di fondo nella scuola è che i programmi scolastici, il linguaggio stesso degli insegnanti non è lo stesso dei ragazzi e non è adeguato né nella modalità né nei contenuti a una efficace interazione con i più giovani. Questo contribuisce a isolare le due parti, allontanandole. Sarebbe necessaria una formazione specifica per gli insegnanti, con corsi ad hoc di supporto per migliorare la comunicazione con i propri studenti.”

La funzione di uno psicoterapeuta, quale lei è, come si inserisce in questo percorso?
“Sostenendo le risorse, fornendo un “sostegno nell’intenzione positiva”. Mi spiego meglio. Il ruolo dello psicoterapeuta è aiutare il genitore e il modo più giusto di farlo è esaltare ciò che di positivo c’è. Siamo abituati a dire ciò che non funziona, a colpevolizzare e basta. Questo è profondamente demotivante per il genitore, che così non riesce ad aiutare il figlio se per primo non ha fiducia nel suo ruolo e nella sua azione genitoriale. Lo stesso atteggiamento di fiducia dovrebbe essere adottato nei confronti del bullo, spronandolo per quello che di positivo c’è e fa”.

Il bullo si pente?
“Il bullo non si pente, raramente lo fa. Il pentimento è sempre meno frequente nei giovani bulli. Questo perché i giovani oggi sono de-sensibilizzati alle emozioni, vivono come in un videogioco, una realtà virtuale e falsata in cui sentono meno le emozioni e il corpo. Di conseguenza sentimenti come il pentimento difficilmente appartengono alla complessa personalità del bullo”.

 

 

 

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