Elezioni Usa: Trump, il miliardario cinico e sbruffone che parla al ventre molle dell’America

Cinico, sbruffone e nato con la camicia. Sono solo alcune delle accuse lanciategli contro dai suoi detrattori, ma Donald Trump è lì. Dove si deciderà chi sarà il prossimo a sedersi nella stanza ovale a Washington. Fortemente contrario al massiccio afflusso di immigrati e fautore di una politica estera diversa che faccia anche di Putin un potenziale interlocutore, il costruttore newyorkese è riuscito a superare lo scoglio delle primarie contro i nemici Dem e quelli che dovevano essere i suoi alleati: la leadership del Gop. Inviso all’intelligentia del partito conservatore, che prima aveva individuato in Jeb Bush e poi in Marco Rubio il candidato per sfidare la Clinton, il magnate si trova a combattere una battaglia elettorale che in pochi avrebbero immaginato.

Ma chi è Donald Trump? 

La sua parabola comincia negli anni del college, dove è un buon studente e un discreto atleta. Milita nella squadra di football dell’istituto. Figlio di un ricco imprenditore del settore immobiliare, riceve 1 milione di dollari dal padre per andare a far fortuna a Brooklyn, dove il sole della ricchezza della New York dell’impero Trump non era ancora sorto. Di quel prestito gli verrà chiesto fino allo sfinimento. In tutte le interviste in cui l’allora giovane Donald esclamava “mi sono fatto da solo” gli veniva detto “con un milione di dollari in tasca non puoi dirlo”. Contribuisce alla trasformazione della città. La sua Manhattan infatti vive lunghi periodi bui per la criminalità che morde la Grande Mela, prima di splendere anche per merito degli investimenti dei Trump. Si scontra spesso con i sindaci che si succedono negli anni, in particolare con Ed Koch negli anni Ottanta. Imprenditore di successo con la presenza fissa nella classifica di Forbes e con i suoi oltre 4 miliardi di dollari di patrimonio, è uno degli uomini più ricchi del pianeta. Ma la sua carriera imprenditoriale ha alcune pesanti ombre. Prima fra tutte l’accusa di aver fatto fallire molte sue aziende, fra queste la Trump Airlines, il crac che fece più danni sui conti del suo impero.

Con la politica il flirt è stato continuo. Prima dichiaratosi democratico, poi repubblicano, Trump ha sempre fatto valere una ricetta ultraliberista, fedele ai programmi della Nra a favore del possesso delle armi da fuoco e contraria all’immigrazione. E quel giovane Trump, che diceva “metterei tutto me stesso al servizio di questo Paese se dovessi mai fare il presidente”, non è cambiato poi molto. L’oggi 70enne costruttore statunitense ha cambiato moglie, colore dei capelli e delle cravatte. Ma non l’idea che il lavoro è la base su cui l’America deve ripartire. “Make America Great Again” è il suo mantra elettorale. Lo stesso di Ronald Reagan, il presidente repubblicano che lo stesso Trump appoggiò nella sua corsa alla Casa Bianca negli anni Ottanta.

Il miliardario è figlio di quell’edonismo, della stretta alla spesa pubblica e di una politica estera dal pugno di ferro. I punti più forti, e discussi, del suo programma. Recentemente il candidato repubblicano alla presidenza è stato accusato di aver fatto affari con una banca iraniana sospettata di avere legami con gli estremisti sciiti. Ma non è il primo affare che la famiglia Trump avrebbe concluso con governi ostili agli Stati Uniti. Nonostante ciò, per Trump, Vladimir Putin “è un leader” e la Cina va considerata nemico per le politiche economiche e strategiche che persegue. Sono molte le ombre che oscurano la sua candidatura e il suo programma, ma Trump è lì. Recentemente è stato calcolato che il voto degli ispanici, osteggiati da Trump per la politica anti-immigrazione nei confronti del Messico, non ha affatto snobbato il miliardario. Anzi. Il magnate newyorkese avrebbe ottenuto dalle comunità latinos più voti di Mitt Romney nel 2012.

Quella di Trump insomma è una figura che spaventa ma che ottiene seguito in ambienti disparati. Lo sostengono personalità della politica e non solo. Da Rudolph Giuliani, sindaco repubblicano di New York anche durante l’11 settembre, a Clint Eastwood, che lo reputa “l’unico a non parlare come un fighetto”. L’America a cui il magnate si rivolge è quella arrabbiata della crisi, quella che non vuole lo straniero e che però i dem non hanno saputo placare. Black Lives Matter è nata durante la presidenza Obama del resto.

Non è Trump che vincerebbe le elezioni, ma l’America che lo segue. Quella della classe media delusa e per questo incattivita. Quella parte di Paese, il ventre molle degli Usa, può non vincere, ma non può sparire.

 

 

 

 

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