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Corea del Sud, il neo presidente stretto tra Usa e Cina cerca dialogo con Kim

Moon: sunshine policy per la riconcilizione con la Corea del Nord ma Trump lo pressa sul Thaad

Si dice che l’ultimo missile balistico lanciato da Pyongyang, caduto poi nel mare del Giappone, sia stato un modo per testare la reazione del “nuovo nemico del Sud”. Il neo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, non ha naturalmente perso tempo nel condannare l’azione che “viola le risoluzioni dell’Onu”. Ma l’atteggiamento del leader liberale non cambia: dialogo e un piano distensivo nelle relazioni con la Corea del Nord, rimangono gli assi della politica estera del presidente appena eletto. A questi si aggiungono qualche possibile frizione con gli Stati Uniti e un miglioramento nei rapporti con la Cina.

Chi è Moon Jae-in, nuovo inquilino della Casa Blu, l’edificio che ospita gli uffici della presidenza a Seul dal 1991.

Liberista di fede cattolica, si è aggiudicato il 41,1% dei consensi dei cittadini sud-coreani andati in massa alle urne (77%): un record che non si registrava da 20 anni. Il leader del partito democratico succede alla discussa prima presidente donna del Paese, Park Geun-hye, finita agli arresti lo scorso marzo in seguito all’ennesimo scandalo di corruzione, che ha visto coinvolto il vertice istituzionale di Seul, sancito dal voto in maggioranza del parlamento a favore del suo impeachment.

L’ha promesso in campagna elettorale come primo atto da presidente: la riapertura e l’espansione del complesso industriale di Kaesong. L’impianto era stato chiuso nel febbraio del 2016 dall’ex presidente Park Geun-hye, come risposta ai vari test missilistici e nucleari compiuti dal regime. Il distretto si trova all’interno dei confini nord-coreani, dove dal 2004 hanno sede 124 imprese sud-coreane e lavorano 54.000 cittadini del Nord. Un modello di cooperazione, voluto e finanziato in parte da Seul, per incentivare le relazioni economiche tra i due paesi e creare un importante sito industriale all’interno della penisola, sottraendosi così alla calamita della Cina. Si stima che gli introiti complessivi per Pyongyang ammontino a circa 100 milioni di dollari. Molti dei quali però non andrebbero a finire nelle tasche dei lavoratori bensì, questa l’accusa che arriva da Seul, nel finanziare lo sviluppo delle armi nucleari di Kim Jong-un.

Sunshine policy 2.0

La cosiddetta “sunshine policy”, espressione tornata di moda con l’elezione dell’avvocato per i diritti umani (figlio di rifugiati nord-coreani), è stata la linea politica voluta dai suoi predecessori riformisti per la riconciliazione con la Corea del Nord, attraverso soprattutto legami finanziari e commerciali (Kaesong n’è l’emblema). Moon Jae-in è stato capo di gabinetto dell’ex presidente democratico, Roh Moo-hyun, proprio negli anni dove la sunshine policy era un’espressione all’ordine del giorno.

I rapporti con Cina e Stati Uniti rimangono i nodi cruciali da sciogliere durante il suo mandato

Il neo eletto presidente ha già fatto sapere di essere “sulla stessa lunghezza d’onda del presidente Trump”, definendolo “più ragionevole di quanto sembri”. Ma in realtà la questione primaria rimane la definizione economica e strategica dello scudo missilistico Thaad, anti-missile Terminal High-Altitude Area Defense system, realizzato dagli Stati Uniti e installato nel sud-est della Corea del Sud, come barriera contro possibili attacchi missilistici del vicino Kim Jong-un. Un’opera che non è piaciuta alla Cina, considerata una minaccia per la sua sicurezza nazionale, per via dei potenti radar a lungo raggio che permetterebbero agli americani di spiare i principali asset militari cinesi nella zona.

In un primo momento i costi del Thaad sembravano dovessero essere a carico degli Stati Uniti, ma lo stesso Trump ha dichiarato che la spesa per la realizzazione del sistema missilistico sarebbe stata a carico della Corea del Sud (1 miliardo di dollari). Il presidente americano ha anche aspramente criticato l’accordo di libero scambio con Seul, definito “orribile” dal tycoon e a sfavore degli Usa, che era stato raggiunto a fatica dalla precedente presidenza Obama.

Dal rapporto con l’alleato storico oltreoceano dipenderanno anche le relazioni con il gigante cinese. Moon Jae-in ha già fatto sapere di voler trattare sullo scudo missilistico anche con il governo di Pechino, che rappresenta per Seul il primo partner commerciale ma anche l’interlocutore strategico nel tentativo di riconciliazione con la Corea del Nord. Per la Cina, che in questi giorni mette in vetrina nella sua capitale la nuova “Via della Seta”, un maxi piano di investimenti miliardari per ripercorre le tratte del passato, la risoluzione della crisi coreana passa attraverso solo una strategia politico-diplomatica e non militare. Ma il missile di medio raggio, lanciato domenica mattina dalla base di Kusong, che secondo i giapponesi sarebbe potuto arrivare a colpire l’isola di Guam (territorio americano), sembra essere l’ennesima provocazione del dittatore di Pyongyang agli occhi del mondo.

@GargaDani

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