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Riflessioni sull’aggressione alla libertà di stampa

a cura di Eques

Quella dei giornalisti, come ogni categoria in cui si raggruppano pluralità di soggetti, è ovviamente variegata e multiforme. Di sicuro non è, nè può pretendere, di rimanere immune da censure e critiche, quando è la prima a censurare e criticare, con sempre maggior frequenza, insultando chi suscita un qualche interesse, senza dar conto delle reali ragioni della loro riprovazione. Costoro, ma non se ne comprende la ragione, forse accecati dal desiderio di distruzione mediatica del loro obbiettivo del momento, stanno sempre di più perdendo i contati con la realtà.

Spesso propongono notizie in modo talmente veemente, da non realizzare neppure di proporre immagini che al lettore medio suscitano l’effetto contrario, lasciando senza risposte le domande che la gente cosiddetta normale si pone, e a cui però non trova risposta. Spesso le critiche non sembrano genuina espressione di riprovazione per fatti, quanto strumento di difesa (?), o di aggressione (?), verso chi è stato eletto a proprio, o di qualcun altro, nemico.

E allora, siamo davvero sicuri che l’accusa, o quanto meno il dubbio, verso alcuni giornalisti, essendo evidente che l’attacco non è alla categoria in generale, o a tutti i suoi appartenenti, ma solo verso alcuni, di agire, prezzolati, per conto terzi, ancorché espresso in quel modo, da me non condiviso, sia così infondata?

E infatti, quali sono le censure rispetto alle accuse?

Solo quella dell’utilizzo di termini ed espressioni volgari, ma sulla sostanza delle accuse qualcuno ha sentito dir nulla? E allora, torniamo con i piedi per terra, e andiamo a vedere come questa sorta di “pasionarie” della verità, agiscono.

Così, tanto per fare un solo esempio, dare a chiunque del “cazzaro”, magari con aggiunta cromatica, così tanto per dar colore all’insulto (o forse accertarsi di una più sicura identificazione), quale che ne sia la ragione, oltre che dimostrare la maleducazione e l’incapacità di criticare in modo composto chi non si condivide, può esser ritenuto espressione della libertà di stampa, intesa come esercizio del diritto di cronaca o di critica?

Lo giudichi chi legge. 

Certo non dimostra coraggio, essendo facile e privo di rischi, salvo quelli giudiziari, che per fortuna, talvolta si realizzano, insultare riparati dalla distanza, solo digitando su una tastiera.

E così è quand’anche fosse vero che il bersaglio abbia detto, o fatto, cose che meritano censura.

Non dovrebbero così stupirsi questi autoproclamati depositari di verità se, a fronte di menzogne da loro lanciate nel crogiuolo mediatico, qualcuno, magari sempre da loro spesso preso di mira, quando li colga in fallo possa reagire e anche in modo acceso.

L’accusa di essere delle “puttane” al soldo di qualcuno, è certamente una critica espressa in modi e toni che travalicano tante cose, prima tra tutte l’educazione.

Ma la domanda che ci si dovrebbe proporre è, a mio avviso, del tutto diversa.

Tu giornalista, che strepiti e ti agiti perché è stata usata un’espressione volgare, che però sai bene indirizzata a un certo modo di fare giornalismo, e soprattutto ad alcuni di voi, sei sempre tu, che scrivendo quel che ti passa per la testa, senza limiti, controlli e contraddittorio, insulti, e sovente insinui in modo subdolo le peggiori nefandezze a carico di altri, pensi davvero di poterlo fare?

Per cui, cari accesi difensori del nostro diritto a conoscere la verità, fate una cortesia, lasciate da parte gli strepitii da strada, che non interessano nessuno, e fate vera informazione, evitando di raccontare cose non vere, ma soprattutto, e questa è forse l’aspetto più dolente, fornite una informazione completa e non parziale, come sempre più spesso dobbiamo osservare.

Non c’è da gridare alcun allarme contro inesistenti pericoli di compressione, limitazione, o condizionamento del sacrosanto diritto, anzi, diritto/dovere, di informare, di cui alcuni sostengono di esser vittime, ma soltanto una critica, certamente dura, altrettanto certamente oltre i limiti della continenza, dell’educazione e del rispetto, a un certo modo di fare giornalismo, e basta.

Quelle espressioni brutali, non di rado utilizzate però da molti di quelli che oggi che se le sentono usare contro, insorgono a difesa della libera stampa (che non c’entra un fico secco), quando quelle espressioni, o similari, ma molto più accortamente plasmate attraverso un sapiente uso dell’arte dell’insinuazione, sono i primi a usarle, certamente con modalità espressive più composte, ma in molti casi dagli effetti ancor più devastanti, non vanno bene, né nella forma, né nel merito, chiunque le utilizzi.

Certamente però non possono esser usate per far da schermo coprente al problema vero, e cioè al dovere di informare, correttamente, e compiutamente, non manipolando i fatti.

E così leggiamo che, una critica, ma forse sarebbe più esatto dire un irriverente titolo, con cui un giornale appellò, in modo assai ironico, il Sindaco di Roma (scusate, ma per me i ruoli sono e rimangono ruoli, non maschili o femminili, ma come da sempre, semplicemente asessuati, e mi rifiuto di adagiarmi sull’onda di gente che, credendo forse di innovare, semplicemente storpia la lingua italiana), diviene fonte di penale responsabilità.

E sarebbe il caso anche che la smetteste, cari giornalisti (ribadisco, mi rivolgo solo a chi lo fa, e non a tutti), di rappresentare invece che fatti o raffigurazioni di vostri desideri, o forse sogni, come se fossero … fatti accertati e verificati.

E già che ci siamo, smettetela anche di esercitare il sacro diritto di cronaca, raccontando fatti veri, omettendo dettagli, magari importanti, perché non offrite affatto al lettore un’immagine asettica, sia pur esprimendo le vostre opinioni, ma lo indirizzate verso il risultato che volete conseguire.

Questo, signori cari, non è affatto corretto.

Un esempio? Quello del bambino di cinque mesi trovato morto nella culla nel torinese, apparentemente senza ragioni. Molte testate hanno riportato la notizia, ma nessuna ha riferito che era stato vaccinato poche ore prima.

Precisato che, personalmente, sono convinto che vaccinare i propri figli sia semplicemente la normalità per qualunque genitore di medio buon senso, senza neppure voler ipotizzare che siano imposte vaccinazioni non necessarie, la domanda che mi sono posto è molto semplice, e cioè: perché nessuno lo ha scritto questo che è un dato, sicuramente utile, per chi dovrà indagare?

Ultimo esempio di questo bel modo di scrivere di questi tempi ce lo offre un giornale di Napoli. Riporto il titolo: “Madre faceva prostituire i figli di 3, 4 e 7 anni: tra i clienti un carabiniere”. Dico, ma chi l’ha scritto, si rende conto della scempiaggine che ha detto?! Bambini di 3, 4 e 7 anni “fatti prostituire”???? Non è che sono stati fatti violentare dalla madre??? Se questo è modo di fare informazione, beh, grazie tante, ne faccio volentieri a meno!

Più che la falsità delle notizie, i maggiori danni li produce la parzialità dell’informazione, e questo fenomeno, senza dire fesserie su pericoli di censura, dovrebbe indurre a fermare questo fenomeno.

Poi vi domandate perché la gente crede sempre meno a quel che scrivete, cari giornalisti?

Rispondetevi da soli.

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