#SognandoLaCalifornia. Modelle d’arte, le muse ispiratrici non sono scomparse

L’intervista: “Rivendica il tuo corpo per sconfiggere la bulimia”

farmacia di turno

Immagino che ai più il nome di Simonetta Cattaneo Vespucci non dica nulla, se non per quel Vespucci evocativo di ardite imprese marinare. Tutti però sono in grado di riconoscere questo viso.

In un’epoca in cui il tempo cancellava inesorabilmente il ricordo della bellezza, il volto di Simonetta Cattaneo Vespucci, conosciuta come la donna più bella di tutto il Rinascimento, con i suoi capelli biondi e gli occhi grigi, è giunto a noi, grazie all’opera di artisti quali Botticelli, Verrocchio, il Ghirlandaio, Filippo Lippi ed altri ancora.

Ai tempi in cui Simonetta è vissuta, essere ritratte da un artista equivaleva a rendere eterna la propria bellezza, a congelare il tempo in un’immagine, ma non solo: le modelle ritratte erano muse ispiratrici, amanti, mogli. Le loro vite erano parte dei quadri, si intrecciavano con quelle dei loro autori, finivano con il plasmare le loro opere.

All’inizio dell’800 nasce la fotografia e, nel giro di un secolo, chiunque ha la possibilità di venire “immortalato”. L’arte figurativa lascia, per lo più, il posto prima alle destrutturazioni dell’arte del novecento, come l’astrattismo o il cubismo, poi all’arte contemporanea e, ai nostri giorni, quando si parla di modelle ci si riferisce alle donne che sfilano sulle passerelle o si utilizza come abbreviazione del termine fotomodella. Eppure, esiste ancora un silenzioso esercito di modelle d’arte che ogni giorno posano per pittori e studenti, contribuendo così alla nascita delle loro opere. Marinella Mezzanotte è una di loro.

Marinella Mezzanotte: italiana nel nome, in realtà è inglese. 

“Vivo a Londra dal 1990, da quando avevo 19 anni, e parlo inglese da quando ero bambina (non ho parenti anglofoni, ma ebbi la fortuna di andare a lezione con un insegnante madrelingua verso la fine degli anni 70, e la lingua mi si attaccò come un virus). Ultimamente ho cominciato a chiamarmi ‘Italian Londoner’, londinese italiana, un’identità comoda ma purtroppo precaria: è dal giugno dell’anno scorso che penso di scappare in Scozia, la quale spero riuscirà a separarsi da questa Inghilterra ottusa e disastrosa per rimanere nell’Unione Europea, ma… sarei ancora una londinese se mi trasferissi a Glasgow? Sarei straniera due volte: un’italiana fuori dall’Italia, e un’inglese in Scozia… L’identità è una bestia strana”.

Come è diventata modella d’arte?
“Mi servivano soldi! Era un brutto momento. Conoscevo già diverse persone, tutte donne, che ogni tanto facevano le modelle di belle arti. Una di queste amiche mi passò un nome e un numero di telefono, dicendomi: “Questa artista insegna nel suo studio una volta a settimana, è un tesoro e fino a qualche anno fa faceva anche lei la modella.” La contattai e lei mi richiamò. Era davvero un tesoro, con lei ho imparato molto. Lei diede il mio nome a diversi suoi colleghi, mi suggerì dove cercare lavoro, eccetera. Si comincia così”.

In cosa consiste il suo lavoro?
“Poso per gruppi di artisti o studenti di disegno, pittura o scultura, per la maggior parte adulti e spesso pensionati, in scuole private, istituti per adulti che penso siano molto più comuni qui che in Italia, secondary schools (11-16 anni) e sixth-form colleges (16-18), università, studi privati o affittati da centri sociali, a volte anche a casa della gente. Questo agli italiani forse potrà sembrare strano, ma nelle scuole statali e facoltà di belle arti trovo poco lavoro. Il disegno dal vivo in genere non è parte del curriculum, per questo io poso quasi sempre per adulti. Di solito lavoro nuda ma poso anche per molti ritratti. Le pose per il ritratto sembrano facili e invece sono una tortura: anche alzandosi ogni 20-30 minuti, stare seduta ferma così a lungo è davvero dura! Un’altra cosa che trovo difficile è ritrovarmi mezza nuda in vestiti non miei, il che succede spesso nelle università dove si insegna Fashion Illustration – illustrazione per la moda – e l’insegnante arriva con un sacco di roba che vuole farmi mettere, e poi non mi sta, e i miei vestiti non gli piacciono perché in effetti il mio guardaroba non è granché… uffa!! Lavorare nuda mi rimane più facile, è una cosa di meno a cui pensare. Quello che mi piace di più è lavorare nelle gallerie d’arte, specialmente negli studi della National Gallery, dove la meravigliosa insegnante sceglie sempre come tema un artista o un lavoro nella collezione. E poi pagano bene. A volte poso anche nelle gallerie vere e proprie, tra i quadri, è molto bello ma fa troppo freddo”.

Un tempo capitava spesso che, dietro i quadri, si celassero grandi amori, carnali o platonici. Che rapporto ha oggi la modella con il pittore?
“Se stessi scrivendo in inglese, userei ‘artist’ e ‘model’ che sono parole neutrali, ma in italiano ci si immagina immediatamente un uomo, attivo, creativo e vestito, e una donna nuda e passiva. E certamente questo è successo tante, tante volte. Tanti quadri che hanno definito la storia dell’arte occidentale dovrebbero essere intitolati ‘l’amante/moglie/figlia/serva dell’artista, che lavora gratis’. Ma anche nei secoli scorsi c’erano modelli come me, che posavano a pagamento in accademie di belle arti o studi privati, non per gloria o per amore. Sicuramente ci sono ancora persone che ogni tanto posano per un compagno o una compagna, o un parente. A me non è mai stato chiesto e non so se lo farei. Quando non faccio la musa agli altri voglio stare a casa mia a scrivere. Non mi è mai capitato neanche di avere relazioni personali di nessun genere con gli artisti per cui lavoro: il lavoro è lavoro. E’ molto raro che io posi per un artista solo, e l’unica persona con cui ho lavorato in questo modo è stata una donna. Mi prenotò una o due volte alla settimana per più di un anno e fu una bellissima esperienza: la incontrai per la prima volta il giorno della morte di Lucian Freud, che lei conosceva bene avendogli fatto da modella diverse volte. L’anno dopo mi scelse per ripetere la posa di uno dei quadri per cui aveva posato lei, durante la mostra di Freud alla National Portrait Gallery nel 2012, in un teatro pieno zeppo di gente! Ho tanti bei ricordi di quel periodo. Lei è una persona davvero speciale. Mi trattava molto bene, e mi fece entrare gratis nella mostra di Freud!”

Le è mai capitato di guardare un ritratto e pensare che l’artista è riuscito a cogliere la sua anima?
“C’è un ritrattista, un signore anziano molto gentile, molto corretto per cui ho posato due volte, a distanza di quasi un anno per due ritratti veloci. Per una strana coincidenza, il primo ritratto venne all’inizio di una storia d’amore, che andò a finire malissimo e, appena dopo la fine di questa storia, il pittore mi richiamò. Mi ricordo quei due quadri, uno accanto all’altro, ero così diversa: nel primo addirittura sorridevo ed è difficilissimo sorridere per due o tre ore di seguito (mi è riuscito solo quel giorno). Lui usò perfino delle tecniche diverse, anche se della mia vita privata non sapeva nulla: il ritratto sorridente era più un disegno che un dipinto, il secondo era molto più dettagliato e realistico. In quel momento, giù com’ero, mi sembrò che l’amarezza e la delusione fossero il mio stato naturale, e la felicità solo un’idea irraggiungibile. Un’altra volta un’artista mi fece uno schizzo a matita di neanche mezzora. Alla fine della lezione questa donna mi disse: “Non guardare non guardare! Ti ho invecchiato di cinquant’anni!” (succede facilmente, basta premere troppo con la matita). Io, ovviamente, mi sono incuriosita (è bello avere un’idea di che faccia avrò da anziana) e ho guardato: su quel foglio c’era la mia bisnonna marchigiana, Faustina, che avevo visto solo in fotografia, e mi stava fissando intensamente. Che esperienza! Mi dispiace tantissimo non essermi portata a casa quel disegno, ci penso spesso. Non avevo mai capito di assomigliare così tanto a questa bisnonna, ma quando lo raccontai a mia zia lei mi disse: ‘Sì, certo che hai preso da lei'”.

Ha qualche aneddoto divertente da raccontare?
“Il gatto di un’artista mi saltò sulla pancia quando meno me l’aspettavo, ero mezza addormentata. Non mi graffiò, ma con la sorpresa mi si tesero gli addominali e il gatto rimbalzò dalla mia pancia come fosse un trampolino… una scena da Tom & Jerry (se in Tom & Jerry ci fossero state le donne nude). Un’estate passai una settimana con sei studenti di scultura, un corso intensivo di ritratto, testa e spalle modellate in argilla. Alla fine guardai tutti i ritratti insieme e… ognuno assomigliava un pochino al suo autore! La proiezione inconscia dei propri lineamenti sulla faccia del modello è un rischio della ritrattistica. L’effetto quel giorno fu scioccante: come se ogni versione di me fosse imparentata con quell’artista, e la versione che mi assomigliava di più era quella di uno studente che mi assomigliava un pò: se l’avessi presentato come mio fratello non si sarebbe sorpreso nessuno. Un’altra cosa che ora mi fa ridere – quando successe, un pochino meno – fu che mi beccai un’influenza feroce all’inizio di una settimana piena di lavoro: se non lavoro non mi pagano e, avendo fatto i conti, sapevo che se ce l’avessi fatta avrei guadagnato abbastanza per rimettermi in pari con l’affitto e le bollette e sopravvivere un altro mese, quindi non cancellai nulla. Non andai neanche dal dottore, perché: 1) non avevo tempo e 2) mi avrebbe detto di mettermi a letto! Era gennaio, e anche con tutte le stufette possibili negli studi fa quasi sempre freddo. Mi sembrava di essere la protagonista di un romanzo vittoriano, una di quelle che alla fine muoiono di polmonite. Insomma. Una di queste pose si ripeteva la settimana successiva, e io, avendo passato il peggio e recuperato un po’ di sonno, tornai al lavoro, mi rimisi in posa, gli studenti si misero a dipingere… e, dopo un po’, una signora disse: ‘Accidenti, mi tocca cambiare il ritratto, questa settimana hai la faccia completamente diversa!'”.

Oltre a fare la modella è anche un editor e una scrittrice. La sua vita ruota intorno all’arte. C’è un filo in tutto quello che fai e cosa ami di più?
“Scrivere. Se non scrivo per un pò mi sento a disagio, come se… non lo so, come se non mi fossi lavata i denti per qualche giorno. Lavorare con testi scritti o tradotti da altri è un effetto collaterale dei miei tentativi di sfondare nella traduzione letteraria: non avrei mai pensato di fare l’editor (davvero non c’è un termine italiano?!?) ma è una bella cosa da fare mentre continuo con il mio lavoro, imparo molto. Ho fatto la modella per diversi anni, prima di arrendermi e mettermi a scrivere: forse avevo bisogno di abbandonare tutti gli altri piani che avevo fatto prima, le professioni ‘da grande’ che avevo tentato in vano di fare mie. Avevo bisogno di non avere più nulla da perdere, anche per darmi il permesso di abbandonare l’italiano come lingua produttiva e scrivere solo in inglese. Mi sono poi riavvicinata all’italiano quando ho deciso di avventurarmi nel mondo della traduzione, e di conseguenza ora scrivo meglio in inglese, cosa che non mi sarei aspettata, semmai avevo un pò paura che mi facesse l’effetto opposto! Tutto ciò che faccio finisce per combinarsi… Fare la modella mi aiuta a scrivere nel senso che ho lo spazio mentale per immaginare, esplorare – o semplicemente non pensare a niente per un pò – ho sempre avuto difficoltà a concentrarmi, ma dopo aver passato ore e ore praticamente a dormicchiare, ho proprio voglia di concentrarmi su qualcosa: è come la voglia di correre dopo essere stata tanto ferma”.

Lei è stata affetta da bulimia. E’ passata quindi dall’odiare il suo corpo a esibirlo in pubblico. E’ stato il coronamento di un percorso oppure esibirsi è stato uno strumento terapeutico?
“Quando ho cominciato a spogliarmi di fronte agli artisti avevo già più di trent’anni e fortunatamente il mio disturbo alimentare non era un più un problema da molto tempo. Come ho già detto, ho cominciato perché mi servivano i soldi – e la prima volta che lavorai nuda in uno studio faceva COSÌ FREDDO che non riuscivo a pensare ad altro. Non mi aspettavo che il mio rapporto con il mio corpo cambiasse con questo lavoro, ma durante gli anni l’immagine che ho di me stessa si è modificata molto rispetto a quella che avevo da giovane, specialmente da ragazzina. Un disturbo come la bulimia, o l’anoressia, è sempre una cosa molto personale e molto complessa: è importante non generalizzare perché ci sono così tanti fattori, fisici, psicologici, sociali, forse anche genetici, ma penso che la distorsione dell’auto-immagine sia quasi sempre presente. Mi ricordo che mi vedevo diversa da un giorno all’altro, a volte anche da un momento all’altro, come se fossi fatta di gomma, o di pezzi incollati male: la testa o gli arti di una bambola avvitati sul corpo di un’altra. Neanche la mia personalità aveva una forma definita, e questo mi sembra collegato al fatto che il mio corpo non l’avesse. La cosa strana è che non mi è mai piaciuto essere fotografata, neanche da bambina: una fotografia è come un morso che si porta via un pezzo di me, mentre lo sguardo di qualcuno che cerca di riprodurre la mia forma aggiunge qualcosa, un senso di definizione, una specie di zavorra che mi ha permesso di tenere i piedi a terra abbastanza a lungo per imparare a vedermi come un organismo unico, indipendente e funzionante. Spesso gli studenti hanno paura di offendermi, perché il loro disegno/quadro/scultura non mi assomiglia, o non è ‘bello’, ma, a volte, quando guardo, penso: “Quella non è la mia faccia, ma le spalle (per esempio) sono proprio le mie.’ So chi sono e chi non sono. Da giovane non ne avevo la più pallida idea”.

Suggerimenti per donne che non amano il proprio corpo?
“E anche per gli uomini… specialmente negli ultimi tempi, i problemi con la propria immagine fisica non sono confinati a persone di sesso femminile, e per ragazzi e uomini è perfino più difficile esprimere qualcosa che sembra una ‘debolezza’, e chiedere aiuto. Disegnati. Smetti di fotografarti, di cercare di immaginare o modificare come ti vedono gli altri, di paragonare il tuo corpo ai corpi altrui. Spegni il telefono e mettiti di fronte a uno specchio, vestita o nudo, disegna il tuo viso o il tuo corpo, a matita o pennarello o biro mezza finita, su un bel foglio di carta o il retro di una busta usata. Non importa se non sai disegnare, anzi forse è meglio, prova a usare la mano non dominante. E se anche questo ti sembra troppo, all’inizio, fai il ritratto all’altra mano, a un piede, un ginocchio, un orecchio. Rivendica il tuo corpo, riscattalo un pezzo per volta dalle visioni punitive che l’hanno preso ostaggio: a un certo punto riuscirai a vedere tutti i pezzi insieme, vedrai come stanno bene insieme, e quell’insieme sei tu”.

 

@SimonaRivelli

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