Tumori e lavoro, in 274mila perdono il posto dopo la diagnosi

L’allarme delle associazioni:”Serve un nuovo Welfare per l’inclusività”

farmacia di turno

La cultura dell’inclusività in Italia si conferma al palo. Un recente incontro che si è tenuto alla Camera dei Deputati, dal titolo “L’inclusione dei malati di cancro nel mondo produttivo: utopia o realtà?”, ha lanciato un allarme, rimasto al momento inascoltato, sulla discriminazione nel mondo del lavoro a cui sono sottoposti i malati di tumore. Una realtà raccontata attraverso un dossier condotto dalla Federazione italiana delle Associazioni Volontariato in Oncologia (Favo) e dal Censis, in base alla quale è emerso che in Italia nel 2015 un paziente oncologico su tre, pari a un milione di persone, ha affrontato il cancro in età lavorativa.

Grazie ai progressi dell’oncologia di precisione, i pazienti hanno sempre più la possibilità di guarire o di cronicizzare la neoplasia con una buona qualità di vita e di poter tornare a un impegno professionale attivo, ma è necessario che il Welfare State garantisca realmente che alla guarigione clinica corrisponda quella sociale.

Questi cittadini, oltre all’impatto della diagnosi che segna uno spartiacque nella vita, sono spesso costretti a subire l’esclusione dal mondo del lavoro. Il dossier sottolinea come “nel nostro Paese 274mila persone sono state licenziate, costrette alle dimissioni, oppure a cessare la propria attività o comunque hanno perso il lavoro a seguito delle conseguenze della diagnosi di tumore”.

Il numero delle persone con una diagnosi di questo tipo, recente o passata, continua a crescere: erano 2,6 milioni nel 2010, sono oltre 3 milioni nel 2015. Uno dei luoghi comuni più difficili da combattere quando si parla di tumori è l’idea che la patologia riguardi solo le persone anziane. Secondo dati aggiornati dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum) sono un milione le persone in età lavorativa con diagnosi di cancro, pari a circa il 30% di tutti i casi prevalenti, come ha spiegato Elisabetta Iannelli, Segretario Generale Favo.

Nel 2015 oltre 300 dei 1000 nuovi casi di tumore al giorno in Italia sono stati diagnosticati a lavoratori. L’Airtum ha stimato 130mila nuovi casi tra i 15 e i 64 anni, pari ad un terzo di tutte le nuove diagnosi, di cui oltre 70mila sono donne in età attiva. “L’inclusione lavorativa dei malati oncologici è pertanto un investimento sociale ed economicamente produttivo, un valore anche in termini di professionalità che va tutelato”.

Per l’Onorevole Paola Binetti, è fondamentale “richiamare l’attenzione del governo e in particolare del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sulla necessità di ripensare il cancro come una patologia sistemica che stravolge la vita delle persone e delle loro famiglie e che richiede quindi misure di ampio respiro per tornare a garantire qualità di vita ai pazienti. I farmaci innovativi in campo oncologico – continua la deputata – sono stati uno dei punti qualificanti della recente legge di stabilità. Ma non di soli farmaci hanno bisogno i malati di cancro. Servono trattamenti riabilitativi che anche su di un piano socio-sanitario restituiscano loro una rinnovata dignità di cittadini inseriti a pieno titolo nella loro vita familiare, sociale e professionale”.

I malati di cancro sono inoltre persone a forte rischio povertà, come ha ricordato il professor Francesco De Lorenzo, Presidente di Favo, “poiché la malattia genera un aumento dei costi sociali diretti e indiretti ed una diminuzione dei redditi: la cosiddetta tossicità finanziaria del cancro”.

Ma è proprio sul fronte lavorativo che la malattia diventa occasione per venire discriminati. Secondo lo studio, infatti, il 78% dei malati oncologici ha subito un cambiamento nel lavoro in seguito alla diagnosi: il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l’impiego e il 10,2% si è dimesso o ha cessato l’attività (in caso di lavoratore autonomo). “Le persone malate vogliono continuare a lavorare ed essere parte attiva della società e il lavoro aiuta anche ad affrontare meglio la malattia e le cure antitumorali”, ha spiegato De Lorenzo. Per questo motivo “è cruciale garantire ed implementare strumenti e azioni che assicurino ai lavoratori malati di conciliare i tempi di cura con quelli di lavoro ed è per queste ragioni che la FAVO è da sempre impegnata a tutela dei diritti dei lavoratori malati di cancro e di quelli che assistono un familiare malato”.

Secondo il professor Giuseppe La Torre dell’Università La Sapienza, “le attività di ritorno al lavoro vanno programmate nell’ambito di un processo di comunicazione complesso e continuo” e spesso sono “difficili da gestire e necessitano di un supporto”. Questo supporto può venir svolto da una figura specifica, il disability manager, il cui “obiettivo è quello di ridurre l’impatto della disabilità sui luoghi di lavoro, intesa nella maniera più ampia. Sviluppato in ambito anglosassone e nord-americano, il disability management viene messo in pratica in diversi contesti europei, in particolare nelle aziende multinazionali, ma in Italia esiste solo in pochissime grandi realtà aziendali”.

Sul tema è intervenuto anche Maurizio Sacconi, Presidente della Commissione Lavoro del Senato, che ha sottolineato come “i contratti collettivi nazionali, e forse ancor più quelli aziendali, possono realizzare uno scambio virtuoso tra minore tutela delle assenze brevi e allungamento dei periodi di comporto per le gravi patologie. Ma, soprattutto, possono definire concreti percorsi formativi che aggiornino le competenze e le abilità di chi è costretto a lunghe assenze. Più in generale il lavoro 4.0 relativizza l’orario di lavoro e consente attività da remoto”.

@PiccininDaniele

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