Beni culturali: l’archeologia come prima forma di difesa 

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Quando si parla di Archeologia la mente corre alle immagini, spesso romanzate, dei grandi esploratori che tra l ‘800 e gli inizi del 1900 hanno segnato pagine memorabili nello studio di questa Scienza: solo per citarne alcuni Giovanni Battista Belzoni e i suoi viaggi tra Medio Oriente ed Egitto, Arthur Evans e la scoperta di Cnosso, Hiram Bingham con Machu Picchu, Howard Carter e Tutankhamon e molti altri.

Ma l’Archeologia può rappresentare una risorsa anche nel campo della difesa del territorio e, in maniera più ampia, delle nazioni? 

La risposta è certamente affermativa. Il generale israeliano Moshé Dayan, conquistatore del canale di Suez nel 1956, protagonista della guerra dei 6 giorni nel 1967 e della «guerra del Kippur» nel 1973, portò avanti l’attività archeologica che gli permise di mantenere i contatti con il territorio in modo capillare, fornendogli eccellenti coperture per carpire i segreti dei nemici.

Molta altra archeologia nel Mediterraneo fra la metà del XIX e gli inizi del secolo XX è sovvenzionata come strumento di politica internazionale. Esempio su tutti fu Luigi Maria Ugolini, a cui si deve la scoperta tanto di Phoinike quanto di Butrinto, in Albania. Quest’ultimo era un collettore di informazioni direttamente per Mussolini.

Molta archeologia è ancora oggi specchio o di cooperazioni internazionali o di controspionaggio attivo tra nazioni. Mi viene in mente la Libia oggi o la stessa Afghanistan. Cioè vicende di guerra e monitoraggio del territorio. Ma anche mappature precise che vado ora a delineare.

Da questo desiniamo che l’archeologia è molto altro rispetto all’immaginario comune in cui schiere di portatori e operai scavano sotto il sole cocente di un altopiano tropicale o area desertica africana o asiatica.

L’archeologia è lo studio dei territori, dei popoli e della loro storia e cultura non solo con l’analisi dei manufatti, dei resti degli edifici, ma anche dei nuclei abitati attraverso la topografia e la toponomastica.

È lo studio dei paesaggi e di come si sono modificati nel tempo per opera dell’uomo. Ed è sempre più sinonimo di tecnologia.

Dall’uso dei più comuni droni e la fotografia aerea che permette di individuare alcune tracce di presenza di opere umane grazie alla variazione dell’intensità dei toni e colori, dei dislivelli del coltivo o dell’umidità: di crescita della vegetazione (crop- marks) di composizione del terreno (soil – marks) di rilievo (damp –marks) o di ombra prodotta dal sole (shadows -marks).

Fino all’infrarosso fotografico (falso colore e termico ), ai sensori a scansione multispettrale e iperspettrale, ai sistemi Radar ed in particolare LiDAR (Light Detection and Ranging o Laser Imaging Detection and Ranging) che, mediante telerilevamento da aeromobile e allo sviluppo continuo dell’utilizzo delle immagini satellitari ed attraverso un sistema capace di gestire nuvole di milioni di punti generati da un impulso radar, può ricavare modelli del terreno 3D di alta precisione da cui complesse elaborazioni estraggono anche materiali grafici bidimensionali (piante e sezioni). Il LiDAR consente, tra l’altro, di individuare microrilievi anche al di sotto delle chiome degli alberi, utilizzando un particolare algoritmo.

In questo modo sono state scoperte strutture difensive riferibili ad insediamenti medievali.

Per non parlare dei sensori di muoni utilizzati poco tempo fa per l’analisi degli interni della Piramide di Cheope alla ricerca di possibili stanze segrete e non ancora scoperte (che peraltro sono state confermate).

Tutti i dati raccolti dallo studio delle fotografie aeree e satellitari, indicizzate attraverso le coordinate GPS e archiviate nei programmi GIS, unitamente ai survey in loco attraverso la tecnica della Landscape Archaeology creano le condizioni preliminari per effettuare gli scavi, che quindi sono oggi più selettivi ed effettuati quasi a colpo sicuro.

Ma d’altra parte resta fondamentale lo studio della topografia antica, la madre di tutte le ricerche storico territoriali. La topografia antica è la parte dell’archeologia che riguarda modi e metodi con i quali, sia sincronicamente che diacronicamente, l’uomo ed i suoi insediamenti si sono rapportati al territorio.

Lo studio della topografia antica parte da fonti storiche, letterarie cartografiche illustrative fino alle citate fotografiche e satellitari.

Ricerche di topografia antica erano già state sviluppate in passato anche da Erodoto e Tucidide (quest’ultimo addirittura scavò per provare che i Cari nella preistoria avevano abitato nell’Egeo) , per poi sparire dagli studi per circa un millennio fino a Ciriaco Pizzecolli o d’Ancona (1391-1454), un mercante considerato fondatore della topografia del mondo classico grazie alle sue spedizioni in Oriente nelle aree della Grecia, dell’Egeo e della Turchia e del quale purtroppo molte delle opere sono andate perse nell’incendio della biblioteca Sforza a Pesaro nel 1500 e nell’incendio dell’Archivio Civico di Ancona .

Lo studio della topografia antica ebbe un vero e proprio rilancio solo nell’Ottocento, con l’opera di Winckelmann che ripropone l’archeologia classica e con le spedizioni archeologiche inglesi e tedesche: mentre gli inglesi scavavano ad Efeso ed Alicarnasso e Schliemann scopriva Troia, i tedeschi erano a Pergamo.

Nella ricerca topografica i dati non provengono da un contesto stratigrafico e per essa, in particolare a partire dalla metà del secolo scorso, sono stati sviluppate metodologie ed approcci specifici che puntano generalmente ad analizzare dati diffusi su ampi territori per ricostruire la storia di un territorio non solo attraverso eventi memorabili ma anche dal punto di vista della vita quotidiana.

Quindi l’attività di un topografo è quello di individuare non solo le fondamenta delle città e dei borghi ma anche le condotte bonifiche agrarie ed idrauliche, i confini catastali, politici, militari ed ambiti culturali e commerciali.

Nella ricerca topografica come detto riveste grande importanza l’uso delle fonti, in particolar modo quelle epigrafiche che sono coeve al periodo storico in studio e diventano fondamentali per ricostruire, localizzare e identificare città, strade, siti, tombe.

Parallelamente sono fondamentali le fonti cartografiche ed iconografiche.

Difatti lo studio del territorio riveste sin dall’antichità un enorme importanza per tutte le civiltà come testimoniano le spedizioni egizie che circumnavigarono l’Africa attraverso flotte Fenicie.

Lo stesso fecero i Cartaginesi, i Persiani, i Cretesi e Micenei che attraverso le loro flotte contribuirono a delineare le prime carte geografiche del Mediterraneo e dell’Atlantico fino alla Britannia.

Per non dimenticare le grandi opere dei Greci con Anassimandro di Mileto e di Alessandro Magno che descrisse tutto il Medio Oriente fino all’India della zona del Punjab.

Sempre a proposito della spedizione di Alessandro Magno vale la pena citare l’opera  troppo spesso sottovalutata del suo ammiraglio Nearco che, di ritorno dalla penisola indiana, con le navi macedoni viaggiò lungo la costa fino alla penisola araba   e poi nel Golfo Persico offrendo ai posteri una minuziosa descrizione di quei luoghi e delle coste per secoli utilizzata dai geografi e viaggiatori e ricordata dallo storico latino Arriano.

In ambito romano grande importanza hanno gli scritti dei tecnici gromatici che assegnavano le colonie romane.

Nel mondo greco e romano la città si caratterizza per forma regolare a scacchiera su assi ortogonali, che si definiscono ippodamei, da Ippodamo di Mileto architetto del V secolo a.C., e queste formazioni suddividono anche gli spazi collettivi da quelli privati.

Gli spazi collettivi sono gli spazi pubblici con area sacra, politica e commerciale come l’agorà: così la suddivisione territoriale diventa anche funzionale.

I Greci a loro volta hanno mutuato le loro conoscenze dalle realtà dell’ambiente Anatolico e soprattutto Medio orientale ed Egiziano.

Infatti se nella civiltà Ittita in Siria nel XX-XIV secolo a.C. le città avevano forma circolare, come anche le fortificazioni assire tra l’VIII ed il VII secolo a.C., è la Mesopotamia babilonese tra il XVIII ed il XVI secolo a.C. a registrare le prime città disposte a scacchiera.

Da questi esempi nascono le città greche di Gurnià a Creta o Troia, mentre Smirne presentava un perimetro fortificato tondeggiante.

Anche le strutture delle città spesso rispecchiano il paesaggio circostante come le piante regolari e quadrate di Torino, Aosta, Bologna, Ostia e Verona, che sono esempi del sistema romano per castrum in quanto nati su preesistenti accampamenti militari con funzioni di controllo del confine.

Per gli antichi il paesaggio è quello formato dall’uomo. Quindi è l’uomo che, data la natura circostante, plasma il paesaggio con le proprie strutture urbane esaltandone le caratteristiche.

Tuttavia se è pur sicuramente vero gli antichi subivano molto più di noi i condizionamenti naturali e quindi si muovevano strettamente in base al contesto dell’ambiente, d’altra parte la natura offriva anche invidiabili difese che gli uomini hanno sempre saputo sfruttare a proprio vantaggio nella pianificazione urbana, prima ancora delle strutture vere e proprie come le mura.

Basti pensare all’esempio di Ferenth, ora Acquarossa nel viterbese, che occupava un vasto pianoro tufaceo naturalmente difeso dalle scarpate naturali o ancora l’interno di Tarquinia, difesa da una strozzatura del rilievo e forse da un muro nel VI secolo a.C. a formare un asse longitudinale che segnava il pianoro.

Tuttora, come nei casi già citati delle città italiane costruite su struttura per castrum, molti nuclei urbani edificati su strutture antiche e preesistenti ne mutuano anche le funzioni attraverso il fenomeno delle “tracce di sopravvivenza” che indicano la preesistenza in determinati luoghi di strutture ed edifici che hanno influenzato la successiva urbanizzazione o attività demica.

Si vedano ad esempio la conformazione della piazza di Lucca che riprende la forma del sottostante anfiteatro romano oppure l’antica centuriazione nel comune di Terracina.

Tornando alla domanda inziale, lo studio combinato della topografia antica e l’uso delle moderne tecniche di image rendering, siano esse fotografiche o da sensori, ci permettono di avere un quadro molto preciso dello sviluppo di una specifica area geografica e/o urbana, del suo popolo e le sue tradizioni, dei suoi sistemi difensivi e d’approvvigionamento nonché della sua struttura sotterranea ed impiantistica e della dislocazione funzionale delle principali strutture.

Quindi ci può fornire informazioni sui movimenti interni nelle direttrici che suddividono il piano urbanistico e/o paesaggistico nonché le scelte urbanistiche anche in prospettiva futura e predittiva.

Non secondaria è l’importanza, anche iconologica, che alcuni luoghi rivestono per le comunità per ragioni culturali, religiose o politiche sedimentate nella coscienza comune da secoli di tradizioni socialmente accettate e condivise.

In questo senso l’archeologia è una forma di intelligence perché, se adeguatamente approcciata, ci fornisce informazioni e strumenti di studio non invasivi ma altamente precisi e oggettivi, anche nell’intento di salvaguardia dei beni storici archeologici, paesaggistici e culturali che altrimenti rischierebbero di sparire nei secoli.

***A cura del Prof. Fabio Regina – Storico ed Archeologo specializzato in Iconologia e Simbologia delle Civiltà antiche, Topografia Antica e Storia della Navigazione e della Cartografia – Docente e pro Direttore dell’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona –  membro del Centro di Studi dei Gruppi Archeologici d’Italia – Gruppo Umbro Marchigiano.

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