La Percezione Della Sicurezza

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Economia

Economia: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui mercati finanziari, la crisi e l’economia mondiale.

Turismo, Italia meta sicura: quinto posto per numero di visitatori

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

L’Italia è considerata meta turistica sicura. Tra il 2015 e il 2016, infatti, c’è stato un incremento degli arrivi stranieri del 3,7%, attestandosi al quinto  posto in una classifica mondiale con 52,6 milioni di visitatori all’anno. Le regioni ad avere il primato sono il Veneto con oltre 42 milioni di presenze nel 2015, seguito dal Trentino Alto Adige con quasi 27 milioni. Non solo nord.  I turisti stranieri scelgono il mare della Campania, Sicilia e della Sardegna, portando la percentuale di presenze al 48%. Sono questi alcuni dei dati presentati alla Farnesina dal ministro degli Esteri Angelino Alfano e dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini in occasione dell’evento “Italia. Paese per viaggiatori”.

Solo nel 2016 la Farnesina ha emesso oltre 1 milione e 800 mila visti

Di questi quasi 2 milioni sono per il turismo, il 12% in meno rispetto al 2015. Perché con la nuova politica adottata il visto che viene richiesto vale per 5 anni. Nonostante ciò l’Italia, secondo dati della ministero degli Esteri, è il Paese tra quelli appartenenti a Schengen che ha emesso più visti turistici. Diverso invece per i circa 52 mila visti rilasciati per motivi di studio, che hanno registrato un incremento del 2,7% rispetto al 2015.

Il turismo aumenta l’occupazione

Il settore vale in Italia 171 miliardi di euro, cioè l’11,8% del Pil. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il piano strategico del turismo per gli anni 2017-2018. Il piano in questione ha come obiettivi fondamentali l’integrazione dell’offerta nazionale, innovazione del marketing del brand Italia, crescita della competitività e miglioramento della governance di settore. Questo avviene proiettando il nuovo turismo non solo verso le grandi città, ormai ben conosciute e stracolme di visitatori, ma verso i borghi italiani meno conosciuti ma considerati un bene prezioso per il nostro Paese. “Noi siamo la super potenza della bellezza, della cultura, del gusto e del design”, ha dichiarato durante l’evento il Ministro Angelino Alfano. “Con il Piano Strategico del Turismo vogliamo contribuire a rafforzare la crescita del Pil che abbiamo registrato in questi primi mesi del 2017. Vogliamo continuare ad attrarre i turisti nelle città e nei luoghi più famosi. Ma vogliamo anche promuovere destinazioni meno conosciute e pure ricche di potenzialità ancora inespresse. Per stare al passo con i tempi – ha continuato Alfano – nel Piano abbiamo dato molta attenzione alla digitalizzazione all’innovazione e alla sostenibilità”.

Dal ministro degli Esteri a quello dei Beni Culturali

“Abbiamo di fronte una grande sfida. Adesso con il turismo dobbiamo imparare a governare una crescita enorme”, ha dichiarato Dario Franceschini durante la presentazione del piano strategico del turismo. “Abbiamo tantissime nuove richieste da Paesi asiatici, dalla Cina soprattutto. Con questo piano strategico ognuno farà la propria parte. Sia il pubblico che privato – Alcuni luoghi conosciuti in tutto il mondo hanno problemi obiettivi di fragilità e grandissimi flussi turistici. La crescita va bene però con obiettivi strategici. Avere luoghi con troppe persone vuol dire che bisogna trovare soluzione. La soluzione – ha spiegato-  potrebbe essere avere nuove tecnologie e non come si è detto il pagamento di un ticket”. E ancora: “L’affollamento porta degrado e pericolo. Serve quindi un turismo sostenibile sotto tutti i punti di vista. Puntare a un turismo che porta ricchezza, e non mi riferisco alla nicchia ma bisogna scegliere in maniera intelligente il tipo di promozione che facciamo all’estero”.

Questo è l’anno dei borghi

Il Ministro Franceschini ha poi dichiarato: “Questo è l’anno dei borghi, il prossimo sarà l’anno dell’enogastronomia. La cultura ci da competitività con tutti. Italia è cultura. Cultura e turismo sono una coppia sinergica. Anche i Comuni vanno verso questa direzione ma  bisogna incrementare le infrastrutture. Non esiste che l’Alta Velocità si ferma a Salerno, deve arrivare fino a Palermo. C’è bisogno di migliorare treni e aerei per raggiungere tutte le parti d’Italia. Questa è una grande sfida – ha concluso –  ma è un grande veicolo per la crescita economica del Paese”.

#OPINIONECONOMICA. Il Qatar e la regia trumpiana

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Via Barack Obama, il Qatar ha barattato coi Dem Usa ed il clan dei clintoniani lo spiazzamento del gas russo vendendo al suo posto il gas qatarino, un affare trillionario a cui tutti avrebbero dovuto attingere; ben inteso chi paga sono sempre i soliti, i consumatori europei abituati a pagare prezzi folli per il gas naturale.

Per fare questo il Qatar, che da sempre ha rapporti cordiali con l’Iran, ha barattato con Obama la pace e la fine di sanzioni con Teheran a fronte dell’esclusiva sul gasdotto Qatar-Europa prima in competizione con gli ayatollah. Chiaro, tutto ha un prezzo: da una parte Doha così facendo ha smesso con avallo iraniano di preoccuparsi – per 8 anni – dell’instabilità guerrafondaia al di là del Golfo Persico, mare che condivide con l’impero sciita assieme ai giacimenti gasieri. Dall’altra ha fatto intravedere profitti ciclopici sia per i qatarini che per tutti gli stakeholders coinvolti nel deal. Tale deal è uno di quelli “portanti” del progetto di nuovo ordine mondiale in costruzione fin dalla caduta del muro di Berlino.

Appunto, il Clan avrebbe dovuto ripartire il profitto: coi Dem Usa (profitti del deal gasiero tramite royalties e consulenze alla Fondazione Clinton e ai sodali dispersi nel globo), col Qatar (vendita del gas), con le elites globali (“riciclaggio” di detti enormi profitti comprando azioni in borsa delle aziende di proprietà delle stesse elites), con l’asse franco-tedesco (garantendo mano libera in Europa con la di fatto destabilizzazione dei paesi mediterranei semplicemente per conquistarli inizialmente a livello economico).

Vanno bene individuati i flussi. Follow the money diceva Giovanni Falcone. Oggi le borse sono alimentate da denaro che proviene, in termini non virtuali – ossia escludendo quello creato dalle banche centrali dal nulla per sostenere le borse mondiali in momenti di debolezza – da qualche forma di profitto o di patrimonio da investire. Il denaro “vero” che sostiene le borse oggi è quello dei fondi sovrani, in primis quello accumulato grazie al petrolio, ed in tale contesto i medio orientali fanno la parte del leone. Attenzione: la sola ipotesi che tale flusso si spenga o che i fondi sovrani debbano attingere ai propri patrimoni, magari per una guerra improvvisa, può essere motivo sufficiente per ingenerare un crollo borsistico globale dovuto ormai dal 2014, i livelli attuali sono perfettamente ingiustificati in termini storici e di fondamentali. Anche perchè una sottrazione di fondi per sopravvivere da parte di stati ricchi – per fare guerra e/o per difendersi – significherebbe inevitabilmente minore disponibilità di denaro, ossia tassi in salita, meno denaro virtuale dalle banche centrali, crolli di borsa. Tutto torna!

Purtroppo in tutto questo la Russia si è messa di traverso e quindi è stata obbligata ad entrare nel conflitto siriano in difesa non degli interessi di Assad ma dei propri. Ricordiamo sempre che la destabilizzazione dell’Ucraina è avvenuta dopo quella della Siria, anzi la primavera colorata di Kiev è stata la contropartita avvelenata per Mosca derivante dal fatto di non essersi arresa al progetto di gasdotto qatarino verso l’Europa.

Oggi Trump ha separato gli attori in Medio Oriente, richiamando l’Arabia alla fedeltà americana come Stato e non all’affiliazione a soggetti particolari (i Dem/Clintons). Chiaramente i Saud hanno fatto la stessa cose che fanno da 60 anni, allinearsi. Ed ecco separato l’addendo qatarino, non tanto per la geopolitica del petrolio, – ma anche si, una salita del greggio potrebbe avere ripercussioni ottime per selezionati soggetti ed anche per selezionate economie – quanto per rompere il Clan, vero obiettivo di Trump.

La cosa buffa è che il Presidente Usa, così facendo, sta anche difendendo gli interessi di mezzo mondo che paga la crisi e dunque dei suoi stessi elettori. La deflazione risultante dal piano attuale, la concentrazione di ricchezza in mano a pochissimi e la mancanza di vera crescita, se non quella “finanziaria”, sono la vera causa del malessere della stragrande maggioranza della popolazione globale nei paesi avanzati. Le iniziative trumpiane – se di successo – avranno un enorme ritorno elettorale, via maggiore benessere della popolazione Usa e dei suoi alleati (in contrapposizione coi nemici Usa). Si, perchè le commesse per le guerre in medio oriente ed il rimescolamento di carte che seguirebbe, avrebbero l’effetto di riattivare l’economia Usa; una guerra importante come sempre avrebbe l’effetto di indebolire il dollaro. Un dollaro debole avrebbe l’effetto di indebolire la Germania e se, con una spinta finale dettata dal malessere dei Piigs, si riuscisse anche a rompere l’euro i competitors manifatturieri d’oltreoceano, targati Berlino, finirebbero nottetempo fuori mercato. Questo basterebbe, magari assieme ad un uno sfruttamento congiunto di risorse primarie con la Russia diventata amica, a rintuzzare il potere globale americano in veste di commander in chief dell’occidente dove l’unico e vero avversario di lungo termine resterebbe la Cina.

Ecco perchè la mossa di dichiarare di fatto guerra a Doha incendierà il Medio Oriente, ma soprattutto romperà il Clan, con la benedizione di Israele. Ecco perché si attende un posizionamento strategico dell’asse franco-tedesco in veste anti trumpiana. Tutto cambia dunque e anche l’amata Europa franco-tedesca, con annessa moneta unica, potrebbe diventare un pallido ricordo tempo un paio di anni.

Trump ha fatto una mossa geniale in Arabia, anche perchè allo stesso tempo ha messo spalle al muro i propri avversari interni, questione di settimane prima che le inchieste del Ministero della Giustizia Usa espongano reati inconfessabili che rischiano di annichilire il deep state Usa (soprattutto Dem) per i prossimi 20 anni. Sempre che Trump abbia successo nelle sue iniziative, ovvero sopravviva, non solo politicamente.

Nel caso non dovesse riuscire l’alternativa sarebbe la guerra mondiale.

#HashtagDellaSettimana. L’incontro tra i 7 grandi domina la scena: “Al G7 si parla del clima. Come sempre quando incontri il vicino che ti sta sui c..”

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hashtag

Il G7 di Taormina e l’incontro di Donald Trump con Papa Francesco sono stati i temi dominanti su Twitter negli ultimi sette giorni. In pole position, però, anche l’ennesima grana per l’ex leader della destra italiana Gianfranco Fini, la decisione del Tar di annullare la nomina dei direttori stranieri di alcuni musei italiani e alcune notizie più leggere, fra le quali il caso Insinna-Striscia la notizia.

Intorno al G7

L’arrivo di #Trump al G7 di Taormina, comunque, non poteva non dominare la scena. Di fronte alla riunione dei potenti sull’isola, @cicciogia twitta fintamente pensoso: “Sicilia, è arrivato pure Trump. Ora i grandi del pianeta ci sono tutti. Solo non si vede Matteo Messina Denaro”. @BuzzDeKemp vede nero: “Oggi al G7 di Taormina cinque dei maggiori spacciatori di armi del mondo parleranno di pace e lotta al terrore. È la civiltà dell’assurdo”. @CapsicumSatira coglie l’occasione per rammentare, con cattiveria, la differenza d’età fra il presidente francese Macron e la sua compagna: “Per la cena di stasera, Macron ha preteso un vino rosso molto invecchiato”. Sublime, infine, @spinozait: “Al G7 si parla del clima. Come sempre quando incontri il vicino che ti sta sui coglioni”. C’è spazio anche per la manifestazione #NoG7 che ha fatto registrare qualche scontro non grave a Giardini Naxos fra chi protesta contro i grandi della Terra e la polizia. Liquida la faccenda @lauracesaretti1: “Basta vedere in tv le facce da scemi dei NoG7 per capire perché nella vita son buoni solo a spaccar vetrine ed esprimersi a versi gutturali”.

Il Papa e Trump

Di tendenza, dicevamo, anche l’incontro #TrumpPapa. Sia perché il Santo Padre, nella foto con il presidente, è apparso poco sorridente (ma le immagini, si sa, vengono selezionate spesso per confezionare la notizia più conforme alle proprie idee), sia perché #MelaniaTrump, moglie di Donaldone, si è presentata davanti a Papa Francesco con un vestito nero molto castigato (come cerimoniale impone). Incontestabile l’osservazione di @Rog_2: “All’improvviso legioni di atei e di agnostici di sinistra sbavano e scodinzolano perché il Papa non ha sorriso a Trump”. E, visto che, prima di approdare in Italia, presidente e first lady sono stati in Arabia Saudita e in Israele, il quasi fake dell’ex premier, @RenzoMattei, ne approfitta per infilzare la consorte: “Con tutte queste religioni, Melania Trump ha fatto confusione ed è andata dal Papa con burqa”. @ArsenaleKappa si concentra sul dono di Trump al Papa (“Trump ha regalato al Papa dei libri di Martin Luther King. Sta svuotando la libreria di Obama”), mentre @illustrartura insinua pensando alla scarsa sensibilità del presidente verso i (molto presunti) cambiamenti climatici: “Il Papa dona a Trump l’enciclica sulla difesa ambientale. Lo stile con il quale riesce a mandarti a fare in culo un gesuita, non ha prezzo”. @Labbufala, invece,immagina così l’incontro fra il Santo Padre e il presidente: “Trump ha cercato di vendere armi anche al Papa: “Le fate ancora le crociate?…”. Fervida immaginazione sul faccia a faccia anche da parte di @ArsenaleKappa: “Trump al Papa: “Siamo sicuri che tu non sia messicano?”..”.

 

La fine di Fini

I nuovi guai giudiziari di Gianfranco #Fini hanno scatenato l’ironia su Twitter. L’ex leader di Alleanza nazionale, infatti, nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio che coinvolge il “Re delle slot machine” Francesco Corallo e il “clan” Tulliani (la compagna di Fini, Elisabetta, e il cognato Giancarlo), si è visto sequestrare dalla Guardia di Finanza delle polizze vita intestate alle figlie per un totale di un milione di euro. @pirata_21, però, butta giù un tweet per rammentare che di polizze si è parlato mesi fa anche in tutt’altro contesto: “La Finanza sequestra due polizze vita a Fini. Stava per intestarle alla Raggi”. @ArsenaleKappa infierisce su Gianfranco: “Riciclaggio, sequestrato a Fini un milione di euro. Il Gip: “Non poteva non sapere”. Beh, se era sveglio mica sposava la Tulliani”.

Repubblica del Tar

Fra gli hashtag in cima alla classifica non poteva mancare, stavolta, anche #Franceschini, naturalmente per via della decisione del Tar del Lazio di annullare la nomina di cinque dei venti direttori di importanti musei italiani scelti nel 2015 dal ministero dei Beni culturali. @OGiannino è incazzato nero: “Dite al Tar che siamo in Ue, non ai tempi di Ciano e dell’Impero”. @FerdiGiugliano segue a ruota: “Tanta retorica sugli italiani che si fanno onore all’estero. Guai, però, se uno straniero bravo prova a venire da noi”. @ElisaGhi, di seguito, prende in giro la nostra giustizia amministrativa: “Il Tar del Lazio si esprima anche sulla carbonara: guanciale o pancetta?”, mentre @bravimabasta propone la soluzione definitiva: “A ’sto punto l’unica è che il Tar del Lazio presenti un ricorso al Tar del Lazio e scompaia in un buco nero spazio-temporale”.

La “Striscia” di Insinna

Il fuorionda di Flavio #Insinna, ex conduttore di “Affari tuoi” su Rai1, trasmesso da Striscia la notizia, ha tenuto incollati gli internauti su Twitter per ore. Striscia ha mostrato un Insinna (che ora, forse, si butta in politica) sconosciuto al grande pubblico. Nel filmato “rubato” dalla concorrenza, infatti, lo si sente insultare pesantemente i concorrenti urlando “nana di merda” e tentare di cambiare le regole del gioco per poter avere sfidanti di un certo tipo. L’osservazione di @Kotiomkin descrive alla perfezione ciò che, probabilmente, pensano adesso molti ex estimatori di Insinna: “I cattivi più cattivi della storia? Hitler, Gengis Khan e Flavio Insinna”.

Dramma omeopatia

Molta rabbia, poi, ha provocato la morte di un bambino incredibilmente curato con l’#omeopatia (sono indagati medico e genitori). @pirata_21 la mette giù così: “I tempi sono maturi per una legge che permetta ai bambini di firmare per far internare i propri genitori”, mentre @Umberto_Ba si fa serio: “Piccola vittima innocente dell’ignoranza e di un mondo che inizia a scherzare troppo col fuoco”. Infine @GagliardiTweet evidenzia la sua verità assoluta: “Un medico omeopata altro non è che una Wanna Marchi che ce l’ha fatta. Un criminale da sbattere in galera”.

Doppio addio

Il finale spetta a Massimo #DAlema, che ancora una volta, intervistato dal Corriere, spara ad alzo zero contro Matteo Renzi; a Laura #Biagiotti, morta in seguito a un arresto cardiaco; all’addio alla Roma (al calcio chissà) di Francesco #Totti. Di D’Alema si occupa prima @Soppressatira (D’Alema: “Meglio avere il 3 per cento che stare con Renzi”. Poi ha aggiunto che l’uva è acerba) e poi @lauracesaretti1 (“Un paese nel quale un giornale, con rispetto parlando, come il Corriere ancora intervista D’Alema, è un paese terminale”). La morte della Biagiotti viene ricordata così da @criclastre: “Ascoltando la notizia alla radio, mi appare il suo sorriso, la sua cultura, la sua arte, la sua moda in Italia e nel mondo”, ma è impossibile sorvolare sul tweet maledettamente irriverente, e cattivissimo, di @spinozait: “È morta Laura Biagiotti. Eviterei il suo nuovo profumo”. Infine, per il #TottiDay basta il cinguettio di @GnocchiGene: “Date epocali. L’ anno prossimo non sarà il 2018 d.c. ma l’anno 1 d.p.: dopo Pupone”.

#OPINIONECONOMICA. Il crollo del dollaro e la fine dell’euro

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dollaro

Molti si stupiscono dell’improvvisa discesa del dollaro nelle ultime settimane. In fondo, in un mercato perfetto, avrebbero ragione a non comprendere gli eventi: tassi usa in salita avrebbero dovuto significare dollaro più forte, invece il dollaro va giù. Il motivo è semplice: la geopolitica vuole un dollaro più debole per favorire la strategia del neo presidente, alla faccia dei desiderata di Obama incentrati dalla fine del suo mandato per un indebolimento di Trump attraverso un indebolimento dell’economia Usa, facendo leva su una politica (depressiva) basata sul dollaro forte. Purtroppo Barack Hussein Obama ha sbagliato i suoi conti: gli Usa non hanno amici o nemici per sempre, hanno solo interessi. E appunto oggi gli interessi Usa sono di ripartire economicamente, da qui il dollaro debole.

Nessuno tra i media italiani ha avuto il coraggio di correlare l’indebolimento del dollaro alla debacle clintoniana successiva al siluramento del capo dell’Fbi, Comey: tale figura ha rappresentato la difesa ultima dei sodali alla Fondazione Clinton rispetto alla giustizia americana. Il licenziamento di Comey rischia di esporre pubblicamente – tempo poche settimane – le malefatte del “clan Clinton”, forse molto peggiori di quanto l’opinione pubblica mondiale possa lontanamente immaginare. Tempo alcune settimane e verranno, infatti, sbloccate le numerose inchieste che l’ex capo Fbi avrebbe riposto nei cassetti del bureau e che in massima parte riguardano i Clinton e il loro entourage. Da tali inchieste ritengo scaturirà la fine della suicida (per gli interessi americani) ingerenza post presidenziale obamiana, da qui il dovuto indebolimento del dollaro. Infatti i mercati hanno già cominciato a capire che non tanto Trump, ma il ministro della giustizia Jeff Sessions ha vinto, con un nuovo capo dell’FBI i Dem USA e mondiali rischiano di subire inchieste a raffica in grado di annichilire la rete clintoniana globale, Italia inclusa. Se ciò accadrà l’euro ritengo arriverà tranquillamente a 1.40-1.50 rispetto al dollaro (visto che la Germania parteggia più che apertamente per i globalisti legati sull’ex presidente, vedasi il suo discorso tenuto in un convegno a Berlino la scorsa settimana, pagato profumatamente dalle aziende tedesche).

Le conseguenze per l’Europa

Da qui derivano le conseguenze per l’Europa. Prima di tutto la Germania a capo dell’Ue diventerà un falso problema. Nel senso che da una parte Berlino si rifiuterà di seguire gli USA nella guerra al terrorismo islamico, come fece con la guerra in Iraq durante la presidenza G.W. Bush, terrorismo che la stessa Germania ha contribuito ad allevare assieme ai sodali obamiani-clintoniani (la NATO abbiamo visto aver già dato il suo assenso e l’Italia, che tra l’altro ha per la prima volta in propria quota il capo del centro Brossum/comando forze NATO di terra, sarà della partita assieme agli USA, temo per questo che il Belpaese inizierà a subire attentati islamici). Dall’altra continuerà a sfidare economicamente gli USA, sperando che concessioni su una limitata svalutazione del dollaro possano bastare.  Da qui il braccio di ferro Usa-Europa, con la differenza che questa volta la Germania tenterà di imporre la propria agenda anche in contrasto con Washington. Con tutte le conseguenze del caso. Andiamo ora agli aspetti economici: un dollaro in discesa certamente indebolirà l’Europa e la Germania attraverso esportazioni molto meno competitive. In realtà il paese che subirà di più il dollaro debole sarà l’Italia, in quanto grande esportatore, ma a medio valore aggiunto, oltre a essere spesso terzista delle aziende tedesche. Da qui le attese di particolare compressione dei margini del sistema Italia: in un contesto di bassa crescita, austerità senza soluzione di continuità, alto deficit e parametri di Maastricht da rispettare oltre che di banche sull’orlo del bail in, sarà inevitabile per Roma cadere nella trappola tesa da Berlino e Parigi e dunque cedere alla troika, in assenza di una sfida aperta all’Europa.

Il ruolo di Berlino

Altrimenti detta, a fronte di un dollaro in crollo Berlino potrà comunque recuperare competitività attraverso un taglio dei costi grazie delle sue esportazioni di prodotti finiti ad alto valore aggiunto, l’Italia no. Dunque la spinta verso un’uscita dalla moneta unica da parte del Belpaese diventerà preponderante, una dichiarata sfida all’austerità eurotedesca sarà inevitabile, per mera sopravvivenza. Solo grazie al fatto che agli Usa farà gioco evitare il crollo del sistema Italia in quanto suo alleato strategico.

In breve, se tale italica sfida sarà assecondata dagli Usa diventerà credibile e vincente. In tale contesto, lo schieramento italiano anti Isis dimostrerà molto più della mera appartenenza alla Nato ed anzi forgerà il destino italico dei prossimi 30 anni. Che in massima probabilità sarà filo americano e antitedesco.

Riassumendo: se e solo se Trump vincerà la sfida con gli obamiani-clintoniani e dunque gli avversari, come ritengo, non solo verranno sconfitti ma letteralmente annichiliti da inchieste giudiziarie tanto gravi quanto inaccettabili per la loro contrarietà con il comune senso del pudore – nonché pubblicamente esposte , allora la fine dell’Ue e della moneta unica per il tramite del forte indebolimento del dollaro rischia di diventare realtà. Tempi interessanti ci aspettano.

Crisi economica, un Giubileo bancario per salvare gli istituti di credito

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credito bancario

“Il convegno è stato utile per discutere dell’opportunità, in questo momento di perdurante e grave crisi economica, di escogitare soluzioni atte a comprimere l’ammontare delle cosiddette sofferenze bancarie, vale a dire di quei crediti che, a causa della grave difficoltà o impossibilità di restituzione in capo al debitore, gonfiano i bilanci delle banche e si scontrano con le norme europee che vorrebbero la loro rapida eliminazione dai medesimi bilanci”. E’ quanto dichiara a Ofcs.report l’avvocato Roberto Tieghi, esperto in diritto bancario e assicurativo, riguardo al convegno sul Giubileo bancario, tenutosi lo scorso 19 aprile presso la biblioteca “Giovanni Spadolini” del Senato.

Avvocato Tieghi, il 19 aprile scorso vi è stato, presso la biblioteca “Giovanni Spadolini” del Senato, l’atteso convegno sul Giubileo bancario, organizzato da Confimprese Italia. Vuole spiegarci l’oggetto del convegno?

“Si è discusso dell’opportunità, in questo momento di perdurante e grave crisi economica, di escogitare soluzioni atte a comprimere l’ammontare delle cosiddette sofferenze bancarie, vale a dire di quei crediti che, a causa della grave difficoltà od impossibilità di restituzione in capo al debitore, gonfiano i bilanci delle banche e si scontrano con le norme europee (Bce) che vorrebbero la loro rapida eliminazione dai medesimi bilanci”.

E’ possibile che tale pulizia dei bilanci venga effettuata nei tempi e modi richiesti dalle autorità europee?
“No, è impossibile che ciò accada in tempi brevi. Si pensi che il loro valore netto (quindi dopo le svalutazioni e rettifiche operate fino al 31 dicembre 2016) è di poco inferiore agli  80 miliardi di euro. Nel sistema italiano si pensi che per oltre 114 banche l’ammontare delle “sofferenze” e dei crediti di dubbia esazione supera abbondantemente il valore contabile del patrimonio”.

Che cosa sono i crediti dubbi?
“Sono tutte quelle partite che, oltre alle vere e proprie sofferenze, obbligano le aziende all’iscrizione di svalutazioni anche prudenziali. Il loro ammontare è pari, nel sistema, a circa 160 miliardi di euro. In buona sostanza nessuna banca italiana è in grado tecnicamente, nel breve o medio periodo,  di rettificare il valore contabile di tutte queste partite in ragione una seria prospettiva di recupero (bassa o nulla in particolare per le “sofferenze”). Ma non è solo per le banche che si è “pensato” il giubileo bancario, ma in particolare per le famiglie ( che corrono il serio rischio di perdere, ad esempio, la prima casa a fronte del mutuo impagato) e  le piccole e medie imprese alle prese con la perdurante stagnazione e recessione economica.
Voglio dire che la soluzione, piuttosto che attraverso cessioni a fondi specializzati (spesso veri e propri fondi “avvoltoio”) a prezzi eccessivamente bassi (si ipotizza un “range” tra il 10 ed il l  15% del valore nominale), passerebbe per una rinegoziazione col debitore  a valori più vicini al valore netto contabile (oggi mediamente pari a circa il 40% del nominale) e comunque superiori al prezzo di cessione a terzi. Rinegoziazione che, unita alla previsione contrattuale di un lungo periodo per il rientro (in particolare si pensi ai mutui fondiari), permetterebbe a milioni di famiglie di respirare ed alle banche di cancellare da subito tali partite dalle centrali rischi di sistema, cioè di escludere i debitori dagli elenchi dei cosiddetti cattivi pagatori, la cui iscrizione impedisce a tali soggetti di re immettersi nel circuito bancario come clienti”.

Dunque, in concreto, cosa bisognerebbe fare?
“Colgono l’essenza del problema due disegni di legge presentati alla Camera, l’uno a firma dell’onorevole Paglia e l’altro dell’onorevole Marotta, che, se perfezionati con la previsione di equilibrati benefici fiscali, potrebbero dare il via ad un processo di risanamento atto in buona sostanza a permettere alle banche di erogare credito in quantità simili a quelle pre-crisi. Cosa essenziale per l’Italia, la cui economia, a causa del basso tasso di capitalizzazione delle imprese, è fortemente influenzata dal  credito bancario”.

Quali sarebbero i benefici fiscali?
“Occorre prevedere, da un lato, un forte incentivo alla rinegoziazione, ad esempio attraverso un bonus fiscale (da far valere in sede di dichiarazione dei redditi da parte delle banche) tanto più forte quanto più il valore rideterminato contrattualmente dalle parti sia lontano dal valore netto contabile al 31 dicembre 2016, dall’altro disincentivando le medesime banche da un rischio d’indifferenza alla soluzione proposta, impedendo la deduzione delle ulteriori svalutazioni e perdite attese, iscritte nei bilanci successivi al 2016 sulle partite considerate dalla nuova legge. Inoltre andrebbe prevista la totale immunità fiscale per le imprese che, accedendo alla rinegoziazione, si vedano contrattualmente rimesse significative parti del proprio debito, analogamente a quanto già previsto dal sistema tributario per i soggetti che accedono alle procedure della legge fallimentare. Del resto, non si dimentichi che tale nuova legge (un testo piuttosto articolato di essa  è stato scritto dall’avvocato Crivellari e da me proprio al fine di “rimettere in moto” le parti ingessate del sistema) può ricondursi concettualmente alla legislazione in tema di esdebitazione dei privati (legge numero 3 del 2012: articoli 6 e seguenti.), con il primario obiettivo, non solo di rendere omogenei i valori contabili dei crediti espressi nei bilanci delle banche e in quelli delle imprese debitrici, ma anche di cancellare ciò che oggi, nella buona sostanza, non può ragionevolmente essere ripagato. Così come il Giubileo (quello vero) cancella le pene che la commissione del peccato provoca, nonostante il successivo perdono, così analogamente il giubileo bancario cancella comunque una parte dei crediti che non possono essere pagati, configurando dunque una vera e propria loro rimessione”.

Ci sono probabilità che una tale importante novità superi l’esame del Parlamento?
“Direi proprio di sì perché vi è un forte interesse di molti gruppi parlamentari. Occorre comunque l’adesione del Mef, che oggi, con l’ammorbidimento della propria posizione da parte della Bce, non troverebbe seri ostacoli di incompatibilità con l’ordinamento europeo”.

 

#OPINIONECONOMICA. Il segreto di Berlino: è come Panama e Dubai

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Fa specie che la stessa fonte che ha contribuito a rendere pubblico lo scandalo dei Panama Papers, il Tax Justice Network (TJN), riporti anche Berlino ai vertici nel Financial Secrecy Index rappresentandola come uno dei principali Corporate Tax Heaven planetari. Nel 2015 infatti la Germania si collocava in questa discutibile classifica all’8 posto mondiale (ultima edizione disponibile), davanti a Panama e Dubai ed appena dietro al Libano.

Le norme interne incompatibili con il rigore chiesto ai partner europei

Considerando che durante l’ultimo anno tutti i paradisi fiscali mediaticamente esposti, inclusa la Svizzera e la stessa Panama, hanno ceduto molto della propria segretezza, possiamo facilmente immaginare come Berlino possa solo essere cresciuta in questa imbarazzante classifica. Il punto è che esistono numerosi aspetti peculiari della giurisdizione tedesca che, secondo TJN, sono in fortissima dissonanza con quanto pubblicamente sostenuto dalla sua elité politica. Nel senso che esistono numerose agevolazioni, situazioni, addirittura norme interne che autorizzano Berlino a comportarsi fiscalmente in modo assolutamente incompatibile rispetto a quanto invece richiesto di rigore ai partners Europei. A partire forse dal limite all’uso del contante, che semplicemente non esiste oltre Gottardo, mentre è un must per tutti gli altri paesi dell’Unione. O che le banche non considerano la corruttela perpetrata all’estero come reato presupposto per il riciclaggio, quindi permettendo di re-inserire il denaro frutto di dette corruttele nel circuito bancario senza particolari problemi. O l’assenza di una polizia fiscale come la Guarda di Finanza italiana ad esempio. O la presenza di numerose aliquote di tassazione agevolate nei vari Laender, le stesse aliquote che hanno convinto la Deutsche Boerse a spostare la propria sede legale in una insignificante città di provincia, Eschborn, evidentemente per ridurre la tassazione nominale del 33% ad un livello molto inferiore. O la ciclica transumanza della sede di aziende sistemiche germaniche verso luoghi improbabili all’interno dei propri confini con lo scopo di pagare meno tasse grazie ad agevolazioni locali. O la carente trasparenza nei risultati dei processi fiscali interni. Se tutto questo non venisse documentato da uno splendido report di un soggetto assolutamente al di sopra di ogni sospetto come il TJN verrebbe da gridare alla bufala ma purtroppo o per fortuna è tutto pubblico, scritto nero su bianco.

Il ruolo dei servizi segreti tedeschi

Senza di dimenticare che quasi tutti gli scandali fiscali degli ultimi 10 anni, hanno avuto come parte in causa i servizi segreti tedeschi i quali non hanno avuto remore a ricettare dati fiscali rubati non solo dei propri cittadini, ma soprattutto di cittadini di paesi partner nell’Ue. Con lo scopo forse di utilizzarli a fini politici per sostenere l’Ue oggi molto traballante? Vedasi lo scandalo della lista Lagarde, epurata dei nomi dei politici greci che poi dovettero applicare le leggi lacrime e sangue imposte dalla Troika contro gli interessi della popolazione ellenica (inchiesta di Hotdoc)

Bisogna dunque andare oltre alla fattualità degli eventi. E’ necessario infatti comprendere perchè questo accada e perchè i media tacciano questa imbarazzante verità. Prima di tutto va ricordato come da sempre i servizi segreti tedeschi siano stati attivissimi a ricettare dati fiscali all’estero, fin dal periodo bellico e pre bellico incluso quello nazista. Non va poi dimenticato il fatto che da sempre l’avversario di Berlino è Londra, la quale ha costruito sulla finanza offshore uno dei pilastri del proprio potere e benessere, pilastro che Berlino ha sempre invidiato e combattuto. In tutto questo le prove ci portano a concludere che oggi l’accanimento tedesco a quello che è evasione, non solo entro i propri confini ma soprattutto negli altri paesi dell’Unione, sembri finalizzato al raggiungimento di propri obiettivi materiali piuttosto che ad un senso etico generale; anche perchè oggi la Germania stigmatizza costantemente difetti congeniti dei paesi Ue-periferici (evasione), esimendosi però dal combattere gli stessi difetti (elusione/evasione) all’interno dei propri confini. Non è un caso che Siemens sia ai vertici mondiali in termini di numero di scandali corruttivi scoperti dalle varie polizie mondiali, ma non in Germania. O che gli scandali fiscali e regolamentari di ad Deutsche Bank, ad esempio, siano innumerevoli. O che, secondo il ricercatore Gabriel Zucman (2013), i capitali non dichiarati in Svizzera erano soprattutto tedeschi. 

L’impressione è che Berlino voglia non solo permettere a sè stessa una certa dose di licenza non concessa ai paesi partner, ma soprattutto che lo scopo finale sia quello di copiare in qualche modo le gesta britanniche mirate ad attirare capitali ed aziende entro i propri confini anche permettendo loro un minimo di “licenza” operativa, fatta di lassismo interni nei controlli fiscali e soprattutto di segretezza nei processi di audit interni in tema di elusione. Queste sono le fattualità fatte emergere dal Tjn nel proprio report del 2016, ultimo disponibile.
Sta di fatto che la sordina messa dai media a questo biasimevole doublespeak tedesco significa solo una cosa: da che mondo e mondo il dominus impera e i sudditi ubbidiscono. Anche in questo caso non si fa eccezione. Certo che diventa difficile accettare tale asimmetria soprattutto da parte di paesi che stanno vivendo sulla propria pelle gli effetti della deindustrializzazione come effetto di una politica comune Europea non necessariamente a vantaggio di tutti in misura eguale. Finchè dura, soprattutto nella traballante Europa Unita dove gli equilibri storicamente cambiano mediamente ogni 15-20 anni.

#OPINIONECONOMICA. Italexit: default o il più grande furto in tempi di pace?

in Economia da
euro

L’uscita dall’euro dell’Italia è un grande default dell’umanità o l’euro è il più grande travaso di ricchezza della storia umana in tempo di pace? Sì, perché entrambi i casi (default o furto/travaso di ricchezza), di norma accadono con guerre militari dichiarate, mentre oggi stiamo vivendo, per ora, un’eccezione.
E’ allarmante come le elites globaliste si spingano fino al massimo limite verbale consentito per difendere i propri interessi, nel caso quelli tedeschi. Il pezzo di Munchau, tedesco, editorialista del Financial Times e non casualmente anti Brexit, sembra rappresentare lo stereotipo di quel particolare tipo di fake news che vengono definite “mezze verità”: fai vedere un lato, ma non l’altro.
Or dunque, ammesso e non concesso che l’uscita dell’Italia (o della Francia) dall’euro possa significare un default, forse anche il più grande default della storia umana in tempo di pace (quello post nazista fu maggiore), una domanda sorge spontanea: perché mai mentre si strombazza tale relativa verità – tutta da provare – viene taciuto che mantenere la moneta unica significa determinare il più grande travaso di ricchezza tra paesi in teoria partner dell’Unione Europea? E per provare detto travaso ci sono a disposizione abbondanti dati macroeconomici, taciuti ad arte, su tutti Grecia e Italia.

Per inciso, estendendo il discorso, quello che va ben spiegato oggi è che l’Italia è davvero all’angolo, probabilmente assieme a Londra. Certo, le capacità di destabilizzazione britanniche anche a livello globale sono notevoli, ma resta la dura realtà: post Brexit e soprattutto post normalizzazione di Trump le vittime predestinate sono due, Italia e Gran Bretagna, forse dovrei dire Inghilterra.
Perché andando ai minimi termini, come disse Obama, il custode del processo liberal-globalistico post vittoria di Trump è per definizione il paese più mercantilistico della terra, la Germania di Angela Merkel, ovvero il primo esportatore mondiale. Ora, far cadere la Germania significa far cadere il castello di carta dei globalisti. Da qui il discorso del tedesco Munchau sul rischio di maggior default della storia umana associato all’uscita dall’euro di Italia o Francia.

Il fatto che Trump sia stato recentemente “normalizzato”, o anche che abbia ceduto ai neocon adottando la loro agenda, significa che l’Italia e gli alleati Usa in Europa necessariamente hanno perso, mentre Berlino vince. Londra vedremo che farà. Come anticipato la scorsa settimana i tre avversari Usa sono, per motivi profondamente diversi, Cina, Germania e Russia. Il primo, potentissimo, tutti pensavano sarebbe stato ai margini dello scontro trovando un accordo di convenienza con gli americani. Con Trump presidente tutti puntavano a una sfida alla Germania, l’avversario prettamente commerciale. Si tratterebbe di un abito in cui The Donald si trova a meraviglia.
Invece la svolta trumpiana degli scorsi giorni, con Bannon e Flynn fuori, rappresenta solo una cosa: non che i globalisti hanno vinto, questa è la derivata, ma piuttosto che gli USA di Trump non andranno per molto tempo contro Berlino – che non casualmente contribuisce a pagare lo stipendio a buona parte della Washington che conta, come negli scorsi anni ’30 – e anzi si scaglieranno contro l’avversario grosso, l’asse russo-cinese, cercando di separare gli avversari. Siamo al tutto per tutto, i clintoniani stanno usando Trump meglio di quanto avrebbero potuto fare con Hillary. Ecco perché la situazione fa davvero paura a livello globale, una guerra catastrofica non è più da escludere ormai.

Le conseguenze? Prima di tutto Londra è ormai sola contro Berlino, non passa giorno che non prenda uno scapaccione, colpita nei suoi poteri e interessi storici (ad esempio la finanza offshore, dilaniata dalle spie finanziarie stile Mossack Fonseca al soldo di Berlino). Parallelamente l’Italia va di corsa verso la miseria sociale, economica e morale, fatti salvi veri miracoli verrà conquistata economicamente entro un paio d’anni (l’unica speranza sta idealmente in una successiva attenzione americana post scorribande in Corea e Siria – e magari con un accordo separato con la Cina in extremis, attuando il famoso dividi et impera – per normalizzare la Germania, ma purtroppo Roma non ha tempo, non resisterà alla troika altri due anni). Intanto gli Usa allegramente sfidano Cina e Russia e temo patiranno molte delusioni a livello militare, la Siria rischia di essere un Vietnam al cubo per Washington, almeno secondo Steve Pieczenik: detto funzionario Cia, molto conosciuto in Italia, ritiene infatti che la forza militare USA, purtroppo, sia rilevante solo in comparazione ai suoi alleati Europei e Nato o a piccoli attori (Iraq, Libia), mentre resta a serissimo rischio sconfitta via a vis con avversari globali, Cina e Russia, la cui alleanza potrebbe essere fatale per l’intero asse occidentale storico (strozzato da un debito enorme) non solo a livello economico ma anche militare.
Il resto del mondo osserva, più o meno conscio di quanto sta accadendo.

Taxi, Uber e Ncc: dopo un quarto di secolo nessuna legge regola il conflitto

in Economia da

Una legge vecchia di 25 anni. E’ questa la principale causa dello scontro infinito fra taxi, Uber e autisti di Ncc (noleggio con conducente).

Una guerra dove alle origini della competizione su ‘strada’, tra auto bianche e lussuose berline nere, c’è una legge (la numero 21 del  15 gennaio 1992), che oggi più che mai richiede una riforma complessiva.

Come afferma a Ofcs.report, Marco Montoneri, giovane imprenditore romano a capo, da oltre 16 anni, della società di noleggio NCC.it :“E’ indubbio come i taxi siano un bene per la nostra società,  a maggior ragione per i giusti equilibri della città. Credo fermamente che con le adeguate tutele e riforme è possibile lavorare tutti e bene, senza ledere i profitti dell’altro, grazie alla propria peculiarità e professionalità”.

E per rimanere ancora più al passo con i tempi e soprattutto con il libero mercato, l’azienda ha creato l’ App Ncc.it che è di fatto la risposta italiana al concorrente straniero Uber.

ncc roma
Marco Montoneri – MM Carline Autoservizi

“La nostra piattaforma, esattamente come Uber, gestisce i pagamenti grazie a paypal – spiega Montoneri –  con la quale ognuno è possibile pagare con carta di credito o con la prepagata stessa, in modo da dare una sicurezza in più nell’utilizzo delle carte di credito, in quanto abbiamo riscontrato negli italiani (a differenza delle altre popolazioni), una certa diffidenza nello scegliere questo tipo di pagamento. Il cliente una volta registratosi nella App può prenotare la vettura facendo una ricerca tramite Google dell’indirizzo di partenza o di destinazione. Noi lavoriamo solo con arrivo o partenza in punti di interesse tipo porti, aeroporti o stazioni. Non facciamo le classiche corse tipo taxi da via a via dentro la città, questo vorrebbe dire offrire tutti servizi last minute e magari sarà il secondo step,  ma per il momento vogliamo lavorare con prenotazione in modo da non bruciarci il nome per qualche malfunzionamento”, conclude Marco.

E se Montoneri guarda avanti con idee innovative, l’Agcm (Autorità Garante della Concorrenza e del  Mercato), ha inviato di recente al Parlamento e al Governo una segnalazione per sottolineare la necessità di mettere la normativa al passo con l’evoluzione del mercato.

L’Autorità, infatti, ritiene che la strada da perseguire per la riforma del settore debba innanzitutto passare da un alleggerimento della regolazione esistente.

A tal fine dovrebbe essere garantita una maggiore flessibilità operativa ai soggetti dotati di licenza taxi e al tempo stesso dovrebbero essere eliminate le disposizioni che limitano su base territoriale l’attività degli operatori Ncc.

Queste riforme garantirebbero una piena equiparazione dal lato dell’offerta tra gli operatori dotati di licenza taxi e quelli dotati di autorizzazione Ncc e faciliterebbe lo sviluppo presso il pubblico di forme di servizio più innovative e benefiche per i consumatori (tipo Uber black e Mytaxi).

E, come riportato sul sito stesso  dell’Agcm, la riforma dovrebbe anche riguardare quella tipologia di servizi che attraverso piattaforme digitali mettono in connessione autisti non professionisti e domanda finale (come il servizio Uber Pop).

Tale regolamentazione – tenuto conto dell’esigenza di contemperare la tutela della concorrenza con altri interessi meritevoli di tutela quali la sicurezza stradale e l’incolumità dei passeggeri – dovrebbe essere tuttavia la meno invasiva possibile, limitandosi a prevedere una registrazione delle piattaforme in un registro pubblico e l’individuazione di una serie di requisiti e obblighi per gli autisti e per le piattaforme, anche di natura fiscale.

taxi roma
Taxi Stazione Termini

È chiaro che queste misure determinerebbero una immediata estensione dell’offerta di servizi di mobilità non di linea a tutto vantaggio dei consumatori finali. La possibilità di successo di una tale riforma in senso pro-concorrenziale del settore è tuttavia legata all’adozione di misure idonee a limitare quanto più possibile l’impatto sociale dell’apertura del mercato.

Quindi, a beneficio dei tassisti in servizio al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa, l’Autorità pertanto suggerisce alcune forme di compensazione che potrebbero essere finanziate tramite la costituzione di un fondo, finanziato dai nuovi operatori e dai maggiori introiti derivanti da possibili modifiche del regime fiscale.

@MaryTagliazucch

 

#OPINIONECONOMICA. Ecco perché la Russia fa paura all’Occidente

in Economia/Internazionale da
Russia

Non passa settimana che uno scandalo che coinvolga i russi non venga pubblicizzato a mezzo stampa. Ben s’intenda, per come ci viene presentata dai media trattasi sempre di un’azione a danno dell’occidente da parte dei nipoti degli odiati vecchi comunisti ex sovietici. Si giunge addirittura a parossismi difficili da credere: immaginare che Mosca possa aver permesso l’elezione di un presidente Usa sembra decisamente assurdo. Bene, in tutto questo ci siamo mai domandati perché la Russia faccia così paura all’Occidente, tanto da sbatterla ormai settimanalmente in prima pagina in veste di nemico giurato?

Potere e ricchezza prospettica

Il motivo è semplice: si tratta di potere e ricchezza prospettica. Oggi gli avversasi degli Usa sono – per motivi diversi – fondamentalmente tre: Cina, Russia e Germania (non cito i nemici interni, che in buona sostanza sono riconducibili alle faide partitiche, vedasi Clinton vs Trump ma non solo). Il primo avversario – la Cina – è troppo grande, ricco e potente e dunque intoccabile per essere messo sotto pressione, anche perché non sarebbe possibile garantire il benessere statunitense in presenza di un crollo di Pechino.
La Germania invece è un sottoprodotto Usa, ossia è cresciuta sotto la sua ala protettrice fin dalla fine della seconda guerra mondiale: forse per questa ragione Washington ritiene di poterla indirizzare anche in futuro, secondo chi scrive sbagliando grossolanamente (ritengo infatti che il mai sopito pangermanesimo tedesco in veste europea  si sia risvegliato e voglia sostituirsi agli USA in Europa: detto indirizzo sarà accettabile per la sponda anglosassone?)
In mezzo c’è la Russia, il serbatoio delle risorse naturali mondiali, da sempre in contrapposizione con il mondo atlantico. Ecco, la Russia è ricchissima, è nemico storico e culturale del capitalismo occidentale e soprattutto non è sufficientemente forte da non poter essere sconfitta, sebbene non possa ambire a sconfiggere gli Usa in un’ipotetica (speriamo) guerra. Di più, un suo crollo non comporterebbe un conseguente disastro economico Usa. Anzi, forse permetterebbe addirittura il contrario nel momento in cui l’Occidente riuscisse a mettere la mani sulle sue risorse limitando i danni derivanti da un eventuale attacco.

Un debito pubblico e privato inesistente

In effetti la Russia è il paese con gli assets più sani del globo. Oltre ad avere enormi riserve naturali ha anche e soprattutto – al contrario dell’Occidente – un debito sia pubblico che privato praticamente inesistente (l’Unione Europea in media solo sul debito pubblico viaggia attorno al 100% del Pil, idem Usa e Regno Unito). Ossia, se non fosse attaccata e dunque non fosse messa in difficoltà, nel momento – inevitabile – in cui il debito dell’Occidente saltasse per aria diventando inesigibile, Mosca si tramuterebbe nel dominus economico globale o qualcosa del genere. Anche perché una degradazione del debito occidentale per via inflazionistica farebbe comunque decollare i valori reali, ossia il prezzo delle materie prime potenziando all’infinito il paese che in maggioranza li detiene. A maggior ragione vista l‘alleanza strategica Russia-Cina, la prima con le risorse, la seconda con liquidità, consumi e oltre un miliardo di persone. Un’alleanza in grado tranquillamente di porre fine all’impero del dollaro. Abbiamo raggiunto il punto nodale: il mondo atlantico/occidentale aggregato attorno agli Usa sta letteralmente annegando nel debito e dunque deve annientare la Russia prima che questa si tramuti – per assenza di propri errori ossia di eccessivo debito interno – nel paese economicamente vincente.

Mosca va attaccata, provocata, sconfitta

Ci riusciranno? Impossibile dare una risposta. Ritengo che comunque vada non sarà indolore per l’Europa. Prima di tutto perché una sconfitta russa corrisponderebbe per molti versi ad una vittoria tedesca più che americana (quanto meno per la vicinanza): dunque avere ai confini una Germania forte vestita di Europa sarebbe un serio problema per Mosca. Viceversa una vittoria o qualcosa di equivalente da parte di Mosca vs Usa non potrebbe accadere senza una strizzata d’occhio alla Germania, con tutte le reazioni del caso lato americano. Se qualcuno pensa che la destabilizzazione che vediamo da anni possa essere portata avanti senza l’intervento degli ex servizi segreti sovietici di stanza nella Germania Est (Stasi) non ha capito nulla di geopolitica.
Ovvero, con un pò di buon senso è facile prevedere quale sarà il paese che – in un caso o nell’altro – subirà conseguenze negative certe: Berlino, che dovrà pagare dazio per l’instabilità che ci aspetta e che lei stessa avrà contribuito ad alimentare.

Ecco perché l‘Europa tutta deve fare estrema attenzione a non farsi coinvolgere nella nuova politica estera tedesca (per altro a suo esclusivo vantaggio).

Venezuela e Paraguay, il golpe sudamericano permanente: ma le piazze non ci stanno

in Economia/Internazionale/Relazioni Internazionali da
golpe

Svalutazione, crisi monetaria e calo del prezzo del petrolio. Ma l’economia non è la sola protagonista dei due principali scenari di crisi sudamericani. In queste settimane in Venezuela e Paraguay si sta consumando il dramma di due Paesi che vedono la forbice fra elite governative e popolazione civile allargarsi fino allo scontro.

Entrambi i paesi vivono un momento difficile e i bilanci statali da tempo non sono per nulla floridi, ma le rivolte scoppiate ad Asuncion e a Caracas hanno un tratto in comune: in entrambi i casi si tratta di provvedimenti governativi volti a introdurre, o modificare, leggi conservative della classe politica. E, sia in Paraguay che in Venezuela, una nuova classe dirigente spingere per ottenere maggiore spazio.

Il caso Paraguay

In Paraguay è una nuova legge di tipo costituzionale ad aver acceso la miccia dello scontro: la norma in questione cambierebbe la legge fondamentale dello Stato in favore di una rielezione dell’attuale presidente, Horacio Cartes, allo status quo non legittimato a ricandidarsi alle elezioni previste per il 2018. L’iter della legge prevede, come nel nostro Paese, più fasi, ma il Parlamento ha segnato già il primo punto in favore del disegno dell’attuale maggioranza. La prima votazione si è conclusa con il prevalere della fazione che aveva proposto la modifica costituzionale, che al suo culmine prevede comunque l’appello alla consultazione popolare. Il popolo paraguayano insomma avrebbe ancora le armi per contrastare il piano del partito conservatore, ma gli scontri nella capitale sudamericana si sono già accesi fra manifestanti e polizia. Il bilancio fa già segnare un morto e non sono mancate le accuse alla forza pubblica per un uso della violenza sproporzionato.

Il Venezuela contro Maduro

Diversa è la situazione del Venezuela, che sta vivendo ancora l’onda lunga del periodo di governo chavista. Nicolas Maduro infatti, l’attuale presidente, è il naturale erede, tra l’altro designato da Chavez stesso, per guidare il paese lungo il sentiero tracciato dal bolivarismo. Nonostante la reggenza dell’ex presidente abbia portato a una redistribuzione della ricchezza, Caracas è rimasta ancorata a un’economia legata prevalentemente all’esportazione del petrolio, materia prima di cui il Venezuela è ricchissimo. Ma l’oro nero si è trasformato presto in una zavorra per l’economia del paese dopo il crollo del prezzo del barile. Ora Caracas è infatti costretta a comprare carburante dagli Usa, in quanto il prezzo risulta di gran lunga inferiore. Con la moneta che ha subito un crollo nella sua valutazione. In questo scenario la reazione delle elite di potere venezuelane non si differenzia di quelle paraguayane. Lo scorso 30 marzo il Tribunal Supremo d Justizia, omologo della nostra Corte Costituzionale, aveva emesso un paio di sentenze con le quali spogliava d’ogni autorità il Parlamento, già dichiarato disobbediente dall’esecutivo. L’annullamento della basilare condizione democratica di un paese, la separazione dei poteri, non è però il momento più basso di questi ultimi giorni. Sollecitato da un clima sempre più surriscaldato, Maduro ha riconsiderato l’orientamento preso, invitando il Consiglio di Sicurezza Nazionale a comunicare alla Consulta venezuelana l’ordine di dietrofront. E la marcia indietro, in meno di 48 ore, è stata servita dal Tribunal Supremo, che agli occhi dell’opinione pubblica ora non è che un fantoccio del governo.

Dopo il mito ultimo del socialismo, Caracas ora vede la democrazia interna in un pessimo stato, in cui lo stato di diritto è minacciato, mentre i piani alti del governo Maduro continuano a dormire sonni tranquilli.

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