La Percezione Della Sicurezza

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Economia

Economia: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui mercati finanziari, la crisi e l’economia mondiale.

Joschka Fischer a El Pais: “Indipendenza Catalana attacca Ue da dentro”

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L’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer del SPD, afferma oggi su El Pais – e senza mezzi termini – che la secessione indipendentista della Catalogna rappresenta una sfida da dentro all’Ue, che a causa di tale evento può davvero implodere. Fa questo senza però minimamente prendere in considerazione le colpe di quanto accaduto, la radice dei problemi. Se da una parte correttamente indica nella necessità di denaro da parte catalana le ragioni dell’indipendenza, dall’altra rifiuta di collegare il gesto estremo – si, perchè di questo si tratta – dei catalani ai difetti congeniti dell’euro e quindi dell’Ue, che nel caso hanno affilato e poi usato le armi dell’austerità indiscriminatamente contro tutti i cittadini spagnoli, anche contro quelli che – come i catalani – ritengono a ragione di creare gran parte della ricchezza e che oggi patiscono in particolare la povertà a causa del successo economico regionale e della bellezza del territorio, fattori che attraggono turisti e business, ma a fronte di stipendi locali troppo bassi. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Scenarieconomici: Visco è colpevole, abbiamo le prove

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Ieri il PD ha rotto una consuetudine istituzionale riguardante la nomina del governatore di Banca d’Italia. Con una mozione approvata a larga maggioranza si pone in luce come il governo , nella nomina del prossimo governatore debba: «Adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario ai fini della tutela del risparmio e della promozione di un maggiore clima di fiducia dei cittadini, individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto». Una frase che dà per scontato che l’attuale governatore Visco non abbia operato in questo senso. In realtà il PD ed il suo segretario hanno colpe enormi, gigantesche ed assolute nella gestione della crisi bancaria italiana. Basterebbe ricordare un paio di titoli esemplificativi. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Vladimir Putin: il grande vincitore post crisi subprime

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a cura di Marco Rocco

Oggi vediamo Vladimir Putin imporre la sua agenda in Medio Oriente, certamente sarà un game changer. Il perdente è il dominus in via di progressiva sostituzione: gli Usa. Ma gli Usa di chi, di Trump o di Obama?

Per i danni che ha fatto non solo al proprio Paese, ma a tutti gli alleati occidentali sono portato a pensare che, visti i tali e tanti errori compiuti, dal quasi raddoppio del debito federale in soli 8 anni, alla liquidazione degli alleati storici americani nel mondo, alla fine ormai prossima del petrodollaro ovvero del dollaro come valuta globale, ci sia stato addirittura del dolo nelle azioni di Barack Hussein Obama. Quasi una vendetta da parte di un nero contro il Paese che – secondo alcuni metri di valutazione tipicamente razziali ma ultimamente molto di moda – può non aver nei secoli “rispettato” una fetta della propria popolazione, appunto quella di colore. Le tensione scoppiano solo oggi.

Chiaro, chi ha approfittato di questa “angloflagellazione” è il paese più ricco di risorse naturali e militari dopo Washington, forte di una leadership esperta e consolidata: la Russia di Vladimir Putin.

Resta il danno, fattuale: Obama ha messo in pericolo il dominio globale Usa ed oggi ne subiamo tutti i contraccolpi. Sì, perchè nessuna caduta del dominus del tempo è avvenuta in pace, nessuna. La storia insegna. Ed anche in questo caso non si farà eccezione. Anche perchè i concorrenti, i nemici, restano; ma per arrivare al suicidio di un paese dominante sono necessarie le tensioni interne. Appunto, gli Usa eredi di Obama, non sono mai stata così divisi dai tempi della guerra civile.

 

Oggi c’è Donald J. Trump, che ha ereditato una situazione esplosiva, una crisi economica irrisolta nonostante l’enorme sperpero di denaro, un debito enorme, una supremazia militare non più lampante, la sparizione progressiva dei propri alleati, il caos interno spesso di matrice razziale a seguito di una elezione presidenziale vinta in modo democratico ma non accettata dai perdenti. Solo le borse tengono, semplicemente per il fatto che il primo presidente nero degli States ha contrabbandato la perdita di potere globale Usa con l’accumulo senza precedenti di ricchezza da parte delle elites, ovvero uccidendo la classe media, la vera spina dorsale del benessere americano. Ed ha fatto questo grazie ad artifizi finanziari stile tassi zero e QE, non interrotti anche quando le banche erano state salvate, che poi era il motivo per qui QE e tassi a zero furono imposti al mondo. Non a caso Obama è il darling delle elites, che ha contribuito ad arricchire a dismisura. La storia ci dirà se si sarà trattato di vero tradimento, doloso.

Il risultato più evidente – oltre alle attese di tracollo del dominus – è stata la bolla finanziaria più grande della storia, con obbligazioni ed azioni ai massimi senza sapere veramente il perchè. O meglio, solo perchè con tassi a zero tanto vale rischiare non avendo nulla da perdere rispetto a lasciare i soldi sul conto corrente dovendoci pagare i tassi negativi. Inevitabile che i tassi siano – più prima che poi – destinati a salire. E tale salita può avvenire solo come conseguenza di un macro evento, ad esempio una fiammata inflattiva, fattore tutt’altro da escludere in presenza di un petrolio talmente basso da far letteralmente fallire i paesi produttori, a partire dall’Arabia Saudita.

Quindi prevedere un macro evento che coinvolga il petrolio – piuttosto che in Nord Corea – è abbastanza scontato, ossia grandi eventi in Medio Oriente e dintorni, mai così caldi dai tempi della guerra del Kippur. E petrolio in salita significa appunto inflazione, ossia tassi in salita per combattere la salita dei prezzi.

Siamo veramente sicuri che gli Usa vogliano questo, parlo della salita dei tassi?

Chi scrive non ne è assolutamente certo, soprattutto all’inizio. Il prossimo anno Trump sceglierà il suo governatore della Fed e dunque avrà mano libera anche sul mercato dei tassi. E se la Fed non volesse – almeno all’inizio – sterilizzare l’inflazione, sulla base dell’assunto che un po’ di salita dei prezzi per un paese indebitato come gli Usa potrebbe essere molto positivo, cosa succederebbe? Semplice, il dollaro crollerebbe, dando spunto all’economia Usa per via di una valuta svalutata. A quel punto ci sarebbe la concretizzazione della fine del dollaro globale con una svalutazione epocale, magari temporanea, tempo di far fallire i paesi esportatori globali ossia gli avversari di Washington esclusa la Russia. Cui prodest? Nel breve all’economia Usa, che finirebbe per esportare di più ed a importare di meno. Ovvero sarebbe l’equivalente di un missile termonucleare per i conti dei paesi esportatori, in primis Germania e Cina che vedrebbero il deficit commerciale Usa azzerarsi o quasi. Dunque deflazione per eccesso di produzione ma in un contesto di prezzi in salita, magari a causa di una nuova – l’ennesima – guerra per il petrolio. In una parola, stagflazione in Europa e Cina con annessa instabilità interna.

Per questa ragione sono convinto che Washington ancora una volta abbia tutti gli assi in mano. Infatti gli Usa finirebbero comunque per trarne beneficio, per i danni arrecati ai paesi esportatori: non va infatti dimenticato che gli States sono una grande nazione, il primo o secondo produttore di petrolio al mondo. Hanno tutte le risorse naturali di cui necessitano, grandi banche, finanza, tecnologia, armamenti. Oltre ad essere i consumatori di ultima istanza del mondo. E soprattutto – solo a volerlo – avrebbero ingerenza diretta su tutto il doppio continente Usa, nord e sud, un mercato di un miliardo e oltre di consumatori (infatti i leaders sudamericani stanno perendo come mosche).

Ma, meditiamo, gli altri paesi, gli avversari che puntano a sostituirsi a Washington, che potrebbero fare a fronte di un crollo del dollaro ovvero della fine del dollaro globale? La Cina dovrebbe sviluppare il proprio mercato interno e vicinale per compensare 500 miliardi di dollari annui di consumi persi lato anglosassone, ma sarebbe dura senza export e senza capitali in eccesso. E contando che almeno tre paesi nell’area pacifica resteranno comunque ed indissolubilmente legati agli Usa, parlo di Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

E l’Europa, con le sue divisioni e la sua austerità? Se molla con il rigore la Germania scoppia ideologicamente, soprattutto con i governi attuali di destra in Austria e Germania. Se persevera o  aumenta l’Italia ed i periferici scoppiano, a maggior ragione in presenza di tensioni separatiste interne, che non tarderanno a trasformarsi in esterne ovvero contro l’Ue. Resta la terza opzione, che i paesi centrali Europei usino la forza a proprio uso e consumo – ossia per sopravvivere alla svalutazione del dollaro – ossia per imporre “con la forza” (di un crack pilotato piuttosto che con l’arma militare) i loro interessi ai periferici.

E lì entrano in ballo le basi Usa disseminate soprattutto in sud Europa ed in Italia in particolare.

Dunque non resta che il vincitore in pectore: la Russia, con cui Trump – è inutile negarlo – non ha un brutto rapporto come fu per Obama ed Hillary Clinton. Anzi, quello che terrorizza i globalisti – infatti lo stanno combattendo da anni – è un asse Trump-Putin per ridisegnare gli equilibri mondiali come ai tempi di Yalta. Per loro sarebbe finita. Dunque lo combattono, tutti giorni sulla stampa.

Resta la possibilità di una guerra in Europa? Ad oggi resta improbabile. Va comunque considerato che non siamo mai stati così vicini a tale tragica “soluzione” negli ultimi 75 anni.

Scenarieconomici: il Fiscal compact è illegittimo

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

Ritorniamo alla carica con il Fiscal Compact nella speranza che “qualcuno” in Italia prenda finalmente come riferimento questa analisi per scongiurare definitivamente la sua pratica attuazione. Pertanto iniziamo nel rifare il punto sul cosiddetto Fiscal Compact perché rappresenta un corposo irrigidimento, con effetti altamente perversi, necessario alla realizzazione del modello economico adottato dalla governance europea a supporto della sopravvivenza dell’euro. Infatti i criteri previsti da questo modello economico prevedono, in omaggio alla tanto cara ortodossia tedesca, la stabilità dei prezzi, cioè dell’inflazione, e la disciplina dei conti pubblici per mezzo essenzialmente del raggiungimento del pareggio di bilancio e la diminuzione pianificata, con precise regole codificate, del debito pubblico, come unici strumenti in grado di garantire i presupposti per la crescita. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Scenarieconomici: In Italia viviamo in un sistema fiscale del tutto opprimente

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

In Italia viviamo in un sistema fiscale del tutto opprimente. A farne le spese sono soprattutto i possessori di partite iva e piccole imprese, che oltre a dover fare i conti con un infinità di tasse e balzelli, a fine anno si ritrovano a dover anticipare iva, irpef e inps per l’anno successivo! Lo stato ci chiede di pagare le tasse su delle “ipotesi di guadagno” non ancora avvenute. Follia pura!!

Il sistema attuale soffoca e deprime l’economia, rendendo impossibile lo sviluppo del lavoro autonomo . Negli ultimi anni è stata applicata una metodologia di base che prevedeva lo smantellamento del lavoro autonomo . Per metodo, per esempio si intende anche il sistema iniquo degli acconti, che obbligano un imprenditore a pagare le tasse sulla base di una prospettiva, di una previsione, non di un reale incasso. Siamo alla futurologia applicata alle imposte, alla vessazione fiscale preventiva: “Io intanto ti stango, poi vediamo se riesci a incassare tanto quanto mi hai pagato”.

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Scenarieconomici: economia sommersa? Usata da 4 governi per imporre assurde tassazioni

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

Oggi i media ci bombardano sull’evasione presunta italiana rilevata dall’Istat su dati 2015, senza però paragonare tali dati agli omologhi “partner” Eu, ad esempio alla Germania. E se i tedeschi evadessero come o più degli Italiani? Possibile? Mi direte alla fine. Da molti mesi sto valutando come spiegare ai lettori che le stime sempre spaventose dell’evasione italiana usate per giustificare una pressione fiscale assurda in realtà sono più che mezze bugie, diciamo pure propaganda per far accettare agli italiani un qualcosa di inaccettabile: leggasi, un livello di tassazione anche oltre il 50%, includendo i contributi. Ripeto, inaccettabile, troppo elevato! PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI

 

Almaviva, i dipendenti di Milano rischiano il trasferimento a Cosenza

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

Almaviva continua a far parlare di sé. Dopo la sede di Roma anche quella di Milano è nell’occhio del ciclone. “O accettiamo le nuove condizioni o verremo trasferiti a mille chilometri da Milano, a Cosenza”. Questa è la denuncia esposta a Ofcs Report da una dipendente della filiale milanese che ha chiesto di restare anonima e che insieme ad altre 104 persone vive un momento di attesa.
In particolare parliamo dei dipendenti che lavoravano nella commessa di Eni e che dal 30 settembre non hanno visto rinnovati i loro contratti a tempo indeterminato. “A differenza dei colleghi di Roma il nostro sito non è in crisi e infatti non è stato dichiarato come tale . Quello che viviamo sembra essere una specie di ricatto. O accettiamo le nuove condizioni, un nuovo contratto oppure dobbiamo andarcene”, continua a spiegare la dipendente.

Si tratterebbe di condizioni che prevedono un telecontrollo in tempo reale sulla quantità del lavoro. “Non più un discorso di qualità nella gestione di un servizio quindi – lamentano ancora i lavoratori – Anche perché il controllo della qualità non verrebbe sorvegliato dalle committenti ma da Almaviva, che ovviamente ragiona sul fatturato. Per cui più contatti fai più loro percepiscono soldi. Questa forma di telecontrollo serve a fare una sorta di mobbing legalizzato al lavoratore”, spiega ancora la dipendente.

Almaviva, punto di riferimento dei call center nazionali, nella sede di Milano lavora per Sky, Trenitalia, Che Banca e fino alla fine di settembre anche con Eni. Le nuove condizioni, stando alla testimonianza della dipendente interpellata, andrebbero a ledere non soltanto la loro professionalità ma anche la qualità del servizio offerto ai clienti.

Diverse sarebbero state le riunioni e gli incontri.  E’ stato fatto un incontro, il 6 ottobre 2017, con le Rsu interne e l’ipotesi di accordo è stata firmata dalla sola Cisl. Questo sembrerebbe prevedere il 100% della disponibilità dei Rol dell’ex festività, una banca ore per quello che sono gli straordinari che poi verrebbero corrisposti non più economicamente ma tramite Rol, gli stessi che poi ricadrebbero in questo 100% a loro disponibile. Proprio in merito a questa ipotesi di accordo i lavoratori si sono espressi tramite votazione segreta, per esprimere il loro parere. Nel referendum hanno votato 440 persone, di queste 332 hanno detto no, 107 i sì e un solo astenuto.

Dopo la crisi che ha portato l’Unione Europea a fornire aiuti per il salvataggio dei dipendenti della sede di Roma, Almaviva ha appena aperto due nuove sedi, una a Cagliari e una in Romania.

“Si sta facendo capire tra le righe che si vuole creare un precedente soprattutto per quello che è l’articolo 4 per il rinnovo del contratto nazionale, per cui si sta utilizzando un po’ noi 104 per forzare la mano su tutta la categoria – lamentano e dipendenti – Perché dal momento che Almaviva riesce ad avere un tipo di accordo particolarmente agevolato, come questo, di conseguenza anche tutte le altre aziende vorranno un trattamento pari. Se così non fosse si andrebbe a creare un dumping aziendale, facendo concorrenza sleale”.

Centoquattro dipendenti sono in attesa di sapere se e quando arriveranno le lettere di trasferimento

“Sono state spedite 65 lettere. Noi non abbiamo nessuno potere, al momento aspettiamo che queste lettere vengano notificate per poi nel caso fare vertenze sindacali. Ufficialmente – continua la dipendente- le lettere indicano che il trasferimento non è fatto a causa di una crisi aziendale ma che la sede di Rende, in provincia di Cosenza. sia sotto organico”. E’ infatti dell’11 ottobre la comunicazione che Almaviva invia ai dipendenti per informarli del loro possibile trasferimento nel sito calabrese proprio perchè impossibile ricollocarli tutti nelle altre commesse del sito milanese.
Oltretutto sembrerebbe che a essere intaccati siano soltanto i dipendenti che hanno il vecchio contratto, escludendo automaticamente coloro che hanno quello nuovo. “Sembra che vogliano mandare via i contratti fatti con l’articolo 18 , perché troppo costosi e assumere altri con il job act”, continua la dipendente milanese.

Al momento questi 104 dipendenti sono in ferie dal 30 settembre e dopo una proposta fatta di 6 mesi di cassa integrazione a zero ore e con orario part time, hanno deciso di protestare.
“Siamo in ferie. L’azienda ha prima utilizzato tutti gli istituti 2017 e al momento siamo in anticipo sul 2018. Quindi se dovessi dimettermi o essere licenziata sarei io a dover restituire delle ore di ferie a loro. Stiamo organizzando uno sciopero, sperando che questa nostra causa venga conosciuta a tutti e si trovi una soluzione”.

 

La risposta di Almaviva

In risposta a una lettera dei sindacati  Slc Fistel e Uilcom, che avevano chiesto un incontro per affrontare il problema, Almaviva ha replicato tramite l’amministratore delegato, Andrea Antonelli, che ha dichiarato: “Ricevo con stupore considerando inaccettabile una richiesta di incontro accompagnata dall’accusa rivolta alla mia azienda di condurre dumping nei confronti degli altri operatori e di operare al di fuori del ccnl. Almaviva contact è un’azienda – ha spiegato –  che unica negli anni ha voluto testardamente difendere nell’indifferenza dei più l’occupazione in Italia, chiedendo il rispetto e l’applicazione di leggi vigenti. Qualora fosse utile – ha continuato Antonelli – nessuna difficoltà a discutere pubblicamente della materia sulla base di documentazione ufficiale. Proporre un confronto partendo da accuse palesemente infondate e offensive rende quanto meno arduo – ha concluso – un corretto rapporto tra le parti, indirizzato alla risoluzione dei problemi reali a garanzia dell’attività dell’azienda e delle persone che vi lavorano”.

 

Scenarieconomici: Crescita inattesa per il settore manifatturiero in Gran Bretagna

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Gran Bretagna

Dopo un inizio d’anno incerto il settore manifatturiero inglese da segni di crescita sostenuta come riportato dal Financial Times. Le previsioni di sviluppo vengono battute e la produzione industriale cresce ad agosto del 1,6% il doppio rispetto alle previsioni dello 0,8% anno su anno. La parte del leone la fa il manifatturiero che segna un automento, sempre su base annua , dal 1,9% al 2,8%. Questo nonostante un calo del settore auto dovuto al cambiamento di modelli sulle linee produttive, con collegati rallentamenti. In grande crescita il settore “Manutenzioni e riparazioni”, legato ai processi di manutenzione di grandi dimensioni. Il settore sei servizi di manutenzione navale sta avendo una nuova primavera. Insomma dopo il Brexit non sono arrivate le locuste, anzi sono tornati processi produttivi ed industriali. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI

Ius soli all’italiana, uno strumento per correggere i difetti economici dell’euro

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a cura di Marco Rocco 

Tutti parlano di ius soli, quasi nessuno collega tale strumento legislativo, contestatissimo, ad aspetti economici oltre che politici, che sono il vero motivo delle veementi pressioni per introdurlo.

Prima l’aspetto politico, relativamente semplice da comprendere: la spinta ad accettare migranti deriva dal piano obamiano di ingegneria sociale – che poi negli Usa è fallito grazie all’elezione di Donald J. Trump – mirato da una parte a fare arrivare nuovi cittadini con un imprimatur politico della sinistra Dem, ossia per farli poi votare Dem e quindi consolidare il potere nelle mani, appunto Dem, per circa 5 lustri, o qualcosa di simile. Dall’altra per innescare consumi di sussistenza e per abbassare il costo del lavoro, oltre che per poter meglio indirizzare le masse: si sa, più i cittadini sono ignoranti socialmente più è facile orientare le loro scelte politiche. In tutto questo la radice del problema sta nel fallimento delle ricette capitalistiche post reaganiane, dove l’accumulo di ricchezza e il mancato controllo della disoccupazione – tipici difetti capitalistici perfettamente teorizzati da J.M Keynes – hanno raggiunto livelli parossistici. Dunque, avere cittadini facilmente manipolabili e disposti a vivere con poco o nulla fa il gioco di chi è interessato a mantenere intonsa la propria enorme ricchezza.

In Italia è successo qualcosa di simile, nel senso che si è copiato Obama ma senza poi bloccare la deriva a fronte del cambio di inquilino della Casa Bianca; la logica vorrebbe che gli immigrati arrivino quando c’è bisogno di manodopera, ma non è questo il caso. Oggi anzi di lavoro ce n’è poco soprattutto in Italia, quindi più immigrati significa e significherà più disoccupazione. E più tasse per mantenerli (a stipendi minori comunque corrisponderanno minori contributi ed imposte incassate dallo Stato, con innegabili buchi di bilancio da coprire con nuovi balzelli, ndr). Approfondiremo dopo il motivo economico. Quello politico invece è precisamente quello Dem Usa, aumentare il meticciato per poi prendere i voti dei nuovi cittadini. Almeno all’inizio, perchè dopo gli immigrati il partito se lo faranno da solo e lì sarà la vera catastrofe (…).

Il vero, reale driver che giustifica lo ius soli ovvero l’introduzione di un meticciato diffuso è però economico: evitare a partire dagli Usa che il capitalismo collassi mettendo a rischio i grandi patrimoni che sono stati accumulati in 25 di globalismo sfrenato.

In aggiunta, in Italia esiste la complessità tipica di un paese che fa parte di un’unione monetaria volutamente imperfetta, ossia l’euro. A ciò va aggiunto l’inesorabile invecchiamento demografico, non si fanno figli perché costa troppo.

In breve, l’Italia dopo l’euro ha visto cadere la sua produzione industriale, la propria crescita ed il proprio benessere non tanto per proprie colpe quanto per un piano ben congegnato. L’euro era stato infatti costruito precisamente con il fine di frenare le svalutazioni competitive dei paesi europei. Svalutazioni che oggi invece vengono perpetrate dalla moneta unica – a vantaggio però tedesco – grazie alla presenza nella compagine eurica dei paesi deboli, usati come scusante per rendere più competitivi i beni germanici esportati in euro. Infatti, l’accumulo inflattivo tra Germania ed Italia, silenziosamente, anno dopo anno, ha fatto il lavoro sporco di rendere meno competitivi specificatamente i beni italici rispetto a quelli tedeschi. Da qui la bassa crescita, anche come derivata di tasse sempre in salita per sopperire all’ammanco di introiti derivati dalla stagnazione del PIL.

Dunque, per correggere i propri problemi derivanti – come abbiamo visto – dall’appartenenza all’euro, la soluzione è stata trovata in sede europea nel ridurre i costi del lavoro dei paesi in crisi. E per fare questo servono nel caso italiano – che non ha voluto svalutare del 35% gli stipendi come ha fatto la Spagna, solo per trovarsi 7 anni dopo con i giovani catalani a volere l’indipendenza – i migranti. Nella logica dei burocrati di Bruxelles detti nuovi cittadini dovrebbero anzi innescare nuovi consumi di sussistenza, ossia se gli si dà 35 euro al giorno a ciascheduno li spendono tutti. Ossia così si farebbe crescita, peccato che a pagarla siano gli italiani residenti.

Lo ius soli nei paesi europei (Corriere della Sera, 16 giugno 2017)

Capita la ratio è facile chiudere il cerchio, ossia fatti arrivare i migranti che – si noti bene – non servono per produrre di più ma solo per abbassare il costo del lavoro italiano, bisogna renderli cittadini, per prendere il loro voto. Da qui deriva le legge sul ius soli italiana voluta da Dem che, guarda caso, se approvato sarà il caso di ius sanguinis corretto con le maglie tra le più aperte d’Europa.

Infatti, in base a tale progetto di legge, verrebbe concessa cittadinanza immediata a circa 800 mila stranieri senza alcuna o pochissima attinenza con la cultura italiana, in maggioranza islamici. Poi, poco meno di 100 mila all’anno, inclusi i figli di chi risiede da almeno 5 anni in Italia.

I risultati nel lungo termine saranno dirompenti: prima di tutto si terminerà l’unità culturale italiana, il bene più prezioso. In secundis si creeranno mafie importate, già succede con quelle nigeriane. Tertium, si abbasserà si il costo del lavoro ma parimenti si ridurrà il benessere dei cittadini italiani, in quanto per la legge della domanda ed offerta si abbasseranno gli stipendi di tutti, ovvero minori contributi versati (notasi, con inevitabili maggiori tasse a compensazione, quanto meno per tenere il piedi l’Inps).

In ultimo si romperà la coesione sociale in un paese con basi nazionali molto deboli. Ossia, in caso di conflitto armato – non da escludere nel lungo termine – vedo molto difficile che i nuovi immigrati combatteranno per difendere l’Italia.

Come conclusione possiamo affermare che si innescherà instabilità sociale oltre che politica nel paese, mettendolo alla mercè dei soliti ingombranti vicini degli ultimi 2000 anni. Ossia, i tentativi di approfittarsi del residuo benessere italico si moltiplicheranno ed avranno molto probabilmente successo, per il tramite dei soliti cooptati locali.

Va per altro ricordato un aspetto cruciale: nella difesa dello ius soli le testate italiane ricordano sempre che anche gli Usa ce l’hanno. Vero, ma con una grandissima differenza: lo ius soli americano, introdotto nella forma attuale da JFK, prevede che i cittadini Usa paghino le tasse in America a prescindere dalla loro residenza, una chiara forzatura che solo il dominus mondiale si può permettere. E rinunciare alla cittadinanza Usa è poi molto difficile, guarda caso. Ecco spiegato il motivo del fatto che i legislatori americani abbiano previsto di dare la cittadinanza a chi nasce nel loro paese, così prenderanno le loro tasse a vita. Chiaramente lo ius soli italiano non prevede tale “privilegio”. Questo aspetto ritengo non ve l’abbia citato quasi nessuno…

Scenarieconomici, Bankitalia: “Tutti in pensione a 70 anni”

in Economia da
euro

Continuando la nostra serie “Le pensioni della Troika” ci dedichiamo oggi a Banca d’Italia, la gloriosa e ossimorica istituzione pubblica di proprietà privata che ha così efficacemente controllato i bilanci delle banche venete e toscane. Pochi giorni fa Bankitalia-Eurosistema ha lanciato il suo diktat: tutti in pensione a 70 anni! PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

 

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