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Economia: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui mercati finanziari, la crisi e l’economia mondiale.

#OPINIONECONOMICA. L’Italia attira i “paperoni” d’Oltralpe, ma la Germania si lamenta

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tassazione

L‘Italia ha emanato un provvedimento che, sebbene eticamente discutibile, è finalmente pragmatico: permettere agli stranieri di soggiornare in Italia pagando una tassazione forfettaria sui proventi esteri pari a 100 mila euro annui facendo concorrenza ad altri paesi. Nulla di nuovo: chi vive all’estero sa bene che leggi simili sono presenti in Svizzera, Regno Unito e più recentemente in Portogallo. La debolezza strutturale di tale italico provvedimento sta invece nella mancanza di strategia: infatti i paesi che hanno adottato provvedimenti simili contemporaneamente hanno creato il viatico per le aziende straniere a insediarsi – e quindi pagare tasse – nei propri territori.
L’Italia no, permette solo ai Paperoni-persone fisiche, di soggiornare in Italia pagando una tassa fissa relativa alle attività estere e non alle persone giuridiche/aziende. Così sono in molti a ritenere che questo sia un provvedimento su misura per poter far rientrare in Italia il detentore della tessera numero 1 del PD, Carlo Debenedetti.
Un fatto mi ha innervosito relativamente al nuovo provvedimento italico sui Paperoni/persone fisiche: l’unico paese a lamentarsi è stata la Germania. Pubblicamente, con un articolo sul Welt am Sonntag a cui seguiranno denunce europee. Quindi, mi sono detto, perché proprio la Germania? Ha paura di perdere gettito? Direi di no, la ricchezza tedesca è soprattutto aziendale, Berlino si dovrebbe preoccupare di un provvedimento che permettesse sconti fiscali a chi si insedia produttivamente in Italia.
La conclusione è semplice: il provvedimento italiano coglie nel segno ferendo gli interessi quanto meno dei paesi satelliti di Berlino, in ogni caso la Germania teme l’Italia e non vuole che si riprenda. Sì, l’austerità, come sostengo da anni, serve solo a coloro che vogliono indebolire i periferici, probabilmente per conquistarli economicamente in un secondo tempo, come successo per la Grecia. Oggi questa inattesa – e anche impropria per molti versi – lamentela di Berlino sulla tassa sui Paperoni, tutto sommato un dettaglio nel mare magnum del debito nazionale, ci fa capire che non ci siamo andati lontani a “pensar male” in passato.
Appunto, come suggerito nelle scorse settimane, Roma dovrebbe emettere un provvedimento atto a sanare l’incongruità nella legge in oggetto tra persone fisiche e persone giuridiche, ad esempio fissando una flat tax per 10 anni al 12,5% (come l’Irlanda) anche per gli utili delle aziende italiane che rientrano dopo aver delocalizzato, permettendo parimenti di scaricare tutti i costi operativi integralmente se di provenienza italiana sempre per 10 anni (sui costi esteri si procederebbe invece ad attenta analisi).
In questo modo si permetterebbe al paese di recuperare gettito “pesante”, quello aziendale, incluso l’indotto fatto non solo dagli utili ma soprattutto da occupazione oltre che spese e investimenti in loco.

Chiaro, tale provvedimento sarebbe inviso all‘Europa e soprattutto a LussemburgoOlanda, meta principe delle aziende delocalizzate italiche (ma anche Germania). Da qui l’attesa levata di scudi dell’Ue interessata a rubare tassazione al vicini con leggi asimmetriche, fatto che comunque non dovrebbe cambiare di una virgola l’impostazione del provvedimento lato italiano (ne va dell’interesse e – perché no – della sicurezza nazionale).
Un piccolo appunto sulla Grecia e su come sia finita nell’inferno attuale: Atene è stata costretta a obbedire alla Troika e quindi ad affamare il paese con un mix di ricatti interni (la lista Lagarde depurata dai nomi dei politici/governanti che poi hanno implementato il rigore, vedasi inchiesta di Hotdoc) e soprattutto esterni, ossia la Grecia è stata bellamente minacciata di invasione dalla Turchia, quanto meno per le sue isole a est. E l’Ue – nelle more di un confronto anche duro, almeno ai tempi di Varoufakis – ha chiaramente negato la sua “protezione” in caso di sforamento dei parametri economici e di austerità. Così si spiega la discesa agli inferi dei colleghi ellenici. Peccato che Ankara sia alleata di Berlino da oltre un secolo, giocano assieme, non è un caso se ogni qual volta Atene alza la testa viene bastonata sia dalla Troika che – soprattutto – dalle minacce guerrafondaie turche.
Dovremmo ricordare che per l’Italia, con tutte le basi Usa sul suo territorio, le cose sono profondamente diverse. E forse per questo, per la grande amicizia che la lega a Washington, Roma è un grave percolo per le prospettive del benessere eurogermanico del III millennio.

#OPINIONECONOMICA. L’Italia è un posto carissimo per vivere

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tasse

Vivendo da anni all’estero con la famiglia mi trovo a dover puntualmente meditare sull’Italia vista da fuori. L‘Italia è carissima in proporzione a quanto offre in termini di servizi, almeno in rapporto ad altri Paesi. La radice certamente è da ricercare nella sedimentazione di costi di struttura, soprattutto di tasse e tariffe, oltre che in tutte quelle prestazioni e servizi privati a cui non si può fare a meno (energia, assicurazioni, trasporti, sanità ecc.). La base di partenza, oltre alle esperienze diciamo “personali”, può certamente essere la pubblicazione Prices&Earnings di Ubs 2015, aggiornata ogni due anni, dove si comparano i costi della vita nelle principali capitali mondiali. Per l’Italia due riferimenti: Milano e Roma.

Quanto emerge è che i costi della vita in Italia nelle due città citate sono decisamente elevati, mentre gli stipendi sono nella parte bassa della forchetta, almeno considerando le città occidentali. Di esempi ce ne sono molti, dagli stipendi degli insegnanti insulsamente bassi a quello degli impiegati, alle pigioni. Insomma, una lettura di tale interessantissimo studio chiarisce bene i costi del vivere italico. Il vero problema della mancata crescita italiana è tutto lì, si guadagna poco e si spende tanto con costi (elevati) più o meno imposti: come si fa a non usare un’auto, o non avere un appartamento, a non avere un’assicurazione, a non usare riscaldamento (almeno al nord)?
Ecco che emerge preponderante come i costi italici sono, in proporzione ai guadagni, eccessivamente elevati. La prova? Nello studio citato (pg. 18), la spesa totale in beni e servizi di Milano come misura del costo della vita è la Prima dell’Eurozona.

A dire il vero il documento proposto fa un po’ di confusione tra la tassazione lorda e netta, senza ben spiegare gli effetti del cuneo fiscale italiano. In breve, per dare un’idea, la differenza tra il lordo percepito dai dipendenti italiani ed il netto sta nella tassazione Irpef, che come minimo è del 23%, a cui però vanno sommate anche le addizionali e sottratti gli oneri più meno imposti, assicurazioni, oneri sindacali se presenti ecc.. A tale tranche di costo va sommata quella pagata dal datore di lavoro (e che il dipendente non vede), pari a circa il 30% del lordo: sono i contributi previdenziali/sanitari. In breve, fatto 100 quanto un soggetto medio riceve netto in busta paga, il costo complessivo per il datore di lavoro assomma a circa 210. Troppo. La soluzione (stupida) trovata dai governanti sembra essere quella di ridurre gli stipendi pagati in modo da ridurre i costi produttivi e restare aziendalmente competitivi; questo può andare bene ma cozza con la necessità di fare crescita. Anche perchè se si riducono gli stipendi calano anche gli oneri previdenziali pagati; dunque non deve stupire se – anche a fronte di altissima disoccupazione – l’Inps vada verso il fallimento (a meno di ridurre gli anziani percettori di pensioni).
A ciò si aggiunga il fatto che le pensioni in Italia sono tassate come gli stipendi (ad es. in Germania sono praticamente esenti, ma anche in Bulgaria, Slovacchia, Ungheria, Lituania o in varie forme anche in Spagna e Portogallo) e si capisce come la mancata crescita derivi in larga parte dall’eccessiva tassazione che elimina i consumi. In aggiunta a quanto sopra abbiano i costi diciamo insopprimibili, carburanti, riscaldamento ed energia ecc.: anche qui la parte del leone la fanno i costi sistemici, dalle accise sulla benzina agli oneri sul trasporto dell’energia, alle componenti speciali sul gas. Alla fine 1 litro di benzina, 1 metro cubo di gas o 1 megawattora di energia diventano i più cari d’Europa o quasi. O le assicurazioni auto, tra le più care del mondo.

E che dire dell’Iva, tra le più alte del continente, contribuendo ad alzare ancora di più i costi del vivere. E con la futura riforma del catasto si attende un costo per gli immobili di circa l’1% del valore commerciale, fatte salve (per ora) le prime case. Ma attenzione, tali costi di per sé elevatissimi vanno rapportati agli stipendi: e qui il quadro (tragico) si completa, a fronte di costi elevati per i servizi irrinunciabili gli stipendi sono insufficienti. Da qui i consumi asfittici.
Il motivo di tutto questo? Soprattutto le tasse, a maggior ragione oggi che l’Ue impone inflessibile ed anzi nefasta austerity e rientro del debito, inutili per il fine di tornare a crescere (anzi il contrario, quando lo capiranno a Roma?).

Continuando così non c’è dubbio che il paese si strangolerà da solo. Il sottoscritto può solo osservare dall’esterno la follia italica di voler restare all’interno di una moneta unica che lentamente sta annichilendo il tessuto economico, imprenditoriale e sociale italiano (invece di inflazionare i costi interni con una svalutazione della moneta nazionale uscendo dall’euro, ndr); l’emigrazione di massa è una normale conseguenza, impossibile ad oggi pensare ad un’inversione del trend.

Islam, Corte di Giustizia europea boccia il velo nei luoghi di lavoro

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Velo sì, velo no. Il quesito, posto alla Corte Europea da una donna islamica licenziata perché indossava il velo, ha avuto risposta. “Il divieto di indossare un velo islamico, se deriva da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, – ha scritto la Corte di Giustizia Europea – non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali”. Una pronuncia, quella del massimo organo giuridico dei 28 stati Ue, che è destinata a far discutere, e non poco.

La questione era stata sollevata in Francia da una dipendente che era stata allontanata dal posto di lavoro per essersi rifiutata di togliere il capo caratteristico nelle donne fedeli alla religione islamica. Oltre dieci anni fa, nell’aprile del 2006, la signora aveva informato i vertici dell’azienda in cui era impiegata, la G4S, spiegando che avrebbe continuato a indossare il velo durante l’orario di lavoro. Una regola non scritta all’interno dell’azienda invitava già i dipendenti a non indossare o fare mostra di simboli e indumenti che potessero identificare l’appartenenza politico-religiosa. E questo atteggiamento dell’azienda era già noto nel 2003, l’anno in cui Samira Achbita fu assunta.

La perseveranza della donna portò l’azienda a rendere più chiara la policy, rendendola scritta, fino ad arrivare alla decisione della Corte. «La norma interna non implica una disparità di trattamento direttamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali» ha stabilito la sentenza. Tuttavia, ha precisato la Corte, potrebbe insorgere il problema di una discriminazione indiretta del dipendente, nel caso in cui alcuni simboli o indumenti, come nel caso del velo, vengano tollerati a scapito di altri.

Il dispositivo aiuterà le aziende a mantenere senz’altro una linea più neutrale nei confronti della clientela e a evitare eventuali incidenti diplomatici. Ma quale potrebbe essere nei fatti l’attuabilità della decisione della Corte di Giustizia Ue? Un precedente, di natura non identica ma simile alla decisione presa in Lussemburgo, può aiutare a capire quale potrebbe essere la doppia valenza del contenuto.

Da oltre sei anni in Francia è fatto divieto di indossare nei luoghi pubblici il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi, e il burqa, abito che copre interamente la figura femminile in uso presso in Talebani. La legge, dal nome “Interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public”, fu promulgata nell’ottobre 2010 dal governo di Nikolas Sarkozy, attraverso l’allora Guardasigilli, il ministro Michèle Alliot-Marie. La pena stabilita dal provvedimento per i trasgressori fu fissata a una multa da 150 euro in alternativa a uno stage di cittadinanza. Secondo quanto stimato dalle autorità transalpine, in Francia nel 2010 erano circa 2mila le donne che indossavano i veli proibiti.

Ma che effetto ha avuto la legge? Non dei migliori. Stando ai dati del ministero della Giustizia aggiornati al 2015, anno in cui la legge compiva i primi 5 anni di vita, sarebbero state 1500 in totale le multe notificate per aver trasgredito alla legge del ministro Alliot-Marie. In prevalenza, le donne che avevano violato la disposizione del governo francese sarebbero state in gran parte residenti a Parigi e nel Nord del paese. Un primo bilancio, tracciato dai vertici della polizia francese, si schierò per il fiasco dell’iniziativa legislativa di Sarkozy. I controlli infatti per le forze di polizia divennero sempre più rari per le difficoltà a intervenire in contesti molto reazionari alla norma. Basti pensare ai disordini scaturiti in seguito al fermo di una donna nel 2013 a Trappes, nella banlieue settentrionale di Parigi. D’altra parte c’è il fattore del nemico comune: le comunità mussulmane avrebbero fatto fronte contro la legge anti-velo, tanto che il provvedimento sarebbe diventato una molla per il proselitismo.

Il provvedimento della Corte di Giustizia quindi, presumibilmente, non avrà vita facile viste le difficoltà incontrate in Francia nel far rispettare una norma molto simile, pur essendo le aziende più facili da controllare delle migliaia di spazi di pubblico utilizzo.

Alla vigilia delle elezioni in Olanda e delle polemiche con il governo turco per un mancato approdo, con scopi politici, di un esponente della fazione di Erdogan, la sentenza pronunciata in Lussemburgo può diventare una lama a doppio taglio, soprattutto per le strumentalizzazioni politiche in un clima già teso.

Soprattutto in Olanda, dove l’ascesa dei populisti è indissolubilmente legata allo scontro con le comunità musulmane.

Brexit, Il Parlamento britannico approva l’iter per uscire dall’Unione Europea

in Economia da
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Diritti verso la Brexit. Ormai manca davvero poco, dopo che la Camera alta di Londra ha approvato la legge per la ratifica dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I lord hanno quindi dovuto accettare il testo rimandato indietro dai Comuni, che ne avevano bocciato proprio gli emendamenti sulle garanzie dei diritti dei cittadini Ue che vivono nel Paese e sulla proposta di un diritto di veto del Parlamento sull’esito del negoziato. A questo punto il premier inglese, Theresa May, che ha parlato dal palazzo di Westminster  di “un momento storico per il Paese”,  non ha alcun vincolo normativo che le impedisca di invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, dando il via ai negoziati con l’Ue – come già annunciato con ampio anticipo – entro il mese di marzo.

Scontata, infatti, la ratifica del Withdrwal Bill – il pacchetto legislativo che formalizza l’avvio della Brexit – da parte della Regina (il cosiddetto “Royal Assent”), mentre sui tempi utili per fare partire l’iter di divorzio si dovrà aspettare la fine del mese. L’attesa del governo di Londra sembra dovuta al recente annuncio da parte della premier scozzese, Nicola Sturgeon, di voler convocare un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito, da celebrarsi tra la primavera del 2018 e l’autunno del 2019. Un modo quindi per prendere tempo e stemperare i toni accesi sul fronte politico interno.

La procedura per uscire dall’Unione Europea, del resto, ha un meccanismo complesso dal momento in cui viene messa in moto dal Paese che ne chiede l’attivazione. Da Bruxelles in ogni caso si dicono pronti per l’inizio dei negoziati, come riferito nelle scorse ore dal portavoce della Commissione Margaritis Schinas, sottolineando come per prima cosa sarà necessario adottare delle linee guida politiche da parte del Consiglio europeo in un vertice che sarà convocato dal presidente Donald Tusk. L’incontro dovrebbe tenersi il 6 di aprile ma la data potrebbe slittare nel caso in cui, come appare probabile, la decisione della May di avvalersi dell’articolo 50 dovesse arrivare a fine marzo.

Le linee guida sono le posizioni generali e i principi adottati dai 27 Paesi dell’Ue, ma che potranno subire modifiche, se necessario, nel corso dei negoziati. Arrivati a questo punto, la Commissione presenterà una “raccomandazione” per poter dare il via ai tavoli con il Regno Unito, un’operazione che dovrà essere autorizzata dal gruppo dei 27. Nei fatti sarà la Commissione a negoziare con il governo della May, mentre il Consiglio sarà un organo di supervisione e di controllo politico del processo. Il capo negoziatore è stato già individuato nel politico francese, Michel Barnier, che riferirà “periodicamente e con precisione” durante tutta la fase dei negoziati che dureranno due anni ma potranno essere estendibili.

Il frammentato scacchiere politico britannico sembra scollarsi sempre più anche per via della questione scozzese. Il primo ministro di Edimburgo, Nicola Sturgeon, ha detto di voler convocare un nuovo referendum sulla secessione dal Regno Unito tra il 2018 e il 2019. Una misura già annunciata all’indomani del Brexit, dato che l’elettorato scozzese aveva votato con oltre il 62% per rimanere nell’Unione. Il nuovo annuncio della leader nazionalista ha provocato vari sussulti a Downing Street, che per il momento ha respinto al mittente la proposta della consultazione referendaria, visto che si tratterebbe della seconda nel giro di pochi anni.

Nel 2014 i no alla secessione dal Regno Unito rappresentarono il 55% dei voti, continuando a rimanere maggioranza nell’opinione pubblica in questi anni. “Ma adesso le condizioni sono cambiate”, ha spiegato la Sturgeon che ha sottolineato la portata storica della “Hard Brexit”, con la quale i cittadini scozzesi vengono costretti a uscire non solo dall’Ue ma anche dal mercato unico europeo.

Un muro contro muro, ma anche un gioco di specchi tra i due Paesi e tra le due donne premier, che rischia di produrre una situazione di stallo e di lacerazione con riverberi non solo nazionali ma anche europei. D’altra parte il governo e il Parlamento inglese hanno la facoltà di non convalidare il referendum in Scozia ma ciò provocherebbe una maggiore frattura nei rapporti istituzionali. Non concederlo, inoltre, significherebbe confermare una posizione accentratrice da parte di Londra, alla luce anche del voto sulla Brexit.

La Scozia in ogni caso, pur uscendo dal Regno Unito, non potrebbe formalmente chiedere di rimanere nella Ue ma dovrebbe avviare una nuova procedura di adesione all’Unione. Molto dipenderà dal governo May che, come appare probabile, dovrebbe decidere di chiudere prima i giochi sulla Brexit e dopo concedere un eventuale referendum secessionista agli scozzesi, nella speranza che il clima politico nel frattempo sia mutato. Ma in caso contrario a rischio a quel punto, dopo secoli di storia, sarà l’unità e l’integrità del Regno Unito.

@GargaDani

Mafie, il ministro Orlando: “Serve una super-procura europea”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia da

“Oggi la vera riforma di giustizia è la creazione di una giurisdizione sovranazionale”. È la ricetta del Guardasigilli Andrea Orlando, fresco candidato alla poltrona di segretario del Partito Democratico, per sconfiggere le mafie globali almeno nell’ambito dell’Unione Europea.

Le parole arrivano dalle aule della facoltà di lettere e filosofia della Sapienza di Roma, dove il ministro ha inaugurato una serie di dieci incontri a tema “Mafie e rotte”. L’iniziativa ha portato nel quartiere San Lorenzo, nella sede distaccata della facoltà umanistica, anche il procuratore generale della Capitale, Giuseppe Pignatone, che si è occupato invece di ripercorrere le tappe della sanguinosa lotta fra lo Stato e la cupola dei Corleonesi. Senza omettere errori e cadute di una guerra durata decenni, il procuratore della Repubblica ha chiarito che senz’altro “quella mafia è stata sconfitta”, quella battaglia contro la criminalità organizzata è stata vinta dalle istituzioni.

“È in periodi di crisi come questi che la cessione di sovranità spaventa – ha spiegato il ministro Orlando durante la tavola rotonda – per cui gli stati nazionali si chiudono a riccio”. La cessione sul piano del diritto penale, per Orlando, è chiaramente l’unica via alla vittoria contro le mafie. Anche se questo significherebbe, come da lui stesso ammesso, una ulteriore cessione di sovranità nazionale.

Altro passo importante sarebbe creare un mercato regolamentato da un quadro normativo più stringente. Maxi transazioni di denaro non possono avere poche informazioni sulla loro natura e viaggiare di conto in conto, magari in trasferimenti intercontinentali. Ma questo è ancora la regola.

Un intervento a tutto tondo quello di Orlando, che non ha mancato di dare una spallata agli avversari politici su un tema controverso come quello dell’immigrazione. “Non si può respingere, o pensare di farlo, questa ondata”. Sono soluzioni non possibili secondo l’inquilino di via Arenula.

Nel pomeriggio uggioso che ha caratterizzato le ore in cui si è svolto l’incontro, il ministro Orlando ha spaziato su un campo molto largo, dando una definizione di mafia non più “localistica” o legata al territorio del sud, secondo l’immaginario comune, ma di un fenomeno liquido, capace di cambiare la sua struttura più velocemente delle organizzazioni che la combattono. Per questo l’unico bagliore di luce che Orlando vede è quello che viene da una struttura internazionale che combatta il crimine in tutte le sue specializzazioni: ambiente, sfruttamento dell’immigrazione per traffici di esseri umani e maxi-investimenti.

A seguire l’intervento del ministro Orlando è stato l’excursus storico – criminologico del procuratore capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone.

Questi ha voluto sì parlare di mafia, ma in quell’accezione che tutti nel nostro Paese hanno sentito, volendo spiegare perché quella era mafia e come è stata sconfitta.

Il focus di Pignatone si è infatti fermato a un tema che il procuratore ha avuto modo di conoscere bene: la mafia dei Corleonesi, durata secondo il magistrato dagli anni Sessanta fino al 2006, con la cattura di Bernardo Provenzano.

Pignatone ha individuato nella “sfida allo Stato” la peculiarità di quella criminalità. Non più connivenza con le strutture istituzionali, ma il volersi sostituire ad esse. Questo caratterizzava Cosa Nostra.

Una lotta, che secondo Pignatone, è stata vinta grazie al sangue di Piersanti Mattarella, ucciso dalle cosche quando era presidente della Regione Sicilia, alla creazione del maxi-processo, all’introduzione del reato di associazione mafiosa nel codice penale, al 41 bis e anche grazie all’ergastolo. La convergenza con il terrorismo politico, che nella fine degli anni ’70 avrebbe raggiunto il suo acme con il sequestro e poi l’uccisione dell’esponente massimo della Dc Aldo Moro, avrebbe spinto quella cupola a far guerra alle istituzioni, che avevano spostato tutte le risorse dal Sud al Centro-Nord per combattere l’eversione politica.

“È vero che quel terrorismo non attecchì al sud perché il territorio era presidiato dalla Mafia, ma questo si pagò” e a caro prezzo, secondo Pignatone. La lotta fu sanguinosa ma fu vinta.

Oggi è la ‘ndrangheta a dominare la scena perché gode di quella credibilità che Cosa Nostra ha perso. Ed è soprattutto la ‘ndrangheta, per il suo carattere aggressivo e fortemente espansivo all’estero, la mafia che lo Stato deve combattere. E vincere.

 

Sicurezza, Rapporto Unipolis: la furia della natura spaventa il Belpaese

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia/Internazionale/Relazioni Internazionali da
sicurezza

Italia a “tinte grigie” quanto alla percezione della sicurezza. Dai temi ambientali alla criminalità, dall’immigrazione alle disuguaglianze sociali. Per gli italiani gli ultimi dieci anni non hanno segnato nessun cambio di passo nella percezione della sicurezza. E se il consuntivo si sposta sul rapporto di fiducia con l’Unione Europea il risultato è maggiormente negativo. È questa la fotografia che emerge dal “X Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia ed Europa”, realizzato da Fondazione Unipolis con Demos&Pi e Osservatorio di Pavia, presentato a Roma lo scorso 28 febbraio. Un dossier che ricostruisce su base decennale paure e opinioni dei cittadini italiani ed europei.

A sessant’anni dall’avvio del processo di integrazione, non solo l’unità europea non si è realizzata, ma mai come in questa fase appare a rischio l’idea stessa di Europa. Analizzando nel dettaglio gli indicatori standard dell’Osservatorio emerge che l’indice di insicurezza globale, e con esso le paure che lo compongono, si conferma al primo posto con il 76% (77% nel 2016 e 74% nel 2007).

In particolare, a far sentire insicuri gli italiani sono “la distruzione dell’ambiente e della natura” (58%), “l’inquinamento” (55%), “la sicurezza dei cibi che mangiamo” (47%), “gli atti terroristici” (44%), “la globalizzazione” (39%) ed “essere vittima di disastri naturali” (38%). La paura per i disastri naturali (terremoti, frane e alluvioni), dopo le recenti tragedie che hanno colpito il Centro-Italia e l’Abruzzo, segna un incremento di 13 punti rispetto allo scorso anno.

Al secondo posto troviamo l’indice di insicurezza economica (63%), seguito da quella connesso alla criminalità che con il 41% occupa il terzo posto. Il 78% degli intervistati continua a ritenere che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni fa, tuttavia fa osservare 3 punti in meno del 2016 e 10 rispetto al 2007. A registrare un aumento della criminalità sono soprattutto le donne: 84% contro il 71% degli uomini. Sotto il profilo politico, la massima concentrazione di questo orientamento si osserva tra gli elettori della Lega Nord (91%).

A salire è anche “la paura dello straniero”. Il 39% degli italiani vede l’immigrato come un’insidia per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, il 36% come minaccia per l’occupazione. Ma analizzando il fenomeno, gli indicatori sono cresciuti di circa 5 punti rispetto al 2016 e consegnano i valori più alti che si sono registrati dal 2007.

Crisi, lavoro e giovani. Un italiano su quattro ha in famiglia almeno una persona che ha perso il posto di lavoro nel corso dell’ultimo anno. A temere la disoccupazione sono soprattutto gli operai (46%) e coloro che risiedono nel Mezzogiorno (47%). La crisi economica pesa soprattutto sui giovani e sulle aspettative per il futuro. Per il 75% degli italiani i prossimi anni saranno caratterizzati da una situazione sociale ed economica peggiore rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti.

Quanto al capitolo Europa, il dato che emerge dal Rapporto è il complessivo giudizio negativo che i cittadini europei hanno dell’Istituzione. Se alla fine degli anni 90, in Italia, il 73% dei cittadini dichiarava di riporre fiducia nell’Europa, tale dato si è ridotto a meno della metà, all’inizio del 2017 (34%). Medesima sfiducia in Francia dove l’europeismo, da fenomeno maggioritario (57%), è sceso abbondantemente sotto la soglia del 50% e coinvolge oggi poco più̀ di una persona su tre.

A riporre massima fiducia nell’Ue sono Polonia e Ungheria, dove l’indice di fiducia supera il 60%. La tesi critica maggiormente condivisa dai cittadini comunitari è l’idea che l’unità europea sia “un obiettivo giusto realizzato in modo sbagliato”. In sei casi su sette, il perimetro della “delusione” supera il 70%, con punte dell’82-83% in Italia e Germania. Persino il 58% dei cittadini britannici esprime il proprio rimpianto per una “diversa Europa”. In Francia, Italia e Spagna – confermando ancora una volta la criticità dell’area mediterranea – la componente di chi crede che, “nonostante i suoi difetti di oggi, il progetto dell’Ue sia ancora importante e debba essere rilanciato” non supera il 50%.

Non a caso a chiedere un ruolo più importante dell’Ue sul fronte dell’emergenza migranti sono proprio, nell’ordine, i cittadini italiani (51%), francesi (44%) e spagnoli (36%). A ritenere che gli accordi di Schengen debbano essere sospesi in modo permanente sono soprattutto i cittadini francesi (54%) e italiani (48%). Per quanto concerne l’effetto Brexit. Il 40% degli italiani è favorevole all’uscita dall’Unione (39%) e dall’euro (44%). Si tratta della posizione più critica, dopo quella espressa dai britannici.

@PiccininDaniele

 

#OPINIONECONOMICA. Euro a due velocità? Meglio ritorno a valute nazionali

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Nel caso di una rottura dell’euro risulta inevitabile per l’Italia l’allontanamento dal giogo austero declinato in forza dei dettami eurotedeschi attraverso la struttura amministrativa Ue. Tale necessità parte dal presupposto che la struttura economica italiana, la finanza, la società, fin anche la storia hanno dimostrato di non essere compatibili con i principi dell’ordoliberismo tedesco che ha schiantato l’economia italiana quanto meno negli ultimi 8-9 anni. Si tratta dunque di definire quale sia l’aggregazione più logica e efficace (oltre che efficiente) post rottura della moneta unica, non solo per l’Italia ma a beneficio di tutti i Paesi Ue, ben sapendo che none esiste una soluzione univoca.

Nel caso si volesse scegliere un euro a diverse velocitàbisognerà puntare ad una aggregazione tra simili in grado di non ripetere gli errori della moneta unico europea che si sono accumulati nei primi 17 anni della sua storia. In particolare, l’aggregazione non potrebbe prescindere dal debito in capo a ciascun paese, dovrà necessariamente avere magnitudine simile. Parallelamente bisognerà stratificare i paesi in funzione della loro capacità di modificare strutturalmente la competitività interna per via endogena – ad esempio con riforme – piuttosto che con misure esogene ( ad esempio svalutazioni della propria valuta).

Anche l’omologazione economica tra economie strutturalmente simili gioca un ruolo importante. E’ chiaro che, in caso di una volontà di aggiustamento dei differenti livelli di competitività principalmente per via esogena, la magnitudine e la frequenza delle svalutazioni dovrà comunque essere – come da desiderata tedeschi – concordata contemperando i rispettivi interessi includendo anche i paesi che invece sono in grado, per vari motivi, di operare forti aggiustamenti per via endogena. Tradotto, la svalutazione di un eventuale euro2 (dei paesi eurodeboli tra cui l’Italia) dovrebbe essere concordata anche in funzione delle esigenze dei paesi virtuosi. Ecco perchè la Germania, piuttosto che tornare alle valute nazionali preferisce un approccio a velocità diverse in seno alla stessa moneta continentale.
Tale approccio alla lunga ingenererebbe inevitabili asimmetrie di interessi tra paesi forti e paesi deboli, conducendoci più o meno alle contrapposizioni attuali.

Il punto è che non basterebbe un euro forte ed un euro debole: recenti studi hanno ipotizzato per lo meno tre aree ottimali nell’euro, girone debole, medio e forte. L’euro forte sarebbe riservato ai paesi, oltre che in grado di correggere in modo endogeno le differenze di competitività, che abbiano anche maggiore interesse ad una stabilità dei prezzi. Si, perchè l’inflazione – intesa come incremento dei costo della vita strutturale e differenziale tra i vari paesi – è certamente la leva che imporrebbe svalutazioni reciproche tra i vari euro 1, 2 e 3.

Ora, perchè spingere per una modifica dell’euro? Perchè altrimenti i paesi eurodeboli imploderanno con un debito in costante crescita ed una parallela accumulazione di ricchezza da parte dei paesi che impongono l’austerità. Ossia, paesi come l’Italia vedrebbero crescere il costo della vita per la componente delle imposte necessarie per pagare il debito statale, che poi si tradurrebbe in tasse straordinarie a carico dei cittadini. Questo comporterebbe (comporta e comporterà) un aumento strutturale dei costi della vita, ad esempio in Italia, all’austerità in forza di tasse alte (si pensi solo all’Iva). Anche le aziende con preminente attività in Italia – e che non siano in settori protetti o in settori dove i consumi sono incomprimibili, cibo, acqua, energia ecc. o altri costi/servizi imposti per legge – soffrirebbero dovendo ridurre i loro margini, dopo aver tentato inutilmente ad alzare i prezzi per salvare la loro marginalità. Insomma, un paese a bassi margini per le aziende, con tasse altissime per i cittadini e per le imprese residenti e dove le attività economiche guadagnano poco e i cittadini non risparmiano, dovendo anzi attingere alle riserve passate per sopravvivere (appunto, i risparmi dei nonni). Alla lunga le aziende locali – ma anche quelle internazionali con una prevalenza degli utili in Italia – si indebolirebbero e verrebbero o messe fuori mercato o più propriamente comprate dagli stranieri a basso prezzo.
In conclusione, l’imprenditoria italiana crollerebbe così come il livello di vita. La deflazione salariale è semplicemente un effetto di quanto sopra, prima di uscire dal mercato le aziende attive localmente devono cercare di ridurre i costi locali ossia i salari. Peccato che tale approccio riduce indirettamente anche i consumi nazionali e quindi i margini delle aziende attive in Italia. I paesi forti sono perfettamente consci di quanto sta accadendo – esiste un piano ben preciso – e non aspettano altro che potersi impossessare delle aziende italiche per eliminare un competitor o semplicemente per acquisirle per prezzi irrisori, per poi trasferire gli utili all’estero.
Nell’immagine proposta si vede come sia ampliato il benessere tedesco grazie all’euro austero, a spese dei paesi partner.

FONTE: Parlamento Europeo

Quanto sopra spiega perché è auspicabile – nell’interesse dell’Europa intera – che ci sia comunque una rottura dell’euro, preferibilmente con il ritorno alle valute nazionali. Anche perchè se ciò non accadesse – la storia insegna – i paesi dominanti finirebbero per favorire non la propria entità economia nazionale ma l’entità culturale che essi rappresentano a danno dei vicini. Stesso epilogo di sempre.

#OPINIONECONOMICA. Il riciclaggio (legale) di denaro della guerra valutaria globale

in Economia da
guerra delle valute

E’ evidente che ci sia qualcosa che non funziona nella distribuzione della ricchezza delle società occidentali post capitalistiche. Oggi, a fronte di ricchezze enormi ed in crescita legate alle valorizzazioni di borsa in perenne ascesa, vediamo la “gente che lavora”, come ben descritto negli scorsi giorni da Gramellini sul Corriere della Sera, che guadagna meno di 3 euro per consegnare cibi a domicilio lavorando di fatto a cottimo per multinazionali del settore. Ossia, a fronte di grandi ricchezze ci sono grandi miserie di intere classi sociali che, fino a qualche anno fa, riuscivano invece a sbarcare il lunario decentemente.
Nulla di nuovo, è risaputo che i difetti congeniti del capitalismo risiedono nell’incapacità di controllare sia la disoccupazione che, appunto, la concentrazione della ricchezza.

Oggi siamo però ad un livello ulteriore: le differenze tra elites ricchissime e classe media in estinzione sono diventate enormi, superando la contrapposizione tra destra e sinistra. Da cosa deriva questa asimmetria? E qui arriviamo al titolo: è stato infatti messo in piedi un sistema socio-economico-finanziario che alimenta tali asimmetrie che a termine sono inevitabilmente destinate – presupponendo l’esistenza di sistemi democratici- ad emergere con tumulti di piazza passando per l’elezione di governi populisti, in realtà molto spesso sono solo la conseguenza democratica di uno status quo diventato insostenibile.

E qui arriviamo alle banche centrali: giunti a tassi a zero per sostenere l’economia, che in realtà non si riprende nei paesi sviluppati a causa di un eccesso di debito – e quindi impossibilità ad incrementarlo da parte dei consumatori – unitamente ad una assenza di veri bisogni da soddisfare , ecco che il mulo dell’economia reale anche a tassi bassissimi non vuole più bere, ossia non vuole più indebitarsi per consumare. Dunque, le economie ristagnano arrivando al limite schumpeteriano della distruzione creatrice, una costante che ricorre nella storia dell’uomo.

Ma questa volta i governi dell’ultimo fallimento hanno escogitato uno strumento mai utilizzato prima: eliminare il vero motivo che possa obbligare a cambiare lo status quo. Si, perchè in precedenza le recessioni si erano estrinsecate anche e soprattutto con un crollo di borsa che aveva reso tutti più poveri, una resa simmetria con i lavoratori che in periodi recessivi a loro volta si erano impoveriti per il poco lavoro malpagato.
Questa volta è davvero diverso: infatti i governi del III millennio hanno escogitato i tassi negativi, che non hanno sortito alcun effetto per stimolare le economie avanzate, solo per accorgersi che tale strumento in effetti permetteva come effetto collaterale di far accumulare ricchezze enormi a chi deteneva aziende sistemiche e globali. Da tale momento, più o meno nel 2010, il gioco è cambiato: da un salvataggio delle banche post crisi subprime si è passati a rendere sempre più ricche le elites finanziarie per il tramite di tassi bassi che servivano di fatto a supportare le borse.

Successivamente, e siamo ai nostri giorni, siamo arrivati all’iperbole: per abbassare i tassi bisogna acquistare obbligazione a mercati aperti, a termine. Il problema è che i bonds stanno scarseggiando, va a mesi che i bund tedeschi non saranno più sufficienti per l’acquisto via QE della Banca Centrale Europea, e quindi bisogna acquistare qualcos’altro.
Parallelamente l’ossessione politica per far ripartire le economie – essendo i governanti oltre che le elites benedette dai tassi bassi ben consci che in assenza di crescita prima o poi salta tutto – è ormai giunta al punto di rottura in cui la storia umana regolarmente ci conduce: cercare di approfittarsi degli altri paesi per crescere alle loro spalle (ossia guerra delle valute a chi deprezza di più). Esempio tipico la Germania che con euro ed austerità euroimposta di fatto permette alle proprie aziende di esportare grazie ad una valuta comune molto più svalutata di quello che sarebbe il marco tedesco (viceversa per i paesi deboli come l’Italia, che soffrono per via di una valuta più forte di quello che sarebbero state le valute periferiche, ad esempio la lira).
Ma il gioco non finisce qui, anzi inizia. Visto che bisogna a tutti i costi far ripartire le economie, visto che gli strumenti dei tassi bassi non danno più risultati, visto che bisogna evitare che si materializzi l’evento critico che sempre costringe ad un cambio dello status quo – un crollo di borsa globale -, visto che la guerra delle valute serve per crescere alle spalle degli altri, ecco la soluzione: le banche centrarli comprano azioni in borsa.
Prima di tutto ricordiamo che la Banca Centrale Europea non è preclusa dal comprare azioni, questo va ricordato. Poi che la Banca del Giappone è ormai il primo azionista delle principali aziende (circa tra 60 e 70 imprese) quotate sulla borsa nipponica, leggasi acquisti dichiarati di azioni giapponesi (è il primo passo per la nazionalizzazione delle imprese quotate). O la Banca Nazionale Svizzera (BNS) che detiene l’equivalente di circa il 20% del Pil svizzero in azioni Usa. A seguire la Banca d’Italia che ha in portafoglio oltre un miliardo di euro di azioni Usa. E chissà quante altre banche centrali fanno lo stesso, bisognerebbe andare a verificare ad es. cosa si nasconde dietro i termini “swap su altri indici” o qualcosa del genere.

Oggi detta pratica dell’acquisto di azioni da parte delle banche centrali, guarda caso “lamentata” dal “populista” Donald J. Trump – che si è guadagnato tale appellativo per semplice il fatto di cercare di fare gli interessi della classe media in estinzione – ha il suo campione nella BNS che per tenere bassa la propria valuta vende sistematicamente franchi contro dollari e non volendo/potendo comprare obbligazioni con tassi negativi semplicemente compra azioni Usa. Così il franco scende e sale il dollaro assieme alle azioni Usa, alla fine chi a Washington potrà mai lamentarsi? Una moderna forma – assolutamente legale – di riciclaggio di denaro proveniente dalla guerra delle valute.
E magari la stessa cosa viene già fatta dalla BCE ma non lo sappiamo, bisognerebbe andare a scandagliare i conti di tutte le banche centrali facenti parte dell’eurosistema (la Banca d’Italia per esempio è stata colta con le dita nella marmellata).

Il vero problema è che il giochetto non può durare all’infinito anche se durerà ancora per un pezzo. E sapete quando si romperà? Non con un crollo di borsa, praticamente impossibile grazie alle banche centrali. Piuttosto, con l’elezione di un governo populista non solo negli Usa, ma anche in altri Paesi sistemici, ossia di governi interessati ad aiutare la maggioranza della popolazione e non a perpetrare lo status quo.
Ecco perchè il Brexit ha fatto paura. Ed ecco perchè l’elezione della Le Pen è addirittura terrificante per le elites al potere. Per queste ragioni sono convinto che è solo questione di tempo prima che i benedetti dai tassi bassi cercheranno di eliminare i governi “populisti”. Tradotto, anche Trump che combatte per non farsi infinocchiare con un dollaro troppo alto che ucciderebbe l’economia Usa.

Rapporto Ismea-Svimez: Sud cresce più del Nord grazie all’agricoltura

in Ambiente/Economia da
mezzogiorno

Il Sud riparte grazie all’agricoltura e per la prima volta dopo molti anni cresce più del resto del Paese. È quanto emerge dal Rapporto Ismea-Svimez sull’Agricoltura del Mezzogiorno presentato ieri a Roma.

Il Pil del Sud registra una crescita dello 0,8%, contro lo 0,5% del Centro-Nord. Si tratta di decimali, ma il dato è estremamente significativo, perché inverte una tendenza consolidata. Protagonista della ripresa dell’economia meridionale è l’agricoltura: la sua crescita (+7,3%%) è più netta di quella dell’agricoltura del Centro-Nord (+1,6%) e, nell’area, estremamente migliore di quella dell’industria (-0,3%) e dei servizi (+0,8%). Dati confortanti anche quelli che arrivano sul fronte dell’occupazione giovanile, cresciuta nel Mezzogiorno del 12,9%, più della media italiana. E anche il peso dell’imprenditorialità giovanile agricola è in evidente crescita: quasi 20 mila imprese il saldo positivo al Sud nei primi mesi dell’anno scorso.

I principali numeri della ripresa. Nel 2015 il valore aggiunto agricolo in Italia ha superato i 33 miliardi. Tra il 2014 e il 2015 l’incremento in termini reali è stato del 7,3% contro il’1,6% del Centro Nord. Le regioni meridionali che hanno avuto gli andamenti migliori nel 2015 sono state Calabria, grazie soprattutto all’olio d’oliva, (il settore olivicolo però nel 2016 avrebbe vissuto una pessima annata con pesanti flessioni produttive, a causa di fenomeni atmosferici e legati a infestazioni di parassiti) e Campania, con aumenti del valore della produzione superiori al 40%.

La forte spinta dell’export. Ottime le performance anche delle esportazioni italiane: nel 2015 sono state pari a 36,8 miliardi (+7,3%). Nel 2015 sono cresciuti del 15,5% i prodotti agricoli meridionali (Centro Nord +9,6%) e del 7,6% quelli alimentari del Sud (Centro Nord +6,3%). In Europa il principale Paese importatore di prodotti alimentari meridionali è la Gran Bretagna. I dati del 2016 dell’export agroalimentare, recentemente resi noti dall’Istat, rappresentano un nuovo record: 38,4 miliardi (+3,9%).

Più investimenti e maggiore produttività. Nel 2015 il valore degli investimenti fissi lordi in agricoltura al Sud si è attestato su 2 miliardi e 217 milioni (+9,6% rispetto al 2014).

Il rilancio dell’occupazione. Nel 2015 l’occupazione agricola al Sud era pari a circa 500mila unità (+3,8% rispetto al 2014, pari a 18 mila persone). L’aumento ha riguardato sia i dipendenti che gli autonomi, ma al Sud sono più i primi nel Centro Nord i secondi. I posti di lavoro continuano a crescere anche nel 2016 (+5,8% nel primo trimestre, +6,5% nel secondo). L’aumento riguarda soprattutto i giovani under 35 (+9,1%).

I giovani e l’agricoltura. Il dato più significativo viene dal numero di iscrizioni alle università del gruppo agrario: +20% di nuove matricole rispetto agli ultimi dieci anni. Nella prima metà del 2016 l’occupazione giovanile in agricoltura è cresciuta dell’11,3% in Italia, e del 12,9% al Sud. Una crescita alla quale ha dato un decisivo contributo il lavoro a tempo pieno (+14,4%). Anche il peso dell’imprenditorialità giovanile agricola è in forte crescita: quasi 20 mila imprese il saldo positivo al Sud dei primi mesi del 2016. Il maggior contributo è venuto dalla Basilicata, dalla Calabria e dal Molise, seguite a ruota da Campania, Sicilia e Sardegna.  Ma, nonostante questi andamenti incoraggianti, l’inerzia degli squilibri del passato li rende comunque insufficienti ad assicurare un adeguato ricambio generazionale. Si tratta di un fenomeno preoccupante, a cui si sta tentando di rispondere con misure dedicate al primo insediamento e con politiche di sostegno e detassazione dell’imprenditoria giovanile. L’attrazione che l’agricoltura esercita nelle giovani generazioni è l’elemento da cui partire per rafforzare un quadro che fa ben sperare sul versante occupazionale.

IGP e DOP al Sud. Nel Sud le Indicazioni geografiche protette sono 41, le Denominazioni di origine protetta 65. Oltre il 70% dei riconoscimenti riguarda 4 Regioni, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. La categoria più numerosa è quella degli ortofrutticoli, 47, seguita dagli oli, 26, e dai formaggi, 14. Tra i primi 5 prodotti che in Italia determinano da soli oltre il 60% del fatturato all’origine, ve ne è uno solo meridionale, la mozzarella di bufala. Per quanto riguarda i vini, sono Puglia e Sicilia i due bacini meridionali più rilevanti. Tra le prime 10 DOP solo 2 sono meridionali, Montepulciano d’Abruzzo e Sicilia.

Per il presidente di Svimez, Adriano Giannola, “forse ha sorpreso il ruolo trainante avuto dall’agricoltura meridionale nell’exploit del 2015 che ha visto il Sud invertire la rotta negativa e crescere più del Centro – Nord. Un ruolo confermato nel 2016, a indicare che la positiva dinamica del valore aggiunto agricolo meridionale, cresciuto nel 2015 in modo eccezionale (7,3%) non è un episodio isolato.

Il rapporto Ismea-Svimez, prosegue Giannola, “traccia il quadro di un’evoluzione strutturale del settore che, secondo le linee dell’odierna politica agraria dell’Unione, persegue con crescente efficacia una strategia di multifunzionalità come obiettivo della ristrutturazione del mondo agricolo. Multifunzionalità significa attenzione all’ambiente del quale si diviene presidio, significa contribuire alla sostenibilità dei processi produttivi in coerenza agli obiettivi generali: limiti all’ inquinamento e al consumo energetico.  In questo ambito gli spazi che si aprono proprio al mondo agricolo meridionale per raggiungere la nuova frontiera sono particolarmente ampi”.

@PiccininDaniele

PA, Italia a due velocità: quando l’assenteismo vince al Sud

in Economia da
pubblica amministrazione

I dipendenti pubblici in Italia “soffrono” di uno stato di salute molto più cagionevole rispetto ai colleghi del settore privato, nonostante vivano una situazione lavorativa certamente più stabile.

A fotografare una realtà tutta italiana è un rapporto della Cgia di Mestre che, incrociando i dati Inps con quelli del ministero della Pubblica Amministrazione, racconta un Paese, come spesso accade, a due velocità: con il privato che mira all’efficienza e alla produttività e il pubblico dove, oltre alla corruzione, si annidano i furbetti del cartellino o i “malati immaginari”.

In base allo studio condotto emerge che le assenze per motivi di salute nel pubblico impiego registrate nel 2015 hanno interessato il 57% di tutti gli occupati (poco più̀ di un dipendente su due). Nel settore privato, invece, la quota si è fermata al 38% (più̀ di uno dipendente su tre). La durata media annua dell’assenza per malattia dal luogo di lavoro è leggermente superiore nel privato (18,4 giorni) che nel pubblico (17,6 giorni)

Pur avendo lo stesso andamento in entrambi i settori, gli eventi di malattia per classe di durata presentano uno scostamento “sospetto” nel primo giorno di assenza. Se nel pubblico costituiscono il 25,7% delle assenze totali, nel privato si riducono di oltre la metà: 12,1%.

Altrettanto interessante è il risultato che emerge dall’elaborazione relativa agli eventi di malattia per Regione. Tra il 2012 (primo anno per il quale è possibile avere una rilevazione completa) e il 2015, in tutte le regioni d’Italia sono in aumento le assenze nel pubblico (dato medio nazionale pari a +11,9%), con punte che superano il 20% in Umbria e Molise. Nel privato, invece, in ben 9 realtà territoriali si registra un calo: in Calabria e in Sicilia addirittura del 6%. Nel periodo analizzato il dato medio nazionale è aumentato solo dello 0,4%.

Dei 5 milioni di eventi di assenza registrati nel 2015 a livello nazionale nel pubblico impiego, il 62% circa è riconducibile ai dipendenti del Centro-Sud. La situazione, invece, si capovolge quando analizziamo i dati relativi al privato. Su quasi 9 milioni di assenze registrate nel 2015, il 57% circa è imputabile agli occupati del Nord Italia.

Per il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo, “è evidente che non abbiamo alcun elemento per affermare che dietro questi numeri si nascondano forme più̀ o meno velate di assenteismo. Tuttavia qualche sospetto c’è. Se in Calabria, ad esempio, tra il 2012 e il 2015 le assenze per malattia nel settore pubblico sono aumentate del 14,6%, mentre nel privato sono scese del 6,2%, è difficile sostenere che ciò̀ si sia verificato perché i dipendenti pubblici di quella regione sono più cagionevoli dei conterranei che lavorano nel privato”.

Quanto al capitolo dei provvedimenti disciplinari adottati nei confronti dei lavoratori del pubblico si nota un aumento tendenziale delle sospensioni dai luoghi di lavoro. Secondo i criteri del Dipartimento per la Funzione Pubblica due anni fa gli interessati sono stati 1.690, l’anno prima, ovvero nel 2014, 1.334. Sul fronte dei licenziamenti, invece, si nota che nel 2015 sono saliti a 280: 53 in più rispetto al 2014.

@PiccininDaniele

 

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