La Percezione Della Sicurezza

Category archive

Economia

Economia: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui mercati finanziari, la crisi e l’economia mondiale.

Crisi economica, un Giubileo bancario per salvare gli istituti di credito

in Economia da
credito bancario

“Il convegno è stato utile per discutere dell’opportunità, in questo momento di perdurante e grave crisi economica, di escogitare soluzioni atte a comprimere l’ammontare delle cosiddette sofferenze bancarie, vale a dire di quei crediti che, a causa della grave difficoltà o impossibilità di restituzione in capo al debitore, gonfiano i bilanci delle banche e si scontrano con le norme europee che vorrebbero la loro rapida eliminazione dai medesimi bilanci”. E’ quanto dichiara a Ofcs.report l’avvocato Roberto Tieghi, esperto in diritto bancario e assicurativo, riguardo al convegno sul Giubileo bancario, tenutosi lo scorso 19 aprile presso la biblioteca “Giovanni Spadolini” del Senato.

Avvocato Tieghi, il 19 aprile scorso vi è stato, presso la biblioteca “Giovanni Spadolini” del Senato, l’atteso convegno sul Giubileo bancario, organizzato da Confimprese Italia. Vuole spiegarci l’oggetto del convegno?

“Si è discusso dell’opportunità, in questo momento di perdurante e grave crisi economica, di escogitare soluzioni atte a comprimere l’ammontare delle cosiddette sofferenze bancarie, vale a dire di quei crediti che, a causa della grave difficoltà od impossibilità di restituzione in capo al debitore, gonfiano i bilanci delle banche e si scontrano con le norme europee (Bce) che vorrebbero la loro rapida eliminazione dai medesimi bilanci”.

E’ possibile che tale pulizia dei bilanci venga effettuata nei tempi e modi richiesti dalle autorità europee?
“No, è impossibile che ciò accada in tempi brevi. Si pensi che il loro valore netto (quindi dopo le svalutazioni e rettifiche operate fino al 31 dicembre 2016) è di poco inferiore agli  80 miliardi di euro. Nel sistema italiano si pensi che per oltre 114 banche l’ammontare delle “sofferenze” e dei crediti di dubbia esazione supera abbondantemente il valore contabile del patrimonio”.

Che cosa sono i crediti dubbi?
“Sono tutte quelle partite che, oltre alle vere e proprie sofferenze, obbligano le aziende all’iscrizione di svalutazioni anche prudenziali. Il loro ammontare è pari, nel sistema, a circa 160 miliardi di euro. In buona sostanza nessuna banca italiana è in grado tecnicamente, nel breve o medio periodo,  di rettificare il valore contabile di tutte queste partite in ragione una seria prospettiva di recupero (bassa o nulla in particolare per le “sofferenze”). Ma non è solo per le banche che si è “pensato” il giubileo bancario, ma in particolare per le famiglie ( che corrono il serio rischio di perdere, ad esempio, la prima casa a fronte del mutuo impagato) e  le piccole e medie imprese alle prese con la perdurante stagnazione e recessione economica.
Voglio dire che la soluzione, piuttosto che attraverso cessioni a fondi specializzati (spesso veri e propri fondi “avvoltoio”) a prezzi eccessivamente bassi (si ipotizza un “range” tra il 10 ed il l  15% del valore nominale), passerebbe per una rinegoziazione col debitore  a valori più vicini al valore netto contabile (oggi mediamente pari a circa il 40% del nominale) e comunque superiori al prezzo di cessione a terzi. Rinegoziazione che, unita alla previsione contrattuale di un lungo periodo per il rientro (in particolare si pensi ai mutui fondiari), permetterebbe a milioni di famiglie di respirare ed alle banche di cancellare da subito tali partite dalle centrali rischi di sistema, cioè di escludere i debitori dagli elenchi dei cosiddetti cattivi pagatori, la cui iscrizione impedisce a tali soggetti di re immettersi nel circuito bancario come clienti”.

Dunque, in concreto, cosa bisognerebbe fare?
“Colgono l’essenza del problema due disegni di legge presentati alla Camera, l’uno a firma dell’onorevole Paglia e l’altro dell’onorevole Marotta, che, se perfezionati con la previsione di equilibrati benefici fiscali, potrebbero dare il via ad un processo di risanamento atto in buona sostanza a permettere alle banche di erogare credito in quantità simili a quelle pre-crisi. Cosa essenziale per l’Italia, la cui economia, a causa del basso tasso di capitalizzazione delle imprese, è fortemente influenzata dal  credito bancario”.

Quali sarebbero i benefici fiscali?
“Occorre prevedere, da un lato, un forte incentivo alla rinegoziazione, ad esempio attraverso un bonus fiscale (da far valere in sede di dichiarazione dei redditi da parte delle banche) tanto più forte quanto più il valore rideterminato contrattualmente dalle parti sia lontano dal valore netto contabile al 31 dicembre 2016, dall’altro disincentivando le medesime banche da un rischio d’indifferenza alla soluzione proposta, impedendo la deduzione delle ulteriori svalutazioni e perdite attese, iscritte nei bilanci successivi al 2016 sulle partite considerate dalla nuova legge. Inoltre andrebbe prevista la totale immunità fiscale per le imprese che, accedendo alla rinegoziazione, si vedano contrattualmente rimesse significative parti del proprio debito, analogamente a quanto già previsto dal sistema tributario per i soggetti che accedono alle procedure della legge fallimentare. Del resto, non si dimentichi che tale nuova legge (un testo piuttosto articolato di essa  è stato scritto dall’avvocato Crivellari e da me proprio al fine di “rimettere in moto” le parti ingessate del sistema) può ricondursi concettualmente alla legislazione in tema di esdebitazione dei privati (legge numero 3 del 2012: articoli 6 e seguenti.), con il primario obiettivo, non solo di rendere omogenei i valori contabili dei crediti espressi nei bilanci delle banche e in quelli delle imprese debitrici, ma anche di cancellare ciò che oggi, nella buona sostanza, non può ragionevolmente essere ripagato. Così come il Giubileo (quello vero) cancella le pene che la commissione del peccato provoca, nonostante il successivo perdono, così analogamente il giubileo bancario cancella comunque una parte dei crediti che non possono essere pagati, configurando dunque una vera e propria loro rimessione”.

Ci sono probabilità che una tale importante novità superi l’esame del Parlamento?
“Direi proprio di sì perché vi è un forte interesse di molti gruppi parlamentari. Occorre comunque l’adesione del Mef, che oggi, con l’ammorbidimento della propria posizione da parte della Bce, non troverebbe seri ostacoli di incompatibilità con l’ordinamento europeo”.

 

#OPINIONECONOMICA. Il segreto di Berlino: è come Panama e Dubai

in Economia da

Fa specie che la stessa fonte che ha contribuito a rendere pubblico lo scandalo dei Panama Papers, il Tax Justice Network (TJN), riporti anche Berlino ai vertici nel Financial Secrecy Index rappresentandola come uno dei principali Corporate Tax Heaven planetari. Nel 2015 infatti la Germania si collocava in questa discutibile classifica all’8 posto mondiale (ultima edizione disponibile), davanti a Panama e Dubai ed appena dietro al Libano.

Le norme interne incompatibili con il rigore chiesto ai partner europei

Considerando che durante l’ultimo anno tutti i paradisi fiscali mediaticamente esposti, inclusa la Svizzera e la stessa Panama, hanno ceduto molto della propria segretezza, possiamo facilmente immaginare come Berlino possa solo essere cresciuta in questa imbarazzante classifica. Il punto è che esistono numerosi aspetti peculiari della giurisdizione tedesca che, secondo TJN, sono in fortissima dissonanza con quanto pubblicamente sostenuto dalla sua elité politica. Nel senso che esistono numerose agevolazioni, situazioni, addirittura norme interne che autorizzano Berlino a comportarsi fiscalmente in modo assolutamente incompatibile rispetto a quanto invece richiesto di rigore ai partners Europei. A partire forse dal limite all’uso del contante, che semplicemente non esiste oltre Gottardo, mentre è un must per tutti gli altri paesi dell’Unione. O che le banche non considerano la corruttela perpetrata all’estero come reato presupposto per il riciclaggio, quindi permettendo di re-inserire il denaro frutto di dette corruttele nel circuito bancario senza particolari problemi. O l’assenza di una polizia fiscale come la Guarda di Finanza italiana ad esempio. O la presenza di numerose aliquote di tassazione agevolate nei vari Laender, le stesse aliquote che hanno convinto la Deutsche Boerse a spostare la propria sede legale in una insignificante città di provincia, Eschborn, evidentemente per ridurre la tassazione nominale del 33% ad un livello molto inferiore. O la ciclica transumanza della sede di aziende sistemiche germaniche verso luoghi improbabili all’interno dei propri confini con lo scopo di pagare meno tasse grazie ad agevolazioni locali. O la carente trasparenza nei risultati dei processi fiscali interni. Se tutto questo non venisse documentato da uno splendido report di un soggetto assolutamente al di sopra di ogni sospetto come il TJN verrebbe da gridare alla bufala ma purtroppo o per fortuna è tutto pubblico, scritto nero su bianco.

Il ruolo dei servizi segreti tedeschi

Senza di dimenticare che quasi tutti gli scandali fiscali degli ultimi 10 anni, hanno avuto come parte in causa i servizi segreti tedeschi i quali non hanno avuto remore a ricettare dati fiscali rubati non solo dei propri cittadini, ma soprattutto di cittadini di paesi partner nell’Ue. Con lo scopo forse di utilizzarli a fini politici per sostenere l’Ue oggi molto traballante? Vedasi lo scandalo della lista Lagarde, epurata dei nomi dei politici greci che poi dovettero applicare le leggi lacrime e sangue imposte dalla Troika contro gli interessi della popolazione ellenica (inchiesta di Hotdoc)

Bisogna dunque andare oltre alla fattualità degli eventi. E’ necessario infatti comprendere perchè questo accada e perchè i media tacciano questa imbarazzante verità. Prima di tutto va ricordato come da sempre i servizi segreti tedeschi siano stati attivissimi a ricettare dati fiscali all’estero, fin dal periodo bellico e pre bellico incluso quello nazista. Non va poi dimenticato il fatto che da sempre l’avversario di Berlino è Londra, la quale ha costruito sulla finanza offshore uno dei pilastri del proprio potere e benessere, pilastro che Berlino ha sempre invidiato e combattuto. In tutto questo le prove ci portano a concludere che oggi l’accanimento tedesco a quello che è evasione, non solo entro i propri confini ma soprattutto negli altri paesi dell’Unione, sembri finalizzato al raggiungimento di propri obiettivi materiali piuttosto che ad un senso etico generale; anche perchè oggi la Germania stigmatizza costantemente difetti congeniti dei paesi Ue-periferici (evasione), esimendosi però dal combattere gli stessi difetti (elusione/evasione) all’interno dei propri confini. Non è un caso che Siemens sia ai vertici mondiali in termini di numero di scandali corruttivi scoperti dalle varie polizie mondiali, ma non in Germania. O che gli scandali fiscali e regolamentari di ad Deutsche Bank, ad esempio, siano innumerevoli. O che, secondo il ricercatore Gabriel Zucman (2013), i capitali non dichiarati in Svizzera erano soprattutto tedeschi. 

L’impressione è che Berlino voglia non solo permettere a sè stessa una certa dose di licenza non concessa ai paesi partner, ma soprattutto che lo scopo finale sia quello di copiare in qualche modo le gesta britanniche mirate ad attirare capitali ed aziende entro i propri confini anche permettendo loro un minimo di “licenza” operativa, fatta di lassismo interni nei controlli fiscali e soprattutto di segretezza nei processi di audit interni in tema di elusione. Queste sono le fattualità fatte emergere dal Tjn nel proprio report del 2016, ultimo disponibile.
Sta di fatto che la sordina messa dai media a questo biasimevole doublespeak tedesco significa solo una cosa: da che mondo e mondo il dominus impera e i sudditi ubbidiscono. Anche in questo caso non si fa eccezione. Certo che diventa difficile accettare tale asimmetria soprattutto da parte di paesi che stanno vivendo sulla propria pelle gli effetti della deindustrializzazione come effetto di una politica comune Europea non necessariamente a vantaggio di tutti in misura eguale. Finchè dura, soprattutto nella traballante Europa Unita dove gli equilibri storicamente cambiano mediamente ogni 15-20 anni.

#OPINIONECONOMICA. Italexit: default o il più grande furto in tempi di pace?

in Economia da
euro

L’uscita dall’euro dell’Italia è un grande default dell’umanità o l’euro è il più grande travaso di ricchezza della storia umana in tempo di pace? Sì, perché entrambi i casi (default o furto/travaso di ricchezza), di norma accadono con guerre militari dichiarate, mentre oggi stiamo vivendo, per ora, un’eccezione.
E’ allarmante come le elites globaliste si spingano fino al massimo limite verbale consentito per difendere i propri interessi, nel caso quelli tedeschi. Il pezzo di Munchau, tedesco, editorialista del Financial Times e non casualmente anti Brexit, sembra rappresentare lo stereotipo di quel particolare tipo di fake news che vengono definite “mezze verità”: fai vedere un lato, ma non l’altro.
Or dunque, ammesso e non concesso che l’uscita dell’Italia (o della Francia) dall’euro possa significare un default, forse anche il più grande default della storia umana in tempo di pace (quello post nazista fu maggiore), una domanda sorge spontanea: perché mai mentre si strombazza tale relativa verità – tutta da provare – viene taciuto che mantenere la moneta unica significa determinare il più grande travaso di ricchezza tra paesi in teoria partner dell’Unione Europea? E per provare detto travaso ci sono a disposizione abbondanti dati macroeconomici, taciuti ad arte, su tutti Grecia e Italia.

Per inciso, estendendo il discorso, quello che va ben spiegato oggi è che l’Italia è davvero all’angolo, probabilmente assieme a Londra. Certo, le capacità di destabilizzazione britanniche anche a livello globale sono notevoli, ma resta la dura realtà: post Brexit e soprattutto post normalizzazione di Trump le vittime predestinate sono due, Italia e Gran Bretagna, forse dovrei dire Inghilterra.
Perché andando ai minimi termini, come disse Obama, il custode del processo liberal-globalistico post vittoria di Trump è per definizione il paese più mercantilistico della terra, la Germania di Angela Merkel, ovvero il primo esportatore mondiale. Ora, far cadere la Germania significa far cadere il castello di carta dei globalisti. Da qui il discorso del tedesco Munchau sul rischio di maggior default della storia umana associato all’uscita dall’euro di Italia o Francia.

Il fatto che Trump sia stato recentemente “normalizzato”, o anche che abbia ceduto ai neocon adottando la loro agenda, significa che l’Italia e gli alleati Usa in Europa necessariamente hanno perso, mentre Berlino vince. Londra vedremo che farà. Come anticipato la scorsa settimana i tre avversari Usa sono, per motivi profondamente diversi, Cina, Germania e Russia. Il primo, potentissimo, tutti pensavano sarebbe stato ai margini dello scontro trovando un accordo di convenienza con gli americani. Con Trump presidente tutti puntavano a una sfida alla Germania, l’avversario prettamente commerciale. Si tratterebbe di un abito in cui The Donald si trova a meraviglia.
Invece la svolta trumpiana degli scorsi giorni, con Bannon e Flynn fuori, rappresenta solo una cosa: non che i globalisti hanno vinto, questa è la derivata, ma piuttosto che gli USA di Trump non andranno per molto tempo contro Berlino – che non casualmente contribuisce a pagare lo stipendio a buona parte della Washington che conta, come negli scorsi anni ’30 – e anzi si scaglieranno contro l’avversario grosso, l’asse russo-cinese, cercando di separare gli avversari. Siamo al tutto per tutto, i clintoniani stanno usando Trump meglio di quanto avrebbero potuto fare con Hillary. Ecco perché la situazione fa davvero paura a livello globale, una guerra catastrofica non è più da escludere ormai.

Le conseguenze? Prima di tutto Londra è ormai sola contro Berlino, non passa giorno che non prenda uno scapaccione, colpita nei suoi poteri e interessi storici (ad esempio la finanza offshore, dilaniata dalle spie finanziarie stile Mossack Fonseca al soldo di Berlino). Parallelamente l’Italia va di corsa verso la miseria sociale, economica e morale, fatti salvi veri miracoli verrà conquistata economicamente entro un paio d’anni (l’unica speranza sta idealmente in una successiva attenzione americana post scorribande in Corea e Siria – e magari con un accordo separato con la Cina in extremis, attuando il famoso dividi et impera – per normalizzare la Germania, ma purtroppo Roma non ha tempo, non resisterà alla troika altri due anni). Intanto gli Usa allegramente sfidano Cina e Russia e temo patiranno molte delusioni a livello militare, la Siria rischia di essere un Vietnam al cubo per Washington, almeno secondo Steve Pieczenik: detto funzionario Cia, molto conosciuto in Italia, ritiene infatti che la forza militare USA, purtroppo, sia rilevante solo in comparazione ai suoi alleati Europei e Nato o a piccoli attori (Iraq, Libia), mentre resta a serissimo rischio sconfitta via a vis con avversari globali, Cina e Russia, la cui alleanza potrebbe essere fatale per l’intero asse occidentale storico (strozzato da un debito enorme) non solo a livello economico ma anche militare.
Il resto del mondo osserva, più o meno conscio di quanto sta accadendo.

Taxi, Uber e Ncc: dopo un quarto di secolo nessuna legge regola il conflitto

in Economia da

Una legge vecchia di 25 anni. E’ questa la principale causa dello scontro infinito fra taxi, Uber e autisti di Ncc (noleggio con conducente).

Una guerra dove alle origini della competizione su ‘strada’, tra auto bianche e lussuose berline nere, c’è una legge (la numero 21 del  15 gennaio 1992), che oggi più che mai richiede una riforma complessiva.

Come afferma a Ofcs.report, Marco Montoneri, giovane imprenditore romano a capo, da oltre 16 anni, della società di noleggio NCC.it :“E’ indubbio come i taxi siano un bene per la nostra società,  a maggior ragione per i giusti equilibri della città. Credo fermamente che con le adeguate tutele e riforme è possibile lavorare tutti e bene, senza ledere i profitti dell’altro, grazie alla propria peculiarità e professionalità”.

E per rimanere ancora più al passo con i tempi e soprattutto con il libero mercato, l’azienda ha creato l’ App Ncc.it che è di fatto la risposta italiana al concorrente straniero Uber.

ncc roma
Marco Montoneri – MM Carline Autoservizi

“La nostra piattaforma, esattamente come Uber, gestisce i pagamenti grazie a paypal – spiega Montoneri –  con la quale ognuno è possibile pagare con carta di credito o con la prepagata stessa, in modo da dare una sicurezza in più nell’utilizzo delle carte di credito, in quanto abbiamo riscontrato negli italiani (a differenza delle altre popolazioni), una certa diffidenza nello scegliere questo tipo di pagamento. Il cliente una volta registratosi nella App può prenotare la vettura facendo una ricerca tramite Google dell’indirizzo di partenza o di destinazione. Noi lavoriamo solo con arrivo o partenza in punti di interesse tipo porti, aeroporti o stazioni. Non facciamo le classiche corse tipo taxi da via a via dentro la città, questo vorrebbe dire offrire tutti servizi last minute e magari sarà il secondo step,  ma per il momento vogliamo lavorare con prenotazione in modo da non bruciarci il nome per qualche malfunzionamento”, conclude Marco.

E se Montoneri guarda avanti con idee innovative, l’Agcm (Autorità Garante della Concorrenza e del  Mercato), ha inviato di recente al Parlamento e al Governo una segnalazione per sottolineare la necessità di mettere la normativa al passo con l’evoluzione del mercato.

L’Autorità, infatti, ritiene che la strada da perseguire per la riforma del settore debba innanzitutto passare da un alleggerimento della regolazione esistente.

A tal fine dovrebbe essere garantita una maggiore flessibilità operativa ai soggetti dotati di licenza taxi e al tempo stesso dovrebbero essere eliminate le disposizioni che limitano su base territoriale l’attività degli operatori Ncc.

Queste riforme garantirebbero una piena equiparazione dal lato dell’offerta tra gli operatori dotati di licenza taxi e quelli dotati di autorizzazione Ncc e faciliterebbe lo sviluppo presso il pubblico di forme di servizio più innovative e benefiche per i consumatori (tipo Uber black e Mytaxi).

E, come riportato sul sito stesso  dell’Agcm, la riforma dovrebbe anche riguardare quella tipologia di servizi che attraverso piattaforme digitali mettono in connessione autisti non professionisti e domanda finale (come il servizio Uber Pop).

Tale regolamentazione – tenuto conto dell’esigenza di contemperare la tutela della concorrenza con altri interessi meritevoli di tutela quali la sicurezza stradale e l’incolumità dei passeggeri – dovrebbe essere tuttavia la meno invasiva possibile, limitandosi a prevedere una registrazione delle piattaforme in un registro pubblico e l’individuazione di una serie di requisiti e obblighi per gli autisti e per le piattaforme, anche di natura fiscale.

taxi roma
Taxi Stazione Termini

È chiaro che queste misure determinerebbero una immediata estensione dell’offerta di servizi di mobilità non di linea a tutto vantaggio dei consumatori finali. La possibilità di successo di una tale riforma in senso pro-concorrenziale del settore è tuttavia legata all’adozione di misure idonee a limitare quanto più possibile l’impatto sociale dell’apertura del mercato.

Quindi, a beneficio dei tassisti in servizio al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa, l’Autorità pertanto suggerisce alcune forme di compensazione che potrebbero essere finanziate tramite la costituzione di un fondo, finanziato dai nuovi operatori e dai maggiori introiti derivanti da possibili modifiche del regime fiscale.

@MaryTagliazucch

 

#OPINIONECONOMICA. Ecco perché la Russia fa paura all’Occidente

in Economia/Internazionale da
Russia

Non passa settimana che uno scandalo che coinvolga i russi non venga pubblicizzato a mezzo stampa. Ben s’intenda, per come ci viene presentata dai media trattasi sempre di un’azione a danno dell’occidente da parte dei nipoti degli odiati vecchi comunisti ex sovietici. Si giunge addirittura a parossismi difficili da credere: immaginare che Mosca possa aver permesso l’elezione di un presidente Usa sembra decisamente assurdo. Bene, in tutto questo ci siamo mai domandati perché la Russia faccia così paura all’Occidente, tanto da sbatterla ormai settimanalmente in prima pagina in veste di nemico giurato?

Potere e ricchezza prospettica

Il motivo è semplice: si tratta di potere e ricchezza prospettica. Oggi gli avversasi degli Usa sono – per motivi diversi – fondamentalmente tre: Cina, Russia e Germania (non cito i nemici interni, che in buona sostanza sono riconducibili alle faide partitiche, vedasi Clinton vs Trump ma non solo). Il primo avversario – la Cina – è troppo grande, ricco e potente e dunque intoccabile per essere messo sotto pressione, anche perché non sarebbe possibile garantire il benessere statunitense in presenza di un crollo di Pechino.
La Germania invece è un sottoprodotto Usa, ossia è cresciuta sotto la sua ala protettrice fin dalla fine della seconda guerra mondiale: forse per questa ragione Washington ritiene di poterla indirizzare anche in futuro, secondo chi scrive sbagliando grossolanamente (ritengo infatti che il mai sopito pangermanesimo tedesco in veste europea  si sia risvegliato e voglia sostituirsi agli USA in Europa: detto indirizzo sarà accettabile per la sponda anglosassone?)
In mezzo c’è la Russia, il serbatoio delle risorse naturali mondiali, da sempre in contrapposizione con il mondo atlantico. Ecco, la Russia è ricchissima, è nemico storico e culturale del capitalismo occidentale e soprattutto non è sufficientemente forte da non poter essere sconfitta, sebbene non possa ambire a sconfiggere gli Usa in un’ipotetica (speriamo) guerra. Di più, un suo crollo non comporterebbe un conseguente disastro economico Usa. Anzi, forse permetterebbe addirittura il contrario nel momento in cui l’Occidente riuscisse a mettere la mani sulle sue risorse limitando i danni derivanti da un eventuale attacco.

Un debito pubblico e privato inesistente

In effetti la Russia è il paese con gli assets più sani del globo. Oltre ad avere enormi riserve naturali ha anche e soprattutto – al contrario dell’Occidente – un debito sia pubblico che privato praticamente inesistente (l’Unione Europea in media solo sul debito pubblico viaggia attorno al 100% del Pil, idem Usa e Regno Unito). Ossia, se non fosse attaccata e dunque non fosse messa in difficoltà, nel momento – inevitabile – in cui il debito dell’Occidente saltasse per aria diventando inesigibile, Mosca si tramuterebbe nel dominus economico globale o qualcosa del genere. Anche perché una degradazione del debito occidentale per via inflazionistica farebbe comunque decollare i valori reali, ossia il prezzo delle materie prime potenziando all’infinito il paese che in maggioranza li detiene. A maggior ragione vista l‘alleanza strategica Russia-Cina, la prima con le risorse, la seconda con liquidità, consumi e oltre un miliardo di persone. Un’alleanza in grado tranquillamente di porre fine all’impero del dollaro. Abbiamo raggiunto il punto nodale: il mondo atlantico/occidentale aggregato attorno agli Usa sta letteralmente annegando nel debito e dunque deve annientare la Russia prima che questa si tramuti – per assenza di propri errori ossia di eccessivo debito interno – nel paese economicamente vincente.

Mosca va attaccata, provocata, sconfitta

Ci riusciranno? Impossibile dare una risposta. Ritengo che comunque vada non sarà indolore per l’Europa. Prima di tutto perché una sconfitta russa corrisponderebbe per molti versi ad una vittoria tedesca più che americana (quanto meno per la vicinanza): dunque avere ai confini una Germania forte vestita di Europa sarebbe un serio problema per Mosca. Viceversa una vittoria o qualcosa di equivalente da parte di Mosca vs Usa non potrebbe accadere senza una strizzata d’occhio alla Germania, con tutte le reazioni del caso lato americano. Se qualcuno pensa che la destabilizzazione che vediamo da anni possa essere portata avanti senza l’intervento degli ex servizi segreti sovietici di stanza nella Germania Est (Stasi) non ha capito nulla di geopolitica.
Ovvero, con un pò di buon senso è facile prevedere quale sarà il paese che – in un caso o nell’altro – subirà conseguenze negative certe: Berlino, che dovrà pagare dazio per l’instabilità che ci aspetta e che lei stessa avrà contribuito ad alimentare.

Ecco perché l‘Europa tutta deve fare estrema attenzione a non farsi coinvolgere nella nuova politica estera tedesca (per altro a suo esclusivo vantaggio).

Venezuela e Paraguay, il golpe sudamericano permanente: ma le piazze non ci stanno

in Economia/Internazionale/Relazioni Internazionali da
golpe

Svalutazione, crisi monetaria e calo del prezzo del petrolio. Ma l’economia non è la sola protagonista dei due principali scenari di crisi sudamericani. In queste settimane in Venezuela e Paraguay si sta consumando il dramma di due Paesi che vedono la forbice fra elite governative e popolazione civile allargarsi fino allo scontro.

Entrambi i paesi vivono un momento difficile e i bilanci statali da tempo non sono per nulla floridi, ma le rivolte scoppiate ad Asuncion e a Caracas hanno un tratto in comune: in entrambi i casi si tratta di provvedimenti governativi volti a introdurre, o modificare, leggi conservative della classe politica. E, sia in Paraguay che in Venezuela, una nuova classe dirigente spingere per ottenere maggiore spazio.

Il caso Paraguay

In Paraguay è una nuova legge di tipo costituzionale ad aver acceso la miccia dello scontro: la norma in questione cambierebbe la legge fondamentale dello Stato in favore di una rielezione dell’attuale presidente, Horacio Cartes, allo status quo non legittimato a ricandidarsi alle elezioni previste per il 2018. L’iter della legge prevede, come nel nostro Paese, più fasi, ma il Parlamento ha segnato già il primo punto in favore del disegno dell’attuale maggioranza. La prima votazione si è conclusa con il prevalere della fazione che aveva proposto la modifica costituzionale, che al suo culmine prevede comunque l’appello alla consultazione popolare. Il popolo paraguayano insomma avrebbe ancora le armi per contrastare il piano del partito conservatore, ma gli scontri nella capitale sudamericana si sono già accesi fra manifestanti e polizia. Il bilancio fa già segnare un morto e non sono mancate le accuse alla forza pubblica per un uso della violenza sproporzionato.

Il Venezuela contro Maduro

Diversa è la situazione del Venezuela, che sta vivendo ancora l’onda lunga del periodo di governo chavista. Nicolas Maduro infatti, l’attuale presidente, è il naturale erede, tra l’altro designato da Chavez stesso, per guidare il paese lungo il sentiero tracciato dal bolivarismo. Nonostante la reggenza dell’ex presidente abbia portato a una redistribuzione della ricchezza, Caracas è rimasta ancorata a un’economia legata prevalentemente all’esportazione del petrolio, materia prima di cui il Venezuela è ricchissimo. Ma l’oro nero si è trasformato presto in una zavorra per l’economia del paese dopo il crollo del prezzo del barile. Ora Caracas è infatti costretta a comprare carburante dagli Usa, in quanto il prezzo risulta di gran lunga inferiore. Con la moneta che ha subito un crollo nella sua valutazione. In questo scenario la reazione delle elite di potere venezuelane non si differenzia di quelle paraguayane. Lo scorso 30 marzo il Tribunal Supremo d Justizia, omologo della nostra Corte Costituzionale, aveva emesso un paio di sentenze con le quali spogliava d’ogni autorità il Parlamento, già dichiarato disobbediente dall’esecutivo. L’annullamento della basilare condizione democratica di un paese, la separazione dei poteri, non è però il momento più basso di questi ultimi giorni. Sollecitato da un clima sempre più surriscaldato, Maduro ha riconsiderato l’orientamento preso, invitando il Consiglio di Sicurezza Nazionale a comunicare alla Consulta venezuelana l’ordine di dietrofront. E la marcia indietro, in meno di 48 ore, è stata servita dal Tribunal Supremo, che agli occhi dell’opinione pubblica ora non è che un fantoccio del governo.

Dopo il mito ultimo del socialismo, Caracas ora vede la democrazia interna in un pessimo stato, in cui lo stato di diritto è minacciato, mentre i piani alti del governo Maduro continuano a dormire sonni tranquilli.

#OPINIONECONOMICA. L’Italia attira i “paperoni” d’Oltralpe, ma la Germania si lamenta

in Economia da
tassazione

L‘Italia ha emanato un provvedimento che, sebbene eticamente discutibile, è finalmente pragmatico: permettere agli stranieri di soggiornare in Italia pagando una tassazione forfettaria sui proventi esteri pari a 100 mila euro annui facendo concorrenza ad altri paesi. Nulla di nuovo: chi vive all’estero sa bene che leggi simili sono presenti in Svizzera, Regno Unito e più recentemente in Portogallo. La debolezza strutturale di tale italico provvedimento sta invece nella mancanza di strategia: infatti i paesi che hanno adottato provvedimenti simili contemporaneamente hanno creato il viatico per le aziende straniere a insediarsi – e quindi pagare tasse – nei propri territori.
L’Italia no, permette solo ai Paperoni-persone fisiche, di soggiornare in Italia pagando una tassa fissa relativa alle attività estere e non alle persone giuridiche/aziende. Così sono in molti a ritenere che questo sia un provvedimento su misura per poter far rientrare in Italia il detentore della tessera numero 1 del PD, Carlo Debenedetti.
Un fatto mi ha innervosito relativamente al nuovo provvedimento italico sui Paperoni/persone fisiche: l’unico paese a lamentarsi è stata la Germania. Pubblicamente, con un articolo sul Welt am Sonntag a cui seguiranno denunce europee. Quindi, mi sono detto, perché proprio la Germania? Ha paura di perdere gettito? Direi di no, la ricchezza tedesca è soprattutto aziendale, Berlino si dovrebbe preoccupare di un provvedimento che permettesse sconti fiscali a chi si insedia produttivamente in Italia.
La conclusione è semplice: il provvedimento italiano coglie nel segno ferendo gli interessi quanto meno dei paesi satelliti di Berlino, in ogni caso la Germania teme l’Italia e non vuole che si riprenda. Sì, l’austerità, come sostengo da anni, serve solo a coloro che vogliono indebolire i periferici, probabilmente per conquistarli economicamente in un secondo tempo, come successo per la Grecia. Oggi questa inattesa – e anche impropria per molti versi – lamentela di Berlino sulla tassa sui Paperoni, tutto sommato un dettaglio nel mare magnum del debito nazionale, ci fa capire che non ci siamo andati lontani a “pensar male” in passato.
Appunto, come suggerito nelle scorse settimane, Roma dovrebbe emettere un provvedimento atto a sanare l’incongruità nella legge in oggetto tra persone fisiche e persone giuridiche, ad esempio fissando una flat tax per 10 anni al 12,5% (come l’Irlanda) anche per gli utili delle aziende italiane che rientrano dopo aver delocalizzato, permettendo parimenti di scaricare tutti i costi operativi integralmente se di provenienza italiana sempre per 10 anni (sui costi esteri si procederebbe invece ad attenta analisi).
In questo modo si permetterebbe al paese di recuperare gettito “pesante”, quello aziendale, incluso l’indotto fatto non solo dagli utili ma soprattutto da occupazione oltre che spese e investimenti in loco.

Chiaro, tale provvedimento sarebbe inviso all‘Europa e soprattutto a LussemburgoOlanda, meta principe delle aziende delocalizzate italiche (ma anche Germania). Da qui l’attesa levata di scudi dell’Ue interessata a rubare tassazione al vicini con leggi asimmetriche, fatto che comunque non dovrebbe cambiare di una virgola l’impostazione del provvedimento lato italiano (ne va dell’interesse e – perché no – della sicurezza nazionale).
Un piccolo appunto sulla Grecia e su come sia finita nell’inferno attuale: Atene è stata costretta a obbedire alla Troika e quindi ad affamare il paese con un mix di ricatti interni (la lista Lagarde depurata dai nomi dei politici/governanti che poi hanno implementato il rigore, vedasi inchiesta di Hotdoc) e soprattutto esterni, ossia la Grecia è stata bellamente minacciata di invasione dalla Turchia, quanto meno per le sue isole a est. E l’Ue – nelle more di un confronto anche duro, almeno ai tempi di Varoufakis – ha chiaramente negato la sua “protezione” in caso di sforamento dei parametri economici e di austerità. Così si spiega la discesa agli inferi dei colleghi ellenici. Peccato che Ankara sia alleata di Berlino da oltre un secolo, giocano assieme, non è un caso se ogni qual volta Atene alza la testa viene bastonata sia dalla Troika che – soprattutto – dalle minacce guerrafondaie turche.
Dovremmo ricordare che per l’Italia, con tutte le basi Usa sul suo territorio, le cose sono profondamente diverse. E forse per questo, per la grande amicizia che la lega a Washington, Roma è un grave percolo per le prospettive del benessere eurogermanico del III millennio.

#OPINIONECONOMICA. L’Italia è un posto carissimo per vivere

in Economia da
tasse

Vivendo da anni all’estero con la famiglia mi trovo a dover puntualmente meditare sull’Italia vista da fuori. L‘Italia è carissima in proporzione a quanto offre in termini di servizi, almeno in rapporto ad altri Paesi. La radice certamente è da ricercare nella sedimentazione di costi di struttura, soprattutto di tasse e tariffe, oltre che in tutte quelle prestazioni e servizi privati a cui non si può fare a meno (energia, assicurazioni, trasporti, sanità ecc.). La base di partenza, oltre alle esperienze diciamo “personali”, può certamente essere la pubblicazione Prices&Earnings di Ubs 2015, aggiornata ogni due anni, dove si comparano i costi della vita nelle principali capitali mondiali. Per l’Italia due riferimenti: Milano e Roma.

Quanto emerge è che i costi della vita in Italia nelle due città citate sono decisamente elevati, mentre gli stipendi sono nella parte bassa della forchetta, almeno considerando le città occidentali. Di esempi ce ne sono molti, dagli stipendi degli insegnanti insulsamente bassi a quello degli impiegati, alle pigioni. Insomma, una lettura di tale interessantissimo studio chiarisce bene i costi del vivere italico. Il vero problema della mancata crescita italiana è tutto lì, si guadagna poco e si spende tanto con costi (elevati) più o meno imposti: come si fa a non usare un’auto, o non avere un appartamento, a non avere un’assicurazione, a non usare riscaldamento (almeno al nord)?
Ecco che emerge preponderante come i costi italici sono, in proporzione ai guadagni, eccessivamente elevati. La prova? Nello studio citato (pg. 18), la spesa totale in beni e servizi di Milano come misura del costo della vita è la Prima dell’Eurozona.

A dire il vero il documento proposto fa un po’ di confusione tra la tassazione lorda e netta, senza ben spiegare gli effetti del cuneo fiscale italiano. In breve, per dare un’idea, la differenza tra il lordo percepito dai dipendenti italiani ed il netto sta nella tassazione Irpef, che come minimo è del 23%, a cui però vanno sommate anche le addizionali e sottratti gli oneri più meno imposti, assicurazioni, oneri sindacali se presenti ecc.. A tale tranche di costo va sommata quella pagata dal datore di lavoro (e che il dipendente non vede), pari a circa il 30% del lordo: sono i contributi previdenziali/sanitari. In breve, fatto 100 quanto un soggetto medio riceve netto in busta paga, il costo complessivo per il datore di lavoro assomma a circa 210. Troppo. La soluzione (stupida) trovata dai governanti sembra essere quella di ridurre gli stipendi pagati in modo da ridurre i costi produttivi e restare aziendalmente competitivi; questo può andare bene ma cozza con la necessità di fare crescita. Anche perchè se si riducono gli stipendi calano anche gli oneri previdenziali pagati; dunque non deve stupire se – anche a fronte di altissima disoccupazione – l’Inps vada verso il fallimento (a meno di ridurre gli anziani percettori di pensioni).
A ciò si aggiunga il fatto che le pensioni in Italia sono tassate come gli stipendi (ad es. in Germania sono praticamente esenti, ma anche in Bulgaria, Slovacchia, Ungheria, Lituania o in varie forme anche in Spagna e Portogallo) e si capisce come la mancata crescita derivi in larga parte dall’eccessiva tassazione che elimina i consumi. In aggiunta a quanto sopra abbiano i costi diciamo insopprimibili, carburanti, riscaldamento ed energia ecc.: anche qui la parte del leone la fanno i costi sistemici, dalle accise sulla benzina agli oneri sul trasporto dell’energia, alle componenti speciali sul gas. Alla fine 1 litro di benzina, 1 metro cubo di gas o 1 megawattora di energia diventano i più cari d’Europa o quasi. O le assicurazioni auto, tra le più care del mondo.

E che dire dell’Iva, tra le più alte del continente, contribuendo ad alzare ancora di più i costi del vivere. E con la futura riforma del catasto si attende un costo per gli immobili di circa l’1% del valore commerciale, fatte salve (per ora) le prime case. Ma attenzione, tali costi di per sé elevatissimi vanno rapportati agli stipendi: e qui il quadro (tragico) si completa, a fronte di costi elevati per i servizi irrinunciabili gli stipendi sono insufficienti. Da qui i consumi asfittici.
Il motivo di tutto questo? Soprattutto le tasse, a maggior ragione oggi che l’Ue impone inflessibile ed anzi nefasta austerity e rientro del debito, inutili per il fine di tornare a crescere (anzi il contrario, quando lo capiranno a Roma?).

Continuando così non c’è dubbio che il paese si strangolerà da solo. Il sottoscritto può solo osservare dall’esterno la follia italica di voler restare all’interno di una moneta unica che lentamente sta annichilendo il tessuto economico, imprenditoriale e sociale italiano (invece di inflazionare i costi interni con una svalutazione della moneta nazionale uscendo dall’euro, ndr); l’emigrazione di massa è una normale conseguenza, impossibile ad oggi pensare ad un’inversione del trend.

Islam, Corte di Giustizia europea boccia il velo nei luoghi di lavoro

in Economia/Relazioni Internazionali da
velo

Velo sì, velo no. Il quesito, posto alla Corte Europea da una donna islamica licenziata perché indossava il velo, ha avuto risposta. “Il divieto di indossare un velo islamico, se deriva da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, – ha scritto la Corte di Giustizia Europea – non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali”. Una pronuncia, quella del massimo organo giuridico dei 28 stati Ue, che è destinata a far discutere, e non poco.

La questione era stata sollevata in Francia da una dipendente che era stata allontanata dal posto di lavoro per essersi rifiutata di togliere il capo caratteristico nelle donne fedeli alla religione islamica. Oltre dieci anni fa, nell’aprile del 2006, la signora aveva informato i vertici dell’azienda in cui era impiegata, la G4S, spiegando che avrebbe continuato a indossare il velo durante l’orario di lavoro. Una regola non scritta all’interno dell’azienda invitava già i dipendenti a non indossare o fare mostra di simboli e indumenti che potessero identificare l’appartenenza politico-religiosa. E questo atteggiamento dell’azienda era già noto nel 2003, l’anno in cui Samira Achbita fu assunta.

La perseveranza della donna portò l’azienda a rendere più chiara la policy, rendendola scritta, fino ad arrivare alla decisione della Corte. «La norma interna non implica una disparità di trattamento direttamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali» ha stabilito la sentenza. Tuttavia, ha precisato la Corte, potrebbe insorgere il problema di una discriminazione indiretta del dipendente, nel caso in cui alcuni simboli o indumenti, come nel caso del velo, vengano tollerati a scapito di altri.

Il dispositivo aiuterà le aziende a mantenere senz’altro una linea più neutrale nei confronti della clientela e a evitare eventuali incidenti diplomatici. Ma quale potrebbe essere nei fatti l’attuabilità della decisione della Corte di Giustizia Ue? Un precedente, di natura non identica ma simile alla decisione presa in Lussemburgo, può aiutare a capire quale potrebbe essere la doppia valenza del contenuto.

Da oltre sei anni in Francia è fatto divieto di indossare nei luoghi pubblici il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi, e il burqa, abito che copre interamente la figura femminile in uso presso in Talebani. La legge, dal nome “Interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public”, fu promulgata nell’ottobre 2010 dal governo di Nikolas Sarkozy, attraverso l’allora Guardasigilli, il ministro Michèle Alliot-Marie. La pena stabilita dal provvedimento per i trasgressori fu fissata a una multa da 150 euro in alternativa a uno stage di cittadinanza. Secondo quanto stimato dalle autorità transalpine, in Francia nel 2010 erano circa 2mila le donne che indossavano i veli proibiti.

Ma che effetto ha avuto la legge? Non dei migliori. Stando ai dati del ministero della Giustizia aggiornati al 2015, anno in cui la legge compiva i primi 5 anni di vita, sarebbero state 1500 in totale le multe notificate per aver trasgredito alla legge del ministro Alliot-Marie. In prevalenza, le donne che avevano violato la disposizione del governo francese sarebbero state in gran parte residenti a Parigi e nel Nord del paese. Un primo bilancio, tracciato dai vertici della polizia francese, si schierò per il fiasco dell’iniziativa legislativa di Sarkozy. I controlli infatti per le forze di polizia divennero sempre più rari per le difficoltà a intervenire in contesti molto reazionari alla norma. Basti pensare ai disordini scaturiti in seguito al fermo di una donna nel 2013 a Trappes, nella banlieue settentrionale di Parigi. D’altra parte c’è il fattore del nemico comune: le comunità mussulmane avrebbero fatto fronte contro la legge anti-velo, tanto che il provvedimento sarebbe diventato una molla per il proselitismo.

Il provvedimento della Corte di Giustizia quindi, presumibilmente, non avrà vita facile viste le difficoltà incontrate in Francia nel far rispettare una norma molto simile, pur essendo le aziende più facili da controllare delle migliaia di spazi di pubblico utilizzo.

Alla vigilia delle elezioni in Olanda e delle polemiche con il governo turco per un mancato approdo, con scopi politici, di un esponente della fazione di Erdogan, la sentenza pronunciata in Lussemburgo può diventare una lama a doppio taglio, soprattutto per le strumentalizzazioni politiche in un clima già teso.

Soprattutto in Olanda, dove l’ascesa dei populisti è indissolubilmente legata allo scontro con le comunità musulmane.

Brexit, Il Parlamento britannico approva l’iter per uscire dall’Unione Europea

in Economia da
brexit

Diritti verso la Brexit. Ormai manca davvero poco, dopo che la Camera alta di Londra ha approvato la legge per la ratifica dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I lord hanno quindi dovuto accettare il testo rimandato indietro dai Comuni, che ne avevano bocciato proprio gli emendamenti sulle garanzie dei diritti dei cittadini Ue che vivono nel Paese e sulla proposta di un diritto di veto del Parlamento sull’esito del negoziato. A questo punto il premier inglese, Theresa May, che ha parlato dal palazzo di Westminster  di “un momento storico per il Paese”,  non ha alcun vincolo normativo che le impedisca di invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, dando il via ai negoziati con l’Ue – come già annunciato con ampio anticipo – entro il mese di marzo.

Scontata, infatti, la ratifica del Withdrwal Bill – il pacchetto legislativo che formalizza l’avvio della Brexit – da parte della Regina (il cosiddetto “Royal Assent”), mentre sui tempi utili per fare partire l’iter di divorzio si dovrà aspettare la fine del mese. L’attesa del governo di Londra sembra dovuta al recente annuncio da parte della premier scozzese, Nicola Sturgeon, di voler convocare un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito, da celebrarsi tra la primavera del 2018 e l’autunno del 2019. Un modo quindi per prendere tempo e stemperare i toni accesi sul fronte politico interno.

La procedura per uscire dall’Unione Europea, del resto, ha un meccanismo complesso dal momento in cui viene messa in moto dal Paese che ne chiede l’attivazione. Da Bruxelles in ogni caso si dicono pronti per l’inizio dei negoziati, come riferito nelle scorse ore dal portavoce della Commissione Margaritis Schinas, sottolineando come per prima cosa sarà necessario adottare delle linee guida politiche da parte del Consiglio europeo in un vertice che sarà convocato dal presidente Donald Tusk. L’incontro dovrebbe tenersi il 6 di aprile ma la data potrebbe slittare nel caso in cui, come appare probabile, la decisione della May di avvalersi dell’articolo 50 dovesse arrivare a fine marzo.

Le linee guida sono le posizioni generali e i principi adottati dai 27 Paesi dell’Ue, ma che potranno subire modifiche, se necessario, nel corso dei negoziati. Arrivati a questo punto, la Commissione presenterà una “raccomandazione” per poter dare il via ai tavoli con il Regno Unito, un’operazione che dovrà essere autorizzata dal gruppo dei 27. Nei fatti sarà la Commissione a negoziare con il governo della May, mentre il Consiglio sarà un organo di supervisione e di controllo politico del processo. Il capo negoziatore è stato già individuato nel politico francese, Michel Barnier, che riferirà “periodicamente e con precisione” durante tutta la fase dei negoziati che dureranno due anni ma potranno essere estendibili.

Il frammentato scacchiere politico britannico sembra scollarsi sempre più anche per via della questione scozzese. Il primo ministro di Edimburgo, Nicola Sturgeon, ha detto di voler convocare un nuovo referendum sulla secessione dal Regno Unito tra il 2018 e il 2019. Una misura già annunciata all’indomani del Brexit, dato che l’elettorato scozzese aveva votato con oltre il 62% per rimanere nell’Unione. Il nuovo annuncio della leader nazionalista ha provocato vari sussulti a Downing Street, che per il momento ha respinto al mittente la proposta della consultazione referendaria, visto che si tratterebbe della seconda nel giro di pochi anni.

Nel 2014 i no alla secessione dal Regno Unito rappresentarono il 55% dei voti, continuando a rimanere maggioranza nell’opinione pubblica in questi anni. “Ma adesso le condizioni sono cambiate”, ha spiegato la Sturgeon che ha sottolineato la portata storica della “Hard Brexit”, con la quale i cittadini scozzesi vengono costretti a uscire non solo dall’Ue ma anche dal mercato unico europeo.

Un muro contro muro, ma anche un gioco di specchi tra i due Paesi e tra le due donne premier, che rischia di produrre una situazione di stallo e di lacerazione con riverberi non solo nazionali ma anche europei. D’altra parte il governo e il Parlamento inglese hanno la facoltà di non convalidare il referendum in Scozia ma ciò provocherebbe una maggiore frattura nei rapporti istituzionali. Non concederlo, inoltre, significherebbe confermare una posizione accentratrice da parte di Londra, alla luce anche del voto sulla Brexit.

La Scozia in ogni caso, pur uscendo dal Regno Unito, non potrebbe formalmente chiedere di rimanere nella Ue ma dovrebbe avviare una nuova procedura di adesione all’Unione. Molto dipenderà dal governo May che, come appare probabile, dovrebbe decidere di chiudere prima i giochi sulla Brexit e dopo concedere un eventuale referendum secessionista agli scozzesi, nella speranza che il clima politico nel frattempo sia mutato. Ma in caso contrario a rischio a quel punto, dopo secoli di storia, sarà l’unità e l’integrità del Regno Unito.

@GargaDani

1 2 3 12
Vai a Top