Grande Moschea di Roma nel caos: buio sui bilanci e rischio commissariamento

Il presidente contestato per il suo viaggio in Libia e intanto si organizzano mostre pro immigrazione

farmacia di turno

Grande Moschea nel caos. Bilanci non presentati, veleni interni, lotte di potere, assemblee dei soci non convocate, un edificio che versa in condizioni di trascuratezza, un presidente contestato e il rischio commissariamento da parte del Viminale. E’ questa l’attuale situazione della Grande Moschea di Roma. Eppure il titolo del progetto di risanamento era ad effetto: “Centro islamico culturale d’Italia – Piano strategico 2017-2021”. Tra gli obiettivi, neanche tanto ambiziosi, c’era quello di una gestione trasparente della Grande moschea di Roma con lo “scopo generale” di “potenziare la cooperazione, interazione e l’integrazione con l’Italia e tutti gli italiani, di incoraggiare il rispetto della Costituzione italiana, delle leggi e principi di libertà, modernità, pluralismo, della cultura e del patrimonio in applicazione del principio che un buon musulmano é per definizione un buon cittadino”. Insomma, un piano che “rimettesse in riga” la gestione del più grande luogo di culto islamico d’Europa, dal punto di vista di finanziamenti, bilanci, formazione degli imam e molto altro, comprese le attività da svolgere all’interno per una integrazione sociale e culturale.

Mostra Mater Mediterranea nella Grande Moschea di Roma

Le mostre pro immigrati nella Grande Moschea

Ma a due anni di distanza dalla presentazione di quel piano, la Grande moschea di Roma, targata Pd, si è dimostrata un fallimento. Inoltre, più che una moschea a tratti sembra la filiale di una Ong. A parte la presentazione dei bilanci che é ferma appunto al 2017 (nel 2018 non è stato presentato e del 2019 ancora non se ne sa nulla), le poche attività che vengono svolte hanno un chiaro orientamento. Dal 13 al 30 giugno, nelle sale espositive della moschea, si é svolta la rassegna internazionale d’Arte contemporanea, “Mater Mediterranea”, con l’esposizione di una statua della Madonna avvolta nella coperta isotermica (i teli gialli usati per i migranti quando vengono soccorsi in mare), con intorno giubbotti di salvataggio. Sulla locandina dell’evento, tra gli altri, appare anche il logo della Regione Lazio e del Mibac, il ministero per i Beni e le attività culturali.

Ma se questo aspetto per qualcuno potrebbe apparire poco rilevane, ciò che invece emerge con chiarezza è la situazione di caos in cui versa la Grande Moschea e che si traduce, in alcuni casi, anche in una situazione di abbandono a causa di mancati lavori per ristrutturare alcune parti dell’edificio. Segno che quel piano strategico 2017-2021 forse non è mai partito.

Il piano Minniti per la Grande Moschea

Era appunto il 2017, e l’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, aveva deciso di dare una raddrizzata a quel luogo che, altrimenti, bisognava commissariare. E così, mentre al Viminale si lavorava anche per provare a realizzare un’Intesa con l’Islam italiano, per la moschea di Roma si é realizzato un piano strategico con gli obiettivi da raggiungere entro il 2021. E, per dare un’immagine di “italianità”, viene eletto come presidente Khalid Chaouki, parlamentare eletto nelle fila del Pd ma di origini marocchine, che avrebbe dovuto garantire il giusto equilibrio tra musulmani e italiani.

Anche perchè, si legge nell’introduzione del famoso piano strategico, “il percorso del Centro culturale islamico d’Italia ha visto l’emergere di una serie di squilibri nell’applicazione dei requisiti dello statuto e la messa in atto di una metodologia di gestione del centro a causa dell’allontanamento del rispetto delle prerogative dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Amministrazione. Le conseguenze sono l’evidente deviazione dal percorso prestabilito e dalle sue finalità e obiettivi, nonchè la violazione della regolamentazione italiana allo scopo di volgere verso una direzione alternativa e scelte unilaterali, che di fatto approfondiscono il divario. Una constatazione confermata e sollevata dalle autorità italiane all’attenzione dei responsabili del CICI a più riprese, alla necessità di aderire ai requisiti dello statuto per quanto riguarda gli obblighi della tenuta dell’assemblea e l’elezione dei componenti del Consiglio di amministrazione nonchè l’approvazione del bilancio, ponendo le basi per una buona trasparenza e legittimità di governo nel pieno rispetto delle leggi e delle normative italiane, così come il rispetto delle sue aspettative in qualità di supervisore alla concretizzazione di una dirigenza democraticamente rappresentata e che riflette in maniera trasparente la composizione demografica della comunità islamica che si trova sul suo territorio”. E se tutto questo non venisse garantito, il “CICI, come organizzazione italiana a carattere giuridico sarebbe condannata, inevitabilmente, allo ‘scioglimento’ del consiglio amministrativo e posizionarlo, e fino a nuovo avviso, sotto la diretta supervisione del ministero dell’Interno italiano”. Di fatto il suo commissariamento. Quindi, per superare questo stallo sono stati presi impegni da parte della Grande moschea che, ad oggi, pare non siano stati rispettati.

Da due anni senza bilancio

Non esiste un sito web dove siano indicati i nomi dei soci e del Cda; nei due anni trascorsi non si sono tenute le assemblee generali dei soci per eleggere le cariche direttive; dal 2017, con il nuovo corso, la Grande Moschea matura una presidenza “italiana”, non più designata tra gli ambasciatori di Stati esteri (l’Arabia Saudita per anni avuto la presidenza del luogo di culto), ma continua ad avere da più di 20 anni un segretario generale con passaporto diplomatico e che dunque risponderebbe al ministero degli Affari religiosi del Regno del Marocco. Queste, e altre considerazioni, contribuiscono a gettare un’ombra sul centro islamico che, stando a quanto scritto nella relazione al rendiconto finanziario 2015 e 2016, ha ricevuto nel 2014 finanziamenti pari a 334.000,00 dall’Arabia Saudita, 15.000,00 dagli Emirati Arabi. Mentre 23mila euro sono arrivati dalle iscrizioni ai corsi (quali siano non è specificato nel rendiconto), 22mila dai contributi Halal (quelli che vengono dalle certificazioni degli alimenti ), e altri 31mila da “contributi Ramadan”. Per un totale di 426.345,09 mila euro di entrate, con un disavanzo di 19.951,86. Nel 2015, invece, i finanziamenti presenti nel rendiconto sono solo quelli relativi al Marocco che avrebbe versato nelle casse della Grande Moschea contributi per 211.037, 37. E tra corsi, contributi Halal, Ramadan e programma di beneficenza, si arriva a un totale di entrate pari a 277.941,00 con un disavanzo di 35.325,94. Per i due anni a seguire, invece, non si conoscono ancora le cifre perchè i bilanci non sono stati presentati. Forse qualcosa potrebbe muoversi nei prossimi giorni, intanto la situazione è questa.

Il presidente nell’occhio del ciclone

In questa cornice si colloca anche un altro aspetto che genera veleni e dissapori all’interno del Centro islamico. Nelle scorse settimane il presidente, Khalid Chaouki, si é recato in Libia con una delegazione per incontrare il presidente Fayez al Serraj, a capo del governo di unità riconosciuto dalla comunità internazionale e nemico del generale Khalifa Haftar. Il viaggio ha suscitato un vero e proprio vespaio all’interno della moschea. La componente egiziana, soprattutto, ne ha chiesto l’immediata rimozione perchè la sua figura (appunto quella di presidente della Grande Moschea d’Italia), non poteva rappresentare il luogo di culto al cospetto di un esponente del governo libico, soprattutto nel caso di Serraj. É noto, infatti, che l’Egitto appoggia Haftar e la mossa di Chaouki ha fatto infuriare i musulmani egiziani che frequentano la Grande Moschea e che avrebbero voluto esautorarlo subito da ogni incarico. Ma Chaouki è ancora lì.

Il clima è pesante e le voci che arrivano dall’interno non sono rassicuranti. In molti temono il commissariamento da parte del Viminale. Anche la figura di Abdellah Redouane è controversa. Qualcuno lo chiama il “Faraone”, a causa del suo ultradecennale incarico come segretario generale. Per altri, invece, è una figura che negli anni ha saputo dialogare con le istituzioni italiane e anche con le altre religioni. L’Arabia Saudita, almeno apparantemente, é fuori dalla gestione del luogo di culto. Ma qualcuno sospetta che l’eredità wahabita sia stata raccolta da altri e portata avanti.  

Il potere è nelle mani dei marocchini

Ora, però, il potere è nelle mani dei marocchini che finanziano e gestiscono la moschea. In Marocco sono contenti, si dice al centro culturale islamico, perchè sono convinti di poter creare un Islam italiano secondo le loro regole. Del resto, già nel 2011, la comunità islamica marocchina in Italia aveva iniziato una sorta di percorso teso a prendere il sopravvento sulle altre comunità presenti nel nostro Paese. Un piano che partiva dal controllo di tutte le moschee presenti sul territorio nazionale, finanziamenti e personaggi “sospetti” compresi.