Baby gang: In Italia fenomeno in espansione

A febbraio 2017 i minori in carico ai servizi sociali erano 14.466, nel dicembre dello stesso anno il numero è cresciuto a 20.313

farmacia di turno

a cura di Raja

Il fenomeno delle baby gang si è ormai esteso a livello nazionale, con una triste gamma di vittime, dagli anziani, alle donne ma anche ai coetanei dei protagonisti. Già nei primi mesi del 2017, si registravano numerosi casi legati alla delinquenza minorile di gruppo. Nel febbraio 2017 i minori in carico ai servizi sociali erano 14.466, nel dicembre dello stesso anno il numero è cresciuto a 20.313. Nel medesimo lasso di tempo, i reati commessi da minorenni sono cresciuti da 40.669 a 54.962, e tra febbraio e dicembre 2017 la percentuale di minori in carico ai servizi sociali è aumentata del 40,4%, mentre il numero di reati commessi del 35,1%. 

Nel marzo 2017, a Vigevano, sono stati arrestati quattro 15enni e denunciati altri sei ragazzi per violenza sessuale aggravata, per riduzione in schiavitù e pornografia minorile. Una delle vittime, oltre alla violenza, ha dovuto subire l’umiliazione dei filmati dell’aggressione postati sui social network.

Ad aprile 2017 viene aggredito un ambulante bengalese a Napoli, mentre un passante viene accoltellato e derubato nei pressi dello stadio San Paolo e dodici ragazzi vengono arrestati a Roma poichè responsabili di numerose rapine ai danni di commercianti cinesi. 

A Milano, cinque ragazzi sono stati denunciati per interruzione di pubblico servizio e per danneggiamento aggravato di un vagone della locale metropolitana. Un gruppo formatosi con l’utilizzo dell’applicazione WhatsApp,  “O’sistem”, era utilizzato da diversi giovani salernitani per pianificare azioni notturne in danno soprattutto di autoveicoli posteggiati in strada.

Dall’inizio del 2018, le problematiche delinquenziali connesse al fenomeno delle baby gang riguardano soprattutto le città di Napoli e Torino, dove il fenomeno risulta in costante crescita e dove si sono verificate aggressioni contro singoli minori compiute dal “branco”.

I fatti di Modena

Di recente è stata sgominata la “Baby Gang della Madonnina”, un’area a nord di Modena in cui si perpetravano numerose violenze da parte di un gruppo di minorenni nati in Italia ma di origine tunisina.

Il gruppo è risultato composto da 5 ragazzi tra i 16 e i 17 anni che, dall’ottobre 2017, ritiratisi dall’attività scolastica e imitando le modalità d’azione criminale delle gang americane, hanno compiuto circa 35 colpi tra rapine, furti e scippi. 

Nei mesi precedenti al fermo, a maggio 2018 e dopo le denunce per gli episodi avvenuti tra ottobre e gennaio scorsi (inseguimento con speronamento di un’auto della polizia e nove vetture rubate), i ragazzi sembravano pentiti, confessando di avere compiuto le azioni delittuose solo per provare nuove esperienze.

Ma sin dal principio, la reiterazione dei delitti ha mostrato tutt’altro

Al loro esordio, infatti, i giovani scippano la borsa a una 50enne e fuggono con un’auto rubata, localizzata subito dopo accanto a un bowling dagli agenti della polizia. I ragazzi si danno alla fuga con la vettura per poi schiantarsi e fare perdere le proprie tracce. Nei giorni successivi compiono diverse repliche nella loro zona (il Villaggio Giardino in primis, poi Carpi e Reggio Emilia) dove rapinano un’anziana ferendola e gettandola a terra, rubano una vettura per compiere furti in un negozio di ottica e in un punto vendita di abbigliamento. Infine prendono di mira una stazione di servizio a Modena Est. Nel gennaio 2018 rapinano una donna a un distributore di benzina e, puntandole un cacciavite, fuggono con il suv della malcapitata, a cui segue a distanza di un’ora un altro scippo in danno di un’altra donna. Nella stessa notte, il suv rubato, guidato da un componente della banda, viene localizzato e inseguito dalla polizia: la vettura rubata si schianta e gli agenti di due volanti scendono e il conducente tenta di investire i poliziotti mettendo la retromarcia; quest’ultimi riescono ad evitare di essere travolti e il conducente riesce a fuggire a piedi facendo perdere le tracce. A distanza di pochi giorni, i ragazzi s’impadroniscono di un altro suv, e successivamente di un’altra vettura dopo lo scippo della borsa ai danni di una donna (che conteneva al suo interno le chiavi della sua auto) consentendo alla banda l’ennesima fuga.

Solo a fine gennaio di quest’anno, lo scippo della borsa di una bidella all’uscita dei ragazzi della scuola media Cavour, da parte del leader della banda, ha permesso agli agenti di cogliere in fallo il reato e di poter prontamente arrestare il giovane e, successivamente, tutti gli altri componenti della banda; si suppone che il giovane arrestato sia il “pentito” che ha permesso agli agenti di individuare gli altri elementi dell’organizzazione criminale.

Le indagini svolte dalla squadra mobile di Modena, in collaborazione con i colleghi di Faenza e Ravenna, sono state condotte con l’apporto dei rilievi delle impronte digitali sulle autovetture rubate, le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza , le riprese e le foto sui cellulari durante gli illeciti e le intercettazioni dei tabulati telefonici, che rilevavano inoltre dei furti all’interno di strutture pubbliche (scuole, ambulatori medici, palestre) con lesioni personali ai danni delle vittime.

Il gip del tribunale minorile di Bologna sottoporrà tre di loro alla custodia cautelare in comunità, due al carcere in istituto per minori, mentre sono stati denunciati altri due minorenni e un maggiorenne sospettati di essere anche loro membri del gruppo, ma con posizioni più irrisorie rispetto agli arrestati.

Baby gang e bullismo

Gli elementi in comune rilevati dall’analisi del fenomeno, sono la buona situazione familiare di provenienza, l’emulazione in stile mafioso e la “crisi esistenziale” palesata dai minori coinvolti.

É necessario però, tener conto di un’importante distinzione comportamentale, ovvero “la condotta” riferibile all’insieme dei comportamenti che una persona attribuisce al proprio essere interiore, correlati tra di loro insieme agli stimoli esterni con la conseguente reazione negativa e violenta. La devianza, invece, fa testo all’insieme degli elementi che stimolano e scatenano i reati, in questo caso da parte dei minori.

Inoltre, è importante rilevare un’altra importante differenza che ha a che fare con le manifestazioni di questo tipo, quella tra baby gang e bullismo.

Secondo Valentina Tomaselli, psicoterapeuta dell’età evolutiva aderente all’Uppa (Un pediatra per amico, la casa editrice specializzata nei temi della genitorialità e dell’infanzia) le baby gang hanno, comunque, delle caratteristiche specifiche quali una gerarchia verticale guidata da un leader, con rigide misure di inserimento e mantenimento dei ruoli. Queste componenti hanno come scopo il controllo del territorio attraverso violenze che vengono inflitte in modo indiscriminato verso chiunque, spesso connesse con la commissione di reati contro il patrimonio.

Il bullismo mostra invece delle particolarità diverse, perché indirizzato verso uno o più individui specifici, in maniera del tutto ininterrotta e selettiva. In un gruppo è sempre presente il “bullo” e i rispettivi “gregari”, oltre ai cosiddetti “spettatori”, che assistendo alle vessazioni senza intervenire si deresponsabilizzano di fronte all’aggressione di un pari.

I campanelli di allarme

Sempre a parere della dottoressa Tomaselli, si individuano, a proposito dell’opera di prevenzione, alcuni elementi caratteristici riscontrati in numerosi casi di  giovani coinvolti nei reati attribuibili alle baby gang. Il rifiuto o l’abbandono scolastico e il disadattamento di tipo sociale con la conseguenza del rifiuto di regole della convivenza collettiva, rappresentano per primi un campanello d’allarme. L’aggressività nei confronti di adulti e coetanei e la mitizzazione di icone/immagini improprie, il consumo di alcool e sostanze stupefacenti e improvvisi cambi di look, ad esempio, possono rendere ancora più chiaro uno spirito di coesione interna, necessaria per “l’appartenenza”.

Da un punto di vista puramente psicologico, sono ragazzi che hanno perso il contatto con i princìpi sociali e con la regolazione emotiva. L’“acting out”, cioè l’agire impulsivo e con rabbia, ad esempio, a un ipotetico commento non coerente con le proprie attitudini, può essere determinante per scoppi d’ira, che mirano a una veloce ricerca di “vendetta” che non permette dialogo o confronto. Il disaccordo che spesso affiora da parte dei giovani, riguardo la moderazione e il temperamento adulto, è parte integrante della crescita, ci si avvicina sempre più alla sperimentazione delle novità in campo sociale, ma nel momento in cui vengono a galla violenza e comportamento antisociale, si dovrebbe capire il tipo di contesto che non ha permesso l’assimilazione di determinati limiti. Limiti, tramutati poi in regole, che vanno a supplire l’assenza di autorevolezza adulta nelle bande, in cui lo spirito di coesione rappresenta ciò che facilita il contrasto con l’esterno, che spinge alla delinquenza.

Questi comportamenti nascono non solo da trascorsi di infanzia deprivata, con storie segnate da abusi e incuria del sistema familiare, ma anche nelle situazioni dei cosiddetti “figli di buona famiglia”, cresciuti nell’agio economico e vissuti in famiglie iperprotettive, possono rendersi protagonisti di inclinazione antisociale. Quello che sembra essere un punto in comune è la mancanza di una simbolica guida adulta che riesca ad indirizzare e orientare il cammino di crescita sulla base della consapevolezza. Soprattutto dal punto di vista dell’altro, che porta all’origine del problema: un’altra persona rispetto a sé, il diverso, non rappresenta un’eventuale componente accrescitiva. Mette invece in pericolo la propria debole ed insicura personalità del singolo.

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