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Lone wolves a Manhattan: la sanguinosa jihad a basso costo

Massimo risultato con minimo sforzo, così Sayfullo Saipov ha fatto piangere New York

Un giuramento di fedeltà allo Stato islamico scritto su un foglio di carta lasciato sul sedile passeggeri del pick-up utilizzato per compiere l’ennesima strage. Se si attendeva una rivendicazione ufficiale per l’attacco a New York, non si è fatta attendere. Sayfullo Habibullaevic Saipov, il 29 enne terrorista islamista uzbeko, sposato con tre figli, che il pomeriggio del 31 ottobre si è schiantato sulla pista ciclabile di Manhattan, ha voluto firmare il suo attentato anticipando nei tempi anche l’organizzazione terroristica che più di tutte, con un metodo parassitario, è solita rivendicare qualsiasi atto compiuto in modo violento ed eclatante contro l’Occidente o gli occidentali.

Se non sussistono dubbi circa le modalità dell’azione, perfettamente in linea con quanto predicato dall’Isis in merito alle linee guida per la preparazione di un attacco. Le incertezze riguardano, invece, la reale contiguità di Sayfullo Saipov con lo Stato islamico.

E’ un dato di fatto che il Paese di origine di Saipov, sia patria del Movimento Islamico dell’Uzbekistan, nato nel 1998, fedele alleato dell’Isis per il quale, in Siria e Iraq, hanno combattuto migliaia dei suoi miliziani addestratisi in Afghanistan a cavallo tra il 1998 e il 2002 e particolarmente attivi anche entro i confini nazionali uzbeki.

L’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo dell’aprile di quest’anno, che provocò la morte di 14 persone e il ferimento di altre 47, rappresenta una delle tracce recenti del movimento jihadista dei Paesi dell’ex URSS, oltre a quelle degli attentati di Stoccolma e Istanbul. L’attentatore suicida, il 23enne Akbarzhon Jalilov, cittadino russo nato in Kirghizistan, era appunto di etnia uzbeka con asseriti legami alle milizie dell’Isis e a quelle islamiste cecene.

L’ideologia radicale di cui i militanti uzbeki sono infarciti è frutto proprio di una frequentazione delle madaris afghane e pakistane nelle quali imam talebani proseguono, da più di 20 anni, nella loro opera di indottrinamento e indirizzamento alla jihad dei volontari provenienti da mezzo mondo seguendo un piano di formazione ben tracciato e delineato dagli ideologi della guerra santa.

L’addestramento dei mujaheddin, nel frattempo disseminatisi nei 5 Continenti, è proseguito con i contatti via chat con le organizzazioni madri e, soprattutto, nel deep web dove il passaggio degli aspiranti jihadisti non lascia traccia alcuna.

La jihad intrapresa dai “lupi solitari” sia particolarmente remunerativa sotto il profilo della ribalta mediatica per i gruppi “sponsor” della guerra santa, e soprattutto condotta in regime di stretta economia.

Va da sé che Saipov, con un modus operandi artigianale, un’auto a noleggio, una pistola paint ball e una spara-chiodi, non abbia sicuramente fruito dei lauti finanziamenti al terrorismo elargiti da chicchessia dei quali si parla con ostinazione, quasi a voler negare l’evidenza di un fenomeno, quello dell’emulazionismo o, se vogliamo, del “terrorismo fai da te”, in ampia espansione e di difficile prevedibilità e contrasto.

Di sicuro, come abbiamo già fatto rilevare in tempi non sospetti, la sconfitta militare dell’Isis non ha condotto e non porterà ad un suo totale annullamento ma, piuttosto, a una sua pericolosa gemmazione in singoli o cellule preconfezionate, quindi, infarciti di ideologia islamista, determinati e, in molto casi addestrati per continuare la Jihad in Occidente.

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