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Foibe: memoria di un orrore

…ma per alcuni è meglio glissare

Eques

Foibe? Quanti tra i giovani, e non solo, sanno cosa siano? Non in senso geologico ovviamente (cavità carsiche di origine naturale con ingresso a strapiombo), ma per quel che furono nel c.d. “dopoguerra” che, riflettendoci oggi, tanto “dopo” non sembra affatto.
Non ricordo di averne mai sentito parlare ai tempi della scuola, o di averne letto sui libri di testo, ma so di sicuro che, solo dopo moltissimi anni, ne ho appreso l’esistenza.
Sarà forse sfuggito a chi decideva cosa i giovani dovessero sapere e cosa no, o erano quelli tempi troppo vicini a quegli orribili fatti per poterne parlare?
La domanda andrebbe rivolta a chi così decise, ma è difficile che ve ne sia qualcuno ancora in vita, o in grado di rispondere, per lo meno sinceramente. Ci sono però i loro, chiamiamoli “eredi”, i negazionisti delle malefatte della propria parte, quanto fertili inventori di quelle altrui .
Sono gli stessi che oggi decidono a chi affibbiare l’etichetta di “responsabile morale” di qualunque delitto, allorché possa loro far comodo strumentalizzare qualsiasi evento a propri contingenti fini.
Sono gli stessi, come tipologia ovviamente, non come persone, che un tempo osannavano Oriana Fallaci e Pier Paolo Pasolini, e che ne sono poi divenuti i più acerrimi nemici, perché erano divenuti pericolose note stonate in un coro monocorde.
È sempre la solita storia, chi comanda, chi ha vinto, scrive la storia, e lo fa ovviamente a modo suo.
La verità, come spesso accade, è diversa, e spesso molto più semplice e logica.
In quel periodo, che definire orribile è sicuramente riduttivo, tra vinti e vincitori la partita sul piano delle nefandezze, non vide il prevalere dell’uno sull’altro, e le foibe, come le c.d. “leggi razziali”, ne sono prova.
I c.d. “partigiani” titini hanno compiuto uno dei tanti massacri che da secoli hanno insanguinato la storia dell’umanità, ma quelli erano, o dovevano essere, tanto è uguale, “amici”, per cui le foibe non sono neppure esistite per moltissimi anni, e chi ne parlava era un “fascista”.
I cattivi sono sempre gli altri, ricordiamolo.
Oggi si deve essere politicamente corretti, poi, se non visti e si perpetrano le azioni più infami, non fa nulla.
Si osanna un’anziana signora che ha avuto un’esperienza terribile, e che solo per questo non si può non guardare con simpatia. E che si fa? La si nomina senatore a vita.

Nulla da ridire su questo, ma si capisce la ragione, tutto qui. Anche perché, se non è stato modificato, ma non risulta, l’art. 59, 2° comma della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque senatori a vita tra i cittadini italiani che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».
Ferma la solidarietà, la vicinanza, l’affetto che può provarsi per lei, che nulla hanno a che vedere con i principi e le regole, non ho sentito indicare nessuno di quei motivi in questo caso.

Se il (chiamiamolo) merito, è quello di aver ingiustamente sofferto, e fortunatamente esser sopravvissuta, allora, tanto per fare un esempio, ma se ne potrebbero fare un’infinità. Mi domando per quale ragione a Graziano Udovisi, nato a Pola (Istria – una volta Italia), il 6 luglio 1925, che ben pochi, sono pronto a scommettere, sanno neppure chi sia, non sia stato conferito un riconoscimento almeno in egual misura. Non lo conosco, né so se sia ancora vivo oggi, ma la sua storia mi ha colpito. Di lui si può scoprire molto, solo digitandone il nome su google. Era l’ufficiale, ventenne, che comandava il presidio di Portole d’Istria e di Rovigno d’Istria nel 1945. Finita la guerra, senza ordini, né alcun tipo di indicazione, per cercare di salvare i giovani a lui affidati, si spostò a Pola, dove venne a sapere che gli slavi li cercavano.
Il 5 di maggio, ingenuamente vien da pensare oggi, si presentava al Comando slavo.
Immediatamente rinchiuso in una cella di pochi metri quadrati senza neppure una presa d’aria, insieme a moltissimi altri, poco dopo venne prelevato e torturato, perché era un ufficiale, e soprattutto “nemico” (la guerra era finita, ed era un prigioniero a tutti gli effetti, ma le Convenzioni internazionali, si sa, valgono a fasi alterne).
Il 14 maggio, senza neppure un sommario, o diciamolo chiaramente, finto processo, venne trascinato sull’orlo della foiba di Fianona, ma prima di ricevere la raffica di mitra che doveva porre fine alla sua vita, vi si gettò dentro, immagino per puro spirito di sopravvivenza.

Fortunatamente per lui, in quella foiba, circa 20/30 metri sotto, c’era una pozza d’acqua, e solo per questo la caduta non gli fu fatale, e fu così che, allontanatisi gli slavi, riuscì ad uscirne vivo.
Con l’ingenuità dei vent’anni, ma consapevole del suo status di militare, neppure immaginando a cosa stesse andando incontro, si presentò, come ritenne, giustamente dico io, suo dovere, alle Autorità italiane.
Fu processato per “collaborazionismo col tedesco invasore” e condannato dal Tribunale di Trieste, che non solo non tenne in alcun conto il fatto che era semplicemente un giovanissimo ufficiale subalterno, che aveva solo eseguito ordini legittimi, e soprattutto che non era accusato di alcun crimine specifico (a meno che non fosse un crimine non essere colluso con quelli che fino a che non vinsero, erano a tutti gli effetti “nemici”), ma addirittura perché aveva osato raccontare delle foibe, la cui stessa esistenza fu recisamente negata da quel Tribunale. E così, dopo il salto nella foiba, il processo e i, chiamiamoli “soggiorni” in molte carceri italiane, nel 1947 (vien da pensare perché forse qualcuno miracolosamente riprese l’uso del cervello) fu liberato.

Questa è, nei tratti essenziali, la storia di un giovane, tra i pochissimi sopravvissuto alle foibe, e cioè di un essere umano che ha sofferto, ingiustamente, come la neo senatrice a vita, senza aver fatto nulla di male.
I giudizi e le valutazioni a chi legge, ma anche un invito a riflettere, anche ai più restii, a cercare di immedesimarsi in un giovane di 20 anni, che non ha fatto nulla di male, sull’orlo di una voragine, davanti a mitra spianati pronti a falciarlo che, al colmo della disperazione, preferisce gettarsi nel vuoto.
Proviamolo a immedesimarci, e solo dopo magari facciamoci qualche domanda.
Ci dicono che è importante non dimenticare, che si deve ricordare, ma quando si ricordano anche queste cose, e ribadisco l’anche, che vuol dire che ricordare deve comprendere il tutto, i fautori del ricordo storcono il naso.
Chissà perché.

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