Pentagono, il “Mad Dog” voluto da Trump alla Difesa: nomina che piace all’establishment

James Mattis, falco sulla questione iraniana e lontano da Mosca.

Un marine, aggressivo in battaglia quanto riflessivo nella vita privata. La sua libreria si compone di più di 7mila volumi e porta sempre con sé “Le Meditazioni” dell’imperatore romano Marco AurelioJames N. Mattis, nato nello stato di Washington a Pullman nel 1950, è la nuova scelta di Donald Trump per il Pentagono. Che pare piaccia molto anche all’establishment.

Sì perché il curriculum del generale Mattis parla da sé. Una vita nel corpo dei Marines, comandante del primo battaglione nella Guerra del Golfo, colonnello del settimo reggimento Marines in Afghanistan dove ha condotto 58 operazioni e generale della prima divisione in Iraq nel 2003, dove è stato protagonista della presa di Falluja, roccaforte del regime di Saddam. Sono solo alcune delle campagne condotte con successo dal generale scelto da Trump per la carica di Segretario della Difesa.

“Sii gentile, professionale, ma abbi sempre un piano per uccidere chi incontri”. È l’aforisma, soltanto uno dei molti che vengono attribuiti al neo-nominato dell’amministrazione Trump, che ben sintetizza l’indole di Mattis. Riflessivo in pace e indomabile in battaglia. Chi ha conosciuto Mattis, dai civili agli alti ranghi dell’esercito lo descrive come una personalità estremamente lontana dall’immagine che i suoi sottoposti ne hanno dato in battaglia. Chiamato “Mad Dog” per il suo coraggio in battaglia e la determinazione con cui ha inseguito e conseguito gli obiettivi militari, Mattis è dipinto dall’establishment come riflessivo e affabile.

Fautore della guerra di movimento, il generale, ritiratosi dai Marines nel 2013, ha persino sospeso dal servizio un suo sottoposto perché non sarebbe stato in grado di avanzare alla velocità che gli era stata ordinata, ricorda Niall Ferguson, membro senior della Hoover Institution.

Gli alti ranghi dell’esercito lo dipingono come simile al generale Patton, eroe Usa della Seconda Guerra Mondiale che ha condotto gli Alleati alla vittoria in Europa contro le forze nazi-fasciste.

Le posizioni di Mattis in politica estera sono note a molti. È considerato uno dei falchi sulla questione atomica in Iran ed è un aspro critico di come la trattativa con il Gigante Sciita sia stata amministrata durante il secondo mandato di Barack Obama.

Proprio per questi dissidi è stato silurato dal Centcom (il comando centrale delle operazioni che hanno come teatro Iraq e Afghanistan) dall’ultima amministrazione presidenziale.

L’Iran rappresenta, per il pluridecorato generale statunitense, “l’unica e più duratura minaccia per la stabilità in Medio Oriente”. Per Mattis infatti non è un caso che il sedicente Stato Islamico non abbia mai tentato di attaccare il regime di Teheran.

A differenza di Trump, tuttavia, il generale non ritiene Putin un interlocutore così affidabile. Fu infatti forte, anche se dissimulata, la critica di Mattis a come fu amministrata la crisi nel Donbass, nell’Est dell’Ucraina: una risposta troppo morbida allo scacco di Putin in Crimea.

Idee chiare anche sulla posizione che gli Usa dovrebbero assumere nel Mar Cinese Meridionale. Nell’assemblea della commissione sulle forze armate tenuta in Senato nel 2015, Mattis dichiarò che oltre a tessere rapporti diplomatici con Pechino, Washington dovrebbe pensare a come bilanciare l’atteggiamento della Cina in caso di pretese ulteriori nell’area di interesse Usa.

Un altro elemento di scontro con il neo presidente Donald Trump potrebbe essere la gestione dell’arsenale nucleare in particolare dei missili balistici a lunga gittata. Per Mattis le basi missilistiche a terra costituirebbero un rischio in caso di falso allarme in quanto potrebbero attivare il protocollo di risposta automatica e innescare una guerra nucleare senza un reale motivo. Posizione questa che confliggerebbe con il potenziamento voluto da Trump in ambito missilistico.

Necessiterà una legge ad hoc per far sedere Mattis al Pentagono, ma col Senato e il Congresso a favore sembra che la nomina di Trump sia quella definitiva. Una nomina che ha ottenuto i favori dell’establishment ma non è detto sia un interlocutore piegato al programma di Trump, sicuramente non sulla questione russa e quella missilistica.

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