La Percezione Della Sicurezza

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Beni Culturali

Beni Culturali: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui Beni Culturali, Infrastrutture e Ambiente.

Dopo le opere di Telesio a rischio anche la Torre citata da Dante nel Purgatorio

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Le Istituzioni ci hanno lasciato soli. La torre è stata lasciata ardere come una discarica. Non si può permettere che crolli e che Cosenza perda anche questo bene per la cultura italiana. Dobbiamo salvarla”. Roberto Bilotti Ruggì d’Aragona è il proprietario della casa che il 18 agosto scorso é andata a fuoco nel centro storico di Cosenza. In quell’incendio morirono 3 italiani che avevano occupato abusivamente l’immobile. Una situazione “incontrollabile” quella nel palazzo nobile della città calabrese e che andava avanti da anni. Adesso, però, potrebbero esserci ulteriori conseguenze per il patrimonio artistico.

Sopra l’appartamento incendiato, infatti, era ospitata la biblioteca della famiglia Bilotti Ruggi D’Aragona, che custodiva scritture e dipinti di importanza storica rilevante. Nell’incendio, tra le opere distrutte, é andata persa anche l’opera di Telesio ‘De rerum natura iuxta propria principia’.
Gli inquilini abusivi, con problemi psichiatrici, vivevano nella sporcizia e nell’incuria. Due interi piani pieni di spazzatura accumulata. Topi, escrementi e odori nauseanti, erano la costante del palazzo.
“Cinque anni di segnalazioni, denunce e lettere mandate alle autorità da parte dei condomini. Ma mai nessuna risposta”, ha spiegato Bilotti d’Aragona.
Ancora non è chiara la dinamica dell’incendio, ma la grande sporcizia fuori dall’abitazione avrebbe fatto in modo che le fiamme si propagassero con maggiore facilità.

Ora la preoccupazione dei cosentini è per la torre che si erge sopra al palazzo e che durante l’incendio é rimasta fortemente danneggiata. “Potrebbe collassare da un momento all’altro. I vigili del fuoco hanno sequestrato l’intero immobile perché inagibile ma finora nessuno si é interessato a sistemare e salvare la torre di importanza storico culturale non solo in Italia ma in Europa”, spiega Roberto Bilotti.

Si tratta dell’ex torre campanaria del Duomo del XII secolo, inaugurata da Federico II di Svevia e citata da Dante Alighieri nel canto terzo del Purgatorio. “Ho sempre denunciato il costante pericolo che vi era nel palazzo a causa dei roghi di spazzatura che spesso venivano accesi dai signori Noce (inquilini abusivi). Erano persone con problemi psichiatrici seri che avevano bisogno di un aiuto da parte dei servizi sociali, perché pericolose per se stessi e per gli altri”, ha continuato il proprietario della casa.
Né il Comune né la Regione pare si siano interessati alla situazione e eventuale ricollocazione in un altro alloggio di questa famiglia. Stando agli atti, dopo una richiesta fatta dal signor Bilotti Ruggì d’Aragona la Asl, il 24 marzo del 2016, ha visitato l’immobile ritenendone necessaria l’immediata chiusura perché scarsa di igiene e ambientalmente non consona per gli essere umani.

“Nemmeno dopo la dichiarazione ufficiale della Asl – ha spiegato – c’è stato l’intervento delle autorità”. Solo dopo cinque anni di denunce e richieste di sopralluoghi, il tribunale di Cosenza abbia preso visione della questione dichiarando i signori inquilini degli occupatori abusivi della casa, imponendo loro una multa di 258 euro.

Una storia di abbandono che ha segnato la città di Cosenza e che pone l’accento sull’ importanza non solo del rispetto delle regole bensì della tutela dei beni culturali della città calabrese.

“Abbiamo scritto una lettera al ministro Dario Franceschini, perché si renda conto che c’è ancora qualcosa da salvare. La torre. Noi non abbiamo i mezzi per fare più di quello che abbiamo fatto”.
Allertato anche il ministro dell’Interno per denunciare come la torre abbia arso per due giorni consecutivi vista la difficoltà di mezzi pesanti carichi d’acqua ad entrare nelle vie del centro e riuscire a spegnere l’incendio. Segnalazioni sono state inviate anche al ministro della Giustizia, affinché possa verificare la corretta funzione degli uffici, e al ministro della Salute per segnalare il modo in cui gli inquilini del palazzo e i vicini abbiamo vissuto in condizioni igienico sanitarie critiche per tanti anni.

Libri, Omar Di Monopoli racconta la Puglia ‘Nella perfida terra di Dio’

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare”. Non c’è alcuna perfidia nelle parole di Omar Di Monopoli che con un’intervista a Ofcs Report racconta il suo ultimo successo letterario dal titolo ‘Nella perfida terra di Dio’, che ufficializza il suo passaggio alla casa editrice Adelphi. Un racconto con cui valuta l’attuale mezzogiorno italiano, nello specifico quello della ‘terra di Puglia’, dove egli stesso risiede. Per l’autore la critica coniò per la particolare tipologia del suo primo romanzo, Uomini e cani,  la definizione di ‘western-pugliese’. Nei romanzi dell’ autore pugliese,  il tema del  sociale  attraverso  la letteratura diventa così anche un prodotto  di riflessione sulle perenni problematiche di un mezzogiorno che in realtà non si è ancora liberato della questione meridionale.

“Mi illudo di ordinare il caos del mondo con una penna” con questa affermazione ha voluto sintetizzare la sua missione letteraria. La letteratura, secondo la sua opinione, potrebbe essere un valido supporto al contrasto della criminalità?

“Certo, come ogni espressione artistica lo è nella misura in cui accende i riflettori su argomenti e questioni che si vorrebbero tacere. La letteratura, inoltre, ha nello specifico quel particolare ‘addendum’ di spingere e condurre il lettore alla riflessione su temi magari scottanti. Almeno, un certo tipo di letteratura riesce a farlo, poi, ovviamente, non sempre i libri, o gli autori, sono all’altezza di un compito siffatto. Va però specificato che nessuno scrittore scrive con la consapevolezza di dover necessariamente sollevare questioni importanti. Questo perchè è un’aspirazione che deve sicuramente accompagnare la stesura di un ‘opera, di qualsiasi genere essa sia, ma guai a calcolare tale progetto a tavolino, si rischia la didascalia e la presunzione mentre per un autore la priorità assoluta deve sempre essere null’altro che la storia da narrare. Che poi essa coincida talvolta con la Storia con la S maiuscola è un altro paio di maniche.

Secondo una sua recente opinione la Puglia “nasconderebbe un coacervo di problemi che sono ancora retaggio della mai risolta questione meridionale”  non crede però che negli ultimi anni le amministrazioni locali si stiano impegnando a creare una Regione migliore e più appetitosa dal punto di vista turistico, commerciale e della qualità della vita e della sicurezza?

“Non si può naturalmente fare di tutta l’erba un fascio e sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare. Ciò non toglie che, a dispetto della patina di oleografia che ha saputo fare del sud (e della Puglia in cui vivo in particolare) una meta di grande appeal dal punto di vista turistico, il meridione resti una zona altamente problematica e contraddittoria. Parlo di un luogo che d’estate si accende di rutilanti luci magiche e ipnotiche vibrazioni sonore ma che poi però, quando la bella stagione finisce, la realtà torni a chiedere il suo obolo e all’improvviso ci si rende conto che i veleni dell’Ilva e i fumi della centrale di Cerano continuano a rendere mefitica l’aria, che la Sacra Corona Unita è una mafia sconfitta solo sulla carta, basti guardare a quello che continua a succedere nel Gargano, dove le Società si affrontano a colpi di kalashnikov come nei film americani, e che la mancanza di lavoro e una politica ancora feudale non cessano di osteggiare qualsiasi progresso verso il futuro per questa terra disperata”.

Lei scrive: “Aveva interessato quelle latitudini sullo scorcio degli anni Ottanta, quando il calo produttivo dovuto alla crisi dell’ acciaio aveva imposto al polo siderurgico di Taranto, uno fra i più grossi e inquinanti d’ Europa, di smantellare parte dei cantieri e licenziare senza misericordia”. Le do una buona notizia : di recente l’ attuale amministrazione ha rassicurato i sindacati, confermando l’obiettivo di portare il gruppo Ilva al successo industriale che merita, nel rispetto della sostenibilità ambientale e di un miglior rapporto con la comunità tarantina.
Che romanzo ci scriverebbe?

“Guardi, il romanziere non fa il sociologo, l’antropologo né tantomeno il politico. Chi scrive storie si sforza di fotografare la realtà che lo circonda attraverso un proprio personalissimo punto di vista e non cerca risposte, anzi sovente il suo lavoro si giudica dalla capacità di sollevare domande. Io personalmente scrivo romanzi noir, libri dai toni volutamente cupi e a tratti espressionistici, quasi gotici. È una mia cifra che rivendico perché calcando sui toni riesco a mettere in rilievo le differenze. Evidenzio le criticità tramite l’eccesso di bianchi e di neri. Non posso quindi che plaudire a un eventuale miglioramento delle condizioni relazionali tra il più grande stabilimento siderurgico d’Europa e la comunità che vive e muore attorno a esso, ma sono portato per esperienza – e forse anche per un Dna tutto meridionale, una sorta di sesto senso non necessariamente costruttivo – a diffidare delle promesse accalappia voti. Staremo a vedere. Vigilando con attenzione ed eventualmente continuando a scrivere per documentare l’ennesimo tradimento perpetrato ai danni di questa perfida terra di Dio”.

Diritti d’autore, Soundreef: “La Siae gode di protezioni molto importanti”/VIDEO

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Video Report da

La guerra dei diritti d’autore. Da quando Soundreef è entrata sul mercato lo scontro con Siae è aperto. Molti autori, tra cui Fedez, hanno scelto di passare al gestore indipendente. La vera battaglia, dunque, si combatte su un monopolio di fatto che negli anni ha visto la Siae come unico attore in scena. Da qualche tempo, però, il competitor è una startup tutta italiana, nata in Gran Bretagna e rientrata nel nostro Paese. Ofcs.report ha intervistato Davide d’Atri, Ceo di Soundreef, che ha spiegato come funziona la gestione dei diritti d’autore e le regole (assenti) di un mercato milionario.

Abbiamo provato più volte a contattare la Siae, ma al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

Beni culturali, i “Volti di Palmira” ad Aquileia: quando l’arte riconosce il patrimonio distrutto

in Beni Culturali da

Restituire un volto a Palmira e cercare di sanare le ferite arrecate al patrimonio culturale dalla furia dell’Isis: con questo intento apre al pubblico la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, dal 2 luglio al 3 ottobre al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Si tratta della prima esposizione dedicata in Europa alla città distrutta dai fondamentalisti islamici con la volontà di aiutare i siriani a riappropriarsi del loro patrimonio culturale attraverso un’opera di restauro, restituzione e ricostruzione, avvalendosi delle nuove tecnologie.

“Dedico questa mostra a Khaled al-Asaad – ha annunciato il presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani – un uomo che ha pagato con la vita il desiderio di mantenere la memoria di Palmira. Dietro la serie de ‘L’archeologia ferita’ c’è la voglia di fare di questo luogo un luogo del presente: con queste iniziative rilanciamo la memoria”. Khaled al Asaad era il direttore delle antichità della città siriana deturpata, barbaramente ucciso il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di andare via dalle amate rovine. Un sacrificio che sarà difficile da dimenticare.

 

Dunque questo allestimento vuole avere un fortissimo valore simbolico e rappresenta un’altra tappa del percorso de “L’archeologia ferita”, che la Fondazione Aquileia ha intrapreso nel 2015 in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia. A precederla una mostra dei tesori del Bardo di Tunisi per dare conto di quanto accade ormai da anni nei paesi teatro di distruzioni e violenze mostrando al pubblico opere provenienti da quei siti.

In esposizione ci saranno ben 28 pezzi, grazie ai prestiti concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai Musei Vaticani, dai Musei Capitolini, dal Museo delle Civiltà – Collezioni di Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, dal Museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco”, dal Civico Museo Archeologico di Milano e dalla collezione privata di Federico Zeri, il celebre critico d’arte romano scomparso nel 1998.

Anche grazie alla sua collezione i curatori Marta Novello e Cristiano Tiussi hanno raccolto sedici pezzi originari di Palmira, riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali, e otto da Aquileia. A dimostrazione del fatto che, nonostante la distanza geografica e stilistica, esiste lo stesso sostrato culturale che accomuna le due città, unite da un destino affine.

Se Palmira era infatti una città carovaniera dai contorni mistici, definita nel corso delle varie epoche la “Venezia delle sabbie”, la cui posizione stava al confine tra Oriente e Occidente; Aquileia era città di commerci e di confine a sua volta, e costituiva la porta d’Oriente dell’Impero Romano, visto che proprio attraverso di lei raggiunsero Roma contaminazioni orientali, influssi culturali profondi in termini di idee, canoni artistici e sensibilità.

“Già 1200 anni fa c’era un flusso di maestranze che si prolungava da 600 anni – ha spiegato Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia – e poi entrambe le città erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse, oltre a essere testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un unità integrata, non solo dal punto di vista dei commerci ma anche di quello della circolazione delle idee”.

In tal senso si vuole attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su quel che sta succedendo all’identità non solo dei paesi colpiti dai terroristi ma anche del nostro paese. “L’iconoclastia può essere riparata – conclude lo studioso – ma la distruzione della memoria no”.

“In iniziative come questa sul patrimonio ferito di Palmira – ha sottolineato il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini – c’è un gioco di squadra tra pubblico e privato: una sinergia molto importante in grado di unire ricerca scientifica e vocazione della Fondazione Aquileia, nell’intento di valorizzare sempre di più il patrimonio culturale” di tutti. Ad accompagnare l’evento una mostra di Elio Ciol, “Sguardi su Palmira”, con preziose fotografie del 1996 che un giorno aiuteranno a ricostruirla. Scatti inediti che ritraggono la struggente bellezza della Via Colonnata, dell’Arco severino, del Teatro e del Tempio di Bel.

L’esposizione costituirà l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta con un intervento finanziato dal Friuli Venezia Giulia, che al termine della mostra restituirà i rilievi pronti per essere allestiti nel luogo di origine. La mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” ha ricevuto il patrocinio della Commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni Culturali e del ministero degli Affari Esteri e cooperazione internazionale.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

La Fabbrica dell’utopia apre a Palazzo Braschi: in mostra oltre 200 opere di Piranesi

in Beni Culturali da
Piranesi

Per dare luce alla vastissima produzione artistica di Giambattista Piranesi, figura centrale del ‘700 europeo, grazie alle sue celebri incisioni che ritraggono vedute mozzafiato delle rovine romane, ha preso avvio la mostra “Piranesi. La Fabbrica dell’utopia“, nella cornice di Palazzo Braschi dal 16 giugno al 15 ottobre. Ed è proprio la location a dare una marcia in più al ricco allestimento delle oltre 200 opere grafiche, disposte nelle 22 sale del primo piano dell’ultima dimora eseguita su committenza papale per volere di Pio VI Braschi (1775-1799).

La locandina della mostra

Il palazzo è un “altro personaggio importante della mostra – spiega Luigi Ficacci, che ne è curatore insieme a Simonetta Tozzi – un gioiello settecentesco classico e rinascimentale allo stesso tempo, oggi divenuto un organismo architettonico che funziona a perfezione raccordando Piazza Navona, Piazza San Pantaleo e la strada di Pasquino”. Ma non solo, perché il visitatore avrà l’opportunità di ammirare la “Veduta di Piazza Navona“, opera tratta dalle “Vedute di Roma” (1745-1778), proprio accanto alla finestra da cui si osserva lo stesso panorama e magari si chiederà da che punto del fabbricato Piranesi abbia ritratto tale bellezza.

“L’esposizione si adatta perfettamente allo spazio nel quale si trova – sottolinea il sovrintendente capitolino ai Beni Culturali, Claudio Parisi Presicce – questa è una mostra pensata per Palazzo Braschi”. Le numerose sezioni in cui è divisa ripercorrono la storia del genio veneziano tra arredi e reperti archeologici: dagli anni della formazione al suo arrivo nella Capitale nel 1740, dalle celebri acqueforti delle “Vedute di Roma” ai “Capricci”, eseguiti ancora sotto l’influsso di Tiepolo, fino alla serie delle “Carceri” e alle raccolte di antichità romane. Un talento poliedrico: oltre che straordinario incisore, Piranesi è archeologo, ingegnere, antiquario, architetto e designer.

A dare unità a una vita artistica così variegata ci hanno pensato i curatori della mostra, integrando le opere del fondo del Museo di Roma e quelle della Fondazione Giorgio Cini, che gli ha dedicato un importante allestimento nel 2010. Da qui provengono vasi, lucerne, candelabri e cippi, tutti oggetti che sono stati riprodotti in 3D da progetti piranesiani del repertorio delle “Diverse Maniere di adornare i Cammini” e da altri trattati in cui l’artista illustra pezzi antichi di arredamento. Ma “abbiamo pensato di rappresentare l’unità inventiva di Piranesi – ha specificato Ficacci – nella sua identità di architetto”.

Da questa intuizione è nata la scelta di affidare al laboratorio di robotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa il compito di realizzare un filmato tridimensionale delle “Carceri d’invenzione”, 16 tavole prodotte dal genio ingegneristico di Piranesi tra il 1745 e il 1750, e recepite come espressione dell’immaginazione più fantasmagorica, quindi difficile da rappresentare. Controprova della loro fabbricabilità è invece una sala dove il visitatore si immerge nella realtà aumentata delle “Carceri”, grazie anche all’ausilio di appositi occhiali. Ma le sorprese continuano.

Ultima tappa del percorso espositivo una carrellata di scatti di Andrea Jemolo, interprete d’eccezione dell’unica testimonianza dell’attività architettonica di Piranesi, S. Maria del Priorato all’Aventino, luogo magico a cui non è possibile accedere in quanto proprietà dei Cavalieri di Malta. “L’ispirazione per questo lavoro è stata l’amore che ho per Piranesi – racconta il fotografo – da anni posseggo quattro sue incisioni e sono le opere ad avermi mosso molto naturalmente verso lo studio dei dettagli architettonici che ho indagato nelle mie foto”.

L’evento, promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è organizzato dall’Associazione MetaMorfosi e Zètema Progetto Cultura.

Ambiente, il Mediterraneo è un mare di spazzatura: 60 mila rifiuti presenti

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
Marine Litter

Una delle più grandi isole di rifiuti fluttuanti del Pianeta potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo. Il Mar Mediterraneo si classifica tristemente nelle sei zone di maggiore accumulo di rifiuti galleggianti della Terra. A dirlo è una ricerca di Legambiente, Clean up the Med, la più grande campagna di volontariato “da spiaggia” mai organizzata, che ha portato alla luce una situazione preoccupante sui litorali mediterranei, Italia inclusa.

Più di cento spiagge monitorate nel 2017, in tutto il bacino del Mediterraneo (di cui 29 in Italia), hanno portato alla luce quasi 60.000 rifiuti, 561 ogni 100 metri: buste di plastica, mozziconi di sigaretta, tappi di bottiglia, stoviglie e cotton fioc quelli più diffusi. Non solo oggetti gettati sull’arenile, i rifiuti arrivano da navi e barche, dagli scarichi di case private e fabbriche, e vengono trasportati dalle correnti marine fino ai punti più nascosti. Qualche settimana fa, il The Guardian ha raccontato come un piccolo atollo disabitato nel mezzo dell’Oceano Pacifico sia uno dei luoghi più inquinati del mondo, coperto da 38 milioni di pezzi di plastica. Il marine litter raggiunge tutti i luoghi del pianeta, creando danni enormi per il suo ecosistema. Quasi l’80% delle tartarughe marine muoiono per l’ingestione di rifiuti, ma gli stessi microorganismi che nutrono i pesci di cui ci alimentiamo si cibano di micro-plastiche, entrando nella nostra catena alimentare. Come scrive Julie Andersen sul Los Angeles Times: “Esiste una grossa bugia sulla plastica – che si possa buttare via. Ma non è vero, non esiste nessun via”. I materiali che finiscono in mare, infatti, non sono quasi mai biodegradabili e rimangono nell’acqua o sulle spiagge per decenni, disgregati dai raggi ultravioletti che finiscono per trasformarli in residui invisibili.

Sulla penisola italiana ogni 100 metri di spiaggia si trovano 15 buste di plastica, una media inferiore a quella europea (25), che denota comunque una tendenza al marine litter (l’inquinamento umano di laghi, mari e oceani). Legambiente e Goletta Verde da anni indagano questo fenomeno sui litorali italiani, anni che sembrano passati senza trovare rimedi e soluzioni. Alcune Regioni hanno reso più severe le pene per chi abbandona rifiuti sulla spiaggia, ma i mari soffocati dai rifiuti non smettono di crescere. Un danno non solo per la salute, ma anche per il turismo e l’economia. Nell’epoca della condivisione e delle recensioni online, TripAdvisor si riempie di immagini di litorali inquinati e colmi di rifiuti. Non certo una buona pubblicità per chi cerca di incrementare il flusso turistico durante i mesi estivi. I danni dell’inquinamento sono quantificabili in 8 miliardi di dollari l’anno: più di 400 milioni proprio per la pulizia delle spiagge, circa 60 per il settore pesca, insieme vittima e colpevole della contaminazione.

Durante la Giornata degli Oceani, lo scorso 8 giugno, Legambiente ha presentato all’Onu una gamma di soluzioni per salvaguardare mari e spiagge dall’invasione della plastica. Sette punti che prevedono una più ampia collaborazione internazionale, ricerca scientifica e un lavoro sulla consapevolezza dei cittadini. Un lavoro discusso anche due giorni dopo il G7 di Bologna. Analizzando le tipologie dei rifiuti (secondo un protocollo sviluppato dal Technical Subgroup on marine litter) emerge come una grossa fetta dei detriti arrivi da packaging e prodotti usa e getta. Proprio per questo l’attenzione maggiore, come ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, si concentra sull’abolizione delle buste di plastica in tutti i Paesi del Mediterraneo entro il 2020. Grazie alla legge del 2006 (che vieta i sacchetti di plastica non compostabili), in Italia si è registrata in dieci anni una riduzione del 50% dei sacchetti di plastica in mare.
Turn the tide”, cambiare la corrente e il ciclo della plastica per salvare il destino degli oceani, e quindi quello umano, rimane una sfida globale. Secondo il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, “lo stato degli oceani è preoccupante come mai nella storia e il rischio concreto è che nel 2050, il numero dei pesci nei nostri mari sia inferiore a quello dei rifiuti di plastica”.

Sebbene la consapevolezza ambientale sia esponenzialmente cresciuta negli ultimi decenni, i governi sono spesso più indietro rispetto alla citizen science. Mentre Trump annunciava l’ uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima, il 9 giugno sulle coste della California sono state rimosse 700,000 libbre di rifiuti. Come riporta il San Francisco Chronicle, proprio l’evento newyorchese delle Nazioni Unite ha coinvolto la California Coastal Commission nel Cleanup Day. Nello stesso giorno, anche in India è stata inaugurato il Beach Marine Environment Protection Council, un’iniziativa alla quale hanno partecipato istituzioni scolastiche, albergatori e associazioni turistiche, per ripulire i tratti di costa nei pressi delle proprie attività. I Paesi in grande crescita come India e Cina hanno sviluppato una particolare sensibilità verso la sorte dei nostri oceani, perché responsabili di una grossa percentuale della produzione globale di plastica (322 milioni di tonnellate nel 2015).

Di fronte a questi dati allarmanti e destinati a crescere, l’iniziativa indiana medita di portare avanti lo sviluppo di nuove strategie di riciclo e limitazioni degli scarichi a mare. Ma anche altri Paesi stanno regolando in maniera decisa l’uso della plastica. In Indonesia l’obiettivo è abbattere del 70% il marine litter entro il 2025, l’Uruguay è pronto a inserire una tassa sulle buste usa e getta, mentre Rwanda, Bangladesh e Kenya hanno già bandito i sacchetti di plastica. Gli Stati Uniti, insieme al Canada, hanno previsto inoltre di bandire i microgranuli di polietilene utilizzati in numerosi prodotti cosmetici, non biodegradabili e considerati alla stregua delle sostanze tossiche. Leggi e regolamentazioni da un parte, iniziative popolari dall’altra, per rimediare alle 150 milioni di tonnellate di rifiuti già presenti nei nostri oceani. Ad aiutare i cercatori di plastica nella corsa al rispetto ambientale, arriva il supporto della tecnologia. The Plastic Tide utilizza i droni per rintracciare i rifiuti lungo le coste della Gran Bretagna. Dalla pagina del sito si accede alle foto aree scattate dai droni e all’interno di ogni immagine si possono taggare e classificare i vari tipi di rifiuti. Un punta e clicca per la salute del Pianeta.

A via il Festival delle Letterature, tra Massenzio e biblioteche in periferia

in Beni Culturali da

Con il tema “Scrittori/lettori – I banditi delle parole”, parte nella Capitale, con un po’ di ritardo rispetto alle estati scorse, la sedicesima edizione della storica manifestazione “Letterature. Festival Internazionale di Roma”, dal 20 giugno al 21 luglio nella spettacolare cornice della Basilica di Massenzio, ma anche, e questa è la novità di quest’anno, con numerosi eventi organizzati presso le biblioteche comunali e la Casa delle Letterature, dove già dall’8 giugno si inaugura la mostra “Fiori scarlatti. Manguste. E Volo Notturno”, dell’illustratrice Elisa Montessori, dedicata alle poesie di Emily Dickinson, Marianne Moore e Ingeborg Bachmann. 

Sempre ad ingresso gratuito, la rassegna si presenta con un nucleo centrale di otto appuntamenti al Foro Romano, più un’altra dozzina che si diffonde nei quartieri periferici, in cui a ogni autore è stata chiesta una riflessione o un racconto che – partendo dalla citazione di un brano di un altro autore la cui lettura lo abbia coinvolto, commosso o entusiasmato – possa trasmettere al pubblico questo stesso sentire. “Da autore ad autore, da lettore a lettore, da scrittore a lettore, da lettore a scrittore, in un meraviglioso gioco di rimandi quale è la letteratura: è questa l’idea portante del Festival – spiega Maria Ida Gaeta, ideatrice e coordinatrice del programma Massenzio e Casa delle Letterature – splendidamente visualizzata dall’opera dell’artista Marco Tirelli che ne ha realizzato la veste grafica 2017”. 

Tra i prestigiosi ospiti, lo scrittore libico Hisham Matar, premio Pulitzer 2017, che condividerà il palco il giorno di apertura (20 giugno) con l’indiano Amitav Ghosh, considerato uno dei più importanti scrittori viventi, e Giuseppe Montesano, tutti presentati da Anna Foglietta. Un quartetto di donne composto da Donatella Di Pietrantonio, Leila Slimani, premio Goncourt 2016, la popolarissima Silvia Avallone e la filosofa Chiara Lalli, animerà la serata del 22 giugno, mattatore d’eccezione Carlo Verdone. I giallisti della casa editrice Emons Harald Gilbers, Brigitte Glaser, Andreas Pfluger, saranno affiancati il 26 giugno dai nostri Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Antonio Manzini. 

Il 5 luglio sarà la volta del grande Colm Toibin con i cinque candidati al Premio Strega Europeo Mathias Enard, Jenny Erpenbeck, Jonas Hassen Khemiri, Laszlo Krasznahorkai, Ali Smith. Ma non è finita, perché l’11 luglio arriveranno Lisa Hilton, Maurizio De Giovanni, Katie Kitamura. A seguirli, il 13 luglio, l’autore di cinema Hanif Kureishi con Melania Mazzucco. Mentre il 18 luglio Nicola Gardini, Premio Viareggio Repaci 2012, insegnante di letteratura italiana all’università di Oxford, il latinista Francesco Ursini e la poetessa Mariangela Gualtieri verranno presentati dal regista attore Sergio Rubini. Per la serata conclusiva, il 21 luglio, leggeranno degli inediti Francesca Cavallo ed Elena Favilli, autrici del bestseller “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie”, che vanta il record di essere stato il libro più finanziato nella storia del crowdfunding.

La rassegna, che apriva per tradizione l’Estate Romana, ha subito dei ritardi a causa del passaggio di Casa delle Letterature all’interno dell’Istituzione Biblioteche. I cambiamenti nella pubblica amministrazione – risponde il vicesindaco Luca Bergamo – sono faticosi e lenti, ahimè, e quindi siamo partiti in ritardo perché riformare il preesistente ha queste caratteristiche. Ma le preoccupazioni e le paure che si erano palesate all’inizio, oggi si rivelano infondate. Mi spiego. Mettendo in rete e a sistema alcune attività e attori che operavano in ambiti simili ma che erano separati all’interno del Comune di Roma, si sono prodotti fenomeni innovativi e, poco alla volta, si mettono a disposizione competenze, visibilità e relazioni sviluppati nel tempo. Così il Festival delle Letterature, per la prima volta espressione di questo dialogo, vuole rappresentare il sistema nervoso della produzione culturale della città”. Una politica culturale che conferma un’apertura verso le periferie: “Roma – aggiunge – ha risorse straordinarie per la realizzazione progressiva e difficile del diritto di partecipare alla vita culturale per ogni cittadino. Mi riferisco all’articolo 27 della Dichiarazione dei diritti umani, laddove questo diritto è strutturalmente e storicamente negato. Ma non è solo un problema delle periferie”.

Serate con nomi prestigiosi sul palco scenografico della Basilica di Massenzio, come di consueto, ma anche eventi nei quartieri degradati: l’intento del Festival delle Letterature è quello di raggiungere un pubblico nuovo: “Con queste azioni iniziamo a costruire delle risposte – argomenta Bergamo – per le persone che non ci sarebbero andate, alla manifestazione. É solo un primo passo. Ma molto importante”. “E anche per gli scrittori – suggerisce – rappresenta un’opportunità, quella cioè di raggiungere luoghi dove una parte di popolazione comincia ad avere un rapporto con la letteratura”. 

Il Tar ha accolto il ricorso presentato lo scorso 21 aprile dalla sindaca Raggi e da lei riguardo alla creazione del Parco Archeologico del Colosseo, annullando di fatto il decreto del Mibact del 12 gennaio 2017, con cui era stata indetta la selezione pubblica internazionale per il conferimento dell’incarico di direttore del Parco. A tal proposito Bergamo commenta:“Sì, ci sono buone notizie. E ci sono connessioni tra la manifestazione che presentiamo oggi, Massenzio, e quest’altro argomento”. “La ragione per cui ci siamo opposti alla costituzione del Parco Archeologico del Colosseo nel modo in cui è stata formulata dal ministro Franceschini è che quella idea si proponeva di essere solo un attrattore turistico separato da tutto il resto della città, che non porta benefici su Roma, tranne che attraverso la raccolta di soldi che peraltro nemmeno venivano trasferiti”. 

L’amministrazione Raggi ha vari progetti in cantiere ci spiega Bergamo: “Immaginiamo che quell’area diventi come Central Park a New York: un’area che si estende dal rione Monti al Circo Massimo, dal Campidoglio fino al Colosseo, per mantenerci stretti, e all’interno ci siano alcuni siti a pagamento come il Colosseo, il Palatino e la Domus Aurea, e anche luoghi di lettura, attività di formazione e di ricerca. E che tutto questo avvenga in un centro storico sempre più mangiato dal turismo. Se non ci proiettiamo nel nostro tempo buttiamo a mare la nostra specificità”.

Una visione divergente rispetto a quella del ministro Franceschini, che punterebbe solo alla cultura che fa Pil:“Tempo fa si parlava del fatto che la cultura non si mangia, poi è stata la volta della teoria che la cultura fa Pil. La vita culturale, come la intendo io, è uno strumento fondamentale per lo sviluppo sociale, e di conseguenza anche economico, ma soprattutto è occasione di inclusione sociale”. “In questa ottica la leva culturale deve essere interpretata – conclude Bergamo – cioè in chiave di riabilitazione sociale, così come fa la manifestazione di Massenzio”.

Roma, Musei Civici: boom di visitatori con il 20,14% in più nei primi quattro mesi del 2017

in Beni Culturali da

Crescono i visitatori dei Musei Civici della Capitale con un’impennata del +20,14% nei primi quattro mesi del 2017, che conferma e quadruplica il trend positivo dello scorso anno, del +5,6%. Da gennaio ad aprile si è registrato un incremento sui visitatori totali che tocca il picco del +22,72% solo per i musei a pagamento e con una particolare preferenza del pubblico verso le piccole realtà espositive. Con questi dati di accessi, gestiti direttamente dal Campidoglio tramite Zètema, si è avviata una stagione brillante grazie alla programmazione di mostre di grande attrattiva come ‘Artemisia Gentileschi e il suo tempo’, che ha staccato ben 127.163 biglietti dal 30 novembre 2016 al 7 maggio 2017 al Museo di Roma Palazzo Braschi. Significativa performance anche per ‘Vivian Maier, ‘una fotografa ritrovata’, in corso al Museo di Roma in Trastevere, con oltre 38.000 visitatori al suo attivo. Ma il successo lo si deve ad una vasta offerta di eventi di animazione dei musei a pagamento e gratuiti, all’importante riscontro di pubblico delle domeniche gratuite per i residenti a Roma e nella città metropolitana, all’ampliamento e al restyling di alcuni spazi museali, come il Museo di Roma Palazzo Braschi completamente ripensato o la Centrale Montemartini che ospita nuovi capolavori e persino un treno, quello di Pio IX.

A rendere noti questi risultati sono stati il vicesindaco Luca Bergamo, l’ad di Zètema Albino Ruberti, che dopo 19 anni lascerà l’incarico, e il Sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce. “I dati che presentiamo – ha spiegato il braccio destro di Virginia Raggi – costituiscono un elemento di soddisfazione non solo per l’aspetto quantitativo ma anche qualitativo, per il fatto cioè che siamo riusciti a dare costante impulso ai Musei Civici di Roma senza stravolgerne la natura e dando la possibilità alla popolazione di accedere alla fruizione in modi nuovi, sviluppando così il capitale sociale della nostra città”. Ma la democratizzazione della cultura, resa accessibile alla maggior parte dei cittadini, se non a tutti, provoca qualche dubbio. É Bergamo stesso a sollevarlo: potrebbe prevalere il pregiudizio che una cosa che non si paga non valga? “Ci vorrà ancora un po’ di tempo per modificare questa falsa percezione, ma stiamo facendo un calcolo – ha annunciato – per introdurre la gratuità dei Musei Civici per i cittadini romani”.

“Oltre all’aumento dell’affluenza – ha sottolineato Presicce – c’è stato un aumento significativo anche per quanto riguarda gli incassi: nell’anno precedente, 2015-2016, era stato dello 0,9% in più, un dato rilevante se teniamo conto delle difficoltà che l’economia italiana ha attraversato. Ma il dato che fa particolarmente piacere – del +20,14% dei visitatori del primo quadrimestre 2017 – confermato anche dal mese di maggio, si deve a tanti fattori: da un lato ci sono i nuovi visitatori e dall’altro i turisti che vengono da tutti il mondo. Si tratta di un dato ancorato alle nuove proposte e all’ampliamento del pubblico”. “Infatti – ha proseguito il Sovrintendente capitolino ai Beni Culturali – stiamo realizzando un nuovo spazio alla Centrale Montemartini perché abbiamo verificato che le mostre sono particolarmente fertili e consentono una rinnovata fruizione delle opere disperse negli anni e recuperate dai depositi risistemandole nei percorsi di recente creazione”. Nel Museo sull’Ostiense i biglietti staccati nel 2015 sono stati 44.069, mentre nel 2016 sono diventati 59.173.

E per i mesi a venire sono tante le novità nei poli espositivi comunali: tra esse il bando per la valorizzazione dell’area archeologica di Circo Massimo con la realtà aumentata, da inizio 2018; l’esposizione ‘Piranesi e la ‘fabbrica dell’utopia’ a Palazzo Braschi dal 16 giugno; mentre al Museo dell’Ara Pacis, dal 12 ottobre, sarà la volta del grande evento ‘Hokusai, ‘Sulle orme del Maestro’, dedicato all’artista giapponese Katsushika Hokusai. In programma anche una mostra ai Mercati di Traiano, da ottobre, per celebrare i 1.900 anni della morte dell’omonimo imperatore. Ma non è finita. Dal 10 novembre, dopo il successo della mostra ‘Roma Pop City 60-67’, tornano al Macro i favolosi Sixties con la rassegna ‘Roma 68’, a seguire ai Musei Capitolini dal 7 dicembre prenderanno avvio gli anniversari winckelmanniani con ‘Il tesoro di antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento’.

Per i prossimi appuntamenti il comune denominatore è rendere i musei degli spazi sempre più aperti e inclusivi: con questo obiettivo l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, vuole procedere sulla buona strada tracciata con ottimi risultati negli ultimi mesi, realizzando eventi in fasce orarie differenti per raggiungere diverse tipologie di pubblico, coinvolgendo le istituzioni cittadine, i giovani artisti, e puntando sempre di più sull’innovazione tecnologica.

“Stiamo riuscendo a raggiungere i non visitatori dei musei – ha rilevato Ruberti – infatti il 50% degli italiani, secondo le rilevazioni, non è mai stato in un museo. Tentiamo con l’azzardo della pausa pranzo o della realtà aumentata ai Fori o con l’uso dei social network, proprio perché in questi anni abbiamo puntato a sperimentare e innovare. La soddisfazione più bella per noi che organizziamo è vedere che le persone capiscono e apprezzano. E la nostra ambizione è quella di non fermarci a questi risultati: nel 2017 puntiamo all’obiettivo dei 2 milioni di visitatori”. “Ritornare a un contratto di servizio triennale – ha aggiunto l’ad di Zètema lungamente applaudito – non è importante solo per l’azienda ma anche per l’amministrazione e per la città, ridà un senso di programmazione e la possibilità di lavorare sulle riaperture degli spazi espositivi come i Musei Capitolini o il Circo Massimo. Arricchisce l’offerta, consente di diversificarla, e in questo modo Roma investe sul proprio patrimonio culturale nella consapevolezza che è un dovere e ci sono tutte le condizioni per farlo”. “Questo va continuato – ha auspicato – per farne un punto di partenza per tutto quello che c’è ancora da fare di qui a tre anni”.

Clima, Le scelte di Trump stimolano il paradosso: Cina leader contro le emissioni

in Ambiente/Internazionale da

Lo ha annunciato dal prato della Casa Bianca solo pochi giorni prima della giornata mondiale dell’ambiente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso che il suo Paese si ritirerà dagli accordi di Parigi sul clima. I termini andranno, quindi, rinegoziati almeno per quanto riguarda le parti non vincolanti stabilite alla Cop21. Era una delle promesse fatte in campagna elettorale dal tycoon, quella di intervenire sulle “disastrose” (così le ha definite) scelte fatte dal suo predecessore Obama in materia di riduzioni delle emissioni inquinanti. Lo slogan “America First” è stato onorato.

L’accordo di Parigi, secondo Trump, lederebbe gli interessi delle industrie pesanti americane e in generale di tutto il comparto energetico: gas, carbone e petrolio. Gli annunci rivolti ai minatori del West Virginia e del Wyoming sono stati così rispettati, se non per la difesa dei loro posti di lavoro, quanto meno con una decisione dalla forte incidenza simbolica. Negli ultimi anni in particolare gli Usa hanno puntato molto sul fracking (particolare tecnica estrattiva del petrolio o dei gas presenti nelle formazioni rocciose) per soddisfare il fabbisogno interno di energia, senza dover ricorrere al petrolio dei paesi arabi (sauditi in primis).

La decisione di Trump dovrebbe portare a un maggiore isolamento degli Stati Uniti rispetto al tema del cambiamento climatico, spingendo Europa e Cina in un’insolita intesa, almeno per quel che riguarda la corsa alla riduzione delle emissioni sancita nella Cop21. Un’armonia confermata dalla dichiarazione congiunta dei vertici istituzionali di Italia, Francia e Germania, in cui si esprime rammarico per l’uscita degli Usa, ma viene ribadita allo stesso momento la non negoziabilità dell’accordo di Parigi. Uno scenario economico nuovo e incerto sembra così delinearsi per il settore della green economy mondiale, soprattutto se le conseguenze dovessero essere quelle paventate, non solo da ambientalisti ma da studi scientifici internazionali, ovvero di un aumento significativo delle emissioni di gas serra prodotte dagli Stati Uniti.

“L’uscita degli Stati Uniti complica e rallenta il processo, ma non può bloccare il cambiamento epocale che è in atto: la lotta ai cambiamenti climatici sta diventando sempre più una preoccupazione trasversale – spiega a Ofcs Report la presidente di Legambiente, Rossella MuroniSe Trump ha un merito è quello di aver consolidato il fronte a favore del clima, che in passato era stato timido se non evanescente, a Parigi sino all’ultimo c’era incertezza sull’esito degli accordi. La stessa dichiarazione congiunta Italia, Francia e Germania nasce proprio come una reazione all’uscita di Trump e va nella direzione di maggiore unità e di una leadership forte, non solo a livello europeo, sul tema dei mutamenti climatici e delle energie rinnovabili”.

L’accordo di Parigi è stato firmato nel dicembre 2015, al termine della Conferenza sui cambiamenti climatici, detta anche Cop21. L’intesa sul clima prevede un impegno, “non vincolante”, per mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale. Un punto di partenza importante, per chi lo aveva siglato, nel responsabilizzare i paesi aderenti in una logica di coordinamento e di rilancio delle energie rinnovabili. In ogni caso, dopo i 4 anni dalla firma è prevista sia la possibilità di recedere dagli accordi presi precedentemente, che quella di rientrarvi eventualmente in futuro.

Un impegno che sarà rispettato dalla Cina, primo paese al mondo per emissioni di Co2, che ha investito solo nel 2015 il doppio degli Usa nelle tecnologie pulite (110 miliardi di dollari contro i 56 degli Stati Uniti), puntando a diventare paese guida a livello mondiale nella corsa alla decarbonizzazione (il doppio dei paesi G7). Il gigante asiatico è quello che ha speso più di tutti in assoluto nelle energie rinnovabili: 288 miliardi di dollari impiegati in energia pulita solo lo scorso anno (fonte Bloomberg). Ai numeri si è aggiunto un ulteriore smacco per l’amministrazione a stelle e strisce. Il suo ambasciatore a Pechino, David H. Rank, si è dimesso negli scorsi giorni dall’incarico in segno di protesta contro la decisione di Trump nel dire addio all’accordo sul clima.

Secondo recenti studi, qualora gli Stati Uniti non dovessero rispettare gli accordi di Parigi, si stima che le emissioni si ridurrebbero solo del 15-19% rispetto ai livelli del 2005, anziché tra il 25 e il 28%, come stabilito dagli impegni presi dall’allora presidente Barack Obama. Il paradosso è che il paese che più inquina al mondo, la Cina, si appresta così a diventare leader mondiale nello sviluppo delle energie rinnovabili.

@GargaDani

 

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