La Percezione Della Sicurezza

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Beni Culturali

Beni Culturali: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui Beni Culturali, Infrastrutture e Ambiente.

Wannacry, Cyber Intuition: “Dobbiamo aspettarci ancora attacchi simili”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Internazionale da
Cyber

Un’offensiva “ransomware” a livello globale. Niente bombe e niente sangue, ma milioni di dollari di danni, milioni di giga di dati rubati e una sensazione diffusa di impotenza. Era già noto, ma il nemico che in questi giorni ha bucherellato i server di metà Occidente, facendo a quanto pare uno sconto per gli Usa, si chiama ransomware. E ha colpito duramente.

Fra i paesi “bucati” anche l’Italia, che però ha al suo interno gli anticorpi

Sono in agenzie che lavorano per la sicurezza online. RaPToR, acronimo di “Ransomware Prevention Toolkit & Rescu”, è il nome della cura al male e viene prodotto in Italia dalla Cyber Intuition. A capo del cda della software house c’è Stefania Ranzato, che con Ofcs ha parlato di cyber-security e di un, nuovo, ma devastante evento. Per il vertice dell’azienda con sede a Roma “l’attacco è stato violentissimo”. E non sarà il solo.

Il software “Wannacry”

“Dobbiamo aspettarci altri attacchi simili”. Non ha dubbi l’amministratore delegato di Cyber Intuition nell’analizzare un problema che diventerà, pare, molto più conosciuto di quanto lo sia attualmente.

Wannacry” è il nome del software utilizzato per colpire i server e le banche dati di gran parte del mondo occidentale. “Ci troviamo davanti al primo attacco ransomware globale” spiega l’amministratore delegato dell’azienda che si prodiga per creare le contromisure ad attacchi come questi. Il virus che ha infettato i computer è un ransomware. “La particolarità di questo tipo di offensive online – spiega il capo di Cyber Intuition – è che viene chiesto un riscatto per ottenere i dati sensibili”.

Stefania Ranzato, ad di Cyber Intuition

 

 

Il ransomware infatti può entrare nei nostri computer molto facilmente, basta aprire la posta sbagliata, che può arrivare da chiunque. Nessuno è al sicuro e le infrastrutture critiche come trasporti, energia e istruzione sono le più vulnerabili.

“Ad oggi i più colpiti sono in ambito sanitario e anche sul lato istruzione, ma in generale abbiamo registrato che – aggiunge la Ranzato – i ransomware hanno attaccato i siti governativi che anche industrie e le piccole-medie imprese”.

Ad aver subito la maggior parte dei danni dopo questo attacco è stata la terra di Sua Maestà. Come spiega l’esperta “è stato colpito molto il comparto sanitario Uk ed è stata fatta un’azione dichiaratamente mirata”. In realtà si tratta di un fenomeno già molto diffuso, come spiega l’amministratore della software house.

“Sono attacchi che stanno aumentando del 300% – secondo le stime dei laboratori dell’azienda – e il fenomeno si sta diffondendo in maniera abbastanza capillare”. Ma allora possibile che non sia stato possibile monitorarne, e quindi prevenirne, l’eventualità? “Nell’ambito del cybercrime, perché questo è crackeraggio – spiega la Ranzato – attacchi di questa portata non sono predicibili”.

Una nuova frontiera della criminalità

Siamo di fronte a una nuova, per quanto episodi isolati siano verificabili già da anni, frontiera della criminalità. “Sono organizzazioni che attaccano in maniera mirata e pianificano l’attacco stesso – sottolinea l’esperta – verificano la vulnerabilità dei sistemi e attaccano bloccando la completa operatività di un’azienda”.

Una minaccia dalla quale non sono immuni neanche i privati cittadini, i quali “sono anche potenzialmente a rischio perché un attacco ransomware avviene tramite mail-phishing”. Per il vertice dell’azienda romana “incorrere in questo rischio è molto semplice. Possono essere mail che arrivano da indirizzi conosciuti”. Da lì viene chiesto un riscatto, in una valuta digitale dall’entità modesta, per poter riavere indietro i propri dati.

 

Resta da chiedersi: come fare a difendersi? “Le somme in Bitcoin sono basse e spesso il cittadino cede al riscatto” racconta la Ranzato. “Il nostro consiglio – chiude l’ad della Cyber Intuition – è quello di non pagare il riscatto e contrastare la minaccia dotandosi di un sistema che previene e protegge”.

“Please”, quando il turismo non ha età

in Beni Culturali/Internazionale da

Turismo senior, concrete opportunità di sviluppo per la destagionalizzazione delle maggiori località turistiche e per valorizzare le zone rurali, le rural regions. Il progetto Please, ideato e coordinato da una rete internazionale, con un importante test pilota finanziato dall’Unione Europea, consente di intraprendere un innovativo percorso verso l’incremento sostenibile di flussi turistici tematici e in linea con le guide internazionali del turismo sociale. È quanto emerso durante l’evento conclusivo del progetto che si è svolto a Malta, presso il Local Council di Birkirkara, alla presenza del ministro del Turismo del governo maltese Edward Zammit Lewis, con la partecipazione del presidente Mactt, l’organizzazione non governativa maltese partner Sergio Passariello, insieme alla coordinatrice del progetto Giuseppina Adamo e il segretario generale Miact, Stefano Colombetti. Dal Ministro piena condivisione degli obiettivi e la necessità di rafforzare la rete dei Paesi del Mediterraneo per garantire ulteriori e più significativi flussi turistici mediante un brand mediterraneo. Importanti raccomandazioni sono emerse dalla relazione conclusiva del progetto Please.
“È necessario costituire una rete pubblico-privati per utilizzare il know-how acquisito e realizzare diversificati pacchetti e servizi per il turismo senior – dichiara la coordinatrice Giuseppina Adamo – Va estesa la cooperazione internazionale con iniziative che consentono percorsi concreti, realizzando un’offerta turistica integrata”. Concorde il presidente Mactt, Sergio Passariello. “Si deve tener conto delle esigenze di questo particolare target di viaggiatori – dichiara – Vanno inoltre rese più semplici ed immediate le concessioni di visti oltre a garantire una concreta accessibilità nei trasporti come per le destinazioni e le strutture ricettive”.

Si tratta di uno specifico progetto europeo, denominato “Please”, volto a incrementare il turismo degli anziani all’interno della Comunità Europea, con occhio particolare alla bassa stagione. Le soluzioni proposte si basano sull’uso di nuovi strumenti tecnologici, web e social. Il progetto è stato presentato a Palermo ai primi di aprile da Anas Italia (Associazione nazionale di azione sociale), insieme a tutti i partner coinvolti. L’iniziativa coinvolge nove partner di cinque Paesi Comunitari: Italia (Anas Italia, Isest-Ente Morale, Abruzzo.com e Comune di Scontrone), Spagna (Universitat de Valencia e Dependentias), Grecia (Regional Government of Thessaly), Malta (Mediterranean Accademy Of Culture Turisme and Trade) e Bulgaria (Pkgp). All’interno del progetto “Please” verrà sviluppato un nuovo modello di prodotto rivolto a persone tra i 55 e i 70 anni, già in pensione e disponibili a viaggiare in bassa stagione. Abruzzo.com, utilizzando una piattaforma dedicata (www.abruzzolink.com), permetterà ai turisti senior spagnoli, greci, maltesi e bulgari di prenotare i servizi “creando” la propria vacanza personalizzata in Abruzzo.

Venti destini straordinari del XX secolo: un libro narra gli uomini che hanno fatto la storia

in Beni Culturali da

“Venti destini straordinari del XX secolo, 20 personaggi che hanno marcato il loro tempo o hanno influenzato il corso della Storia o hanno lasciato tracce indelebili nel cuore degli uomini”. Ad introdurre il suo libro, intitolato “Venti destini straordinari del XX secolo” , è Domenico Vecchioni, diplomatico di carriera capace di ricoprire numerosi incarichi alla Farnesina e all’estero, già Ambasciatore d’Italia a Cuba.

Venti destini “straordinari” del XX secolo è a sua volta una “straordinaria” rassegna di biografie di uomini e donne che in questo periodo storico hanno vissuto. Chi attraverso la politica, chi attraverso l’esperienza militare o letteraria, ha illuminato il secolo precedente. Mi indicherebbe, tra questi personaggi, un uomo e una donna capaci di rappresentare il periodo in questione?
“Difficile rispondere a questa domanda, anche in considerazione dei diversi contesti storici, politici, sociali e geografici in cui ciascuno ha operato. E poi siamo di fronte a personaggi di una tale levatura intellettuale, che è realmente impossibile pensare a una sorta di “classifica” immaginaria. E’ più rappresentativo Churchill o Mandela, Evita Perón o Golda Meir? Non saprei dare la risposta…”.

Evita Perón e Golda Meir? Quali sono stati i punti di forza di queste due donne capaci di guidare, con il cuore, il loro paese?
“Golda Meir ha rappresentato la passione, la determinatezza, l’impegno, la dedizione messi al servizio di un’idea, di un ideale, di una fede: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”. L’anno prossimo, cioè, in un nuovo Stato diventato sicuro rifugio per gli ebrei perseguitati nel mondo. Evita Perón è stata colei che è riuscita a infondere agli argentini la Speranza di una vita migliore, a restituire Dignità ai lavoratori, a cancellare l’inferiorità giuridica, politica e sociale della donna. Ha saputo insomma conquistare i suoi descamisados con la sincerità del suo impegno, l’autenticità del suo amore per i diseredati di tutte le specie, per i quali ha bruciato la fiamma della sua breve esistenza. Creando inconsapevolmente il proprio mito”.

I personaggi narrati sono quasi tutti cresciuti durante la guerra, il secolo scorso né ha viste due che hanno pesato, conseguentemente, nelle giovani generazioni una volta diventate adulte. Crede che questo abbia in qualche modo contribuito a creare una generazione dedita ai grandi ideali, alla pace, alla bellezza della vita, producendo così capolavori letterari e politiche improntate verso il bene comune, come anche capolavori d’ arte ed infine eroi?
“Ogni epoca ha i suoi miti e i suoi eroi, che poi sono il riflesso di determinate condizioni storiche, politiche e geografiche. E’ vero. Ma è anche vero che uomini come Winston Churchill o Nelson Mandela ovvero donne come Evita Perón o Golda Meir non nascono tutti i giorni e che a volte bisogna aspettare generazioni, al di là dello specifico quadro di riferimento storico-politico ,perché possano di nuovo manifestarsi…”

Winston Churchill, Nelson Mandela, Emilio Salgari, sono solo alcuni dei 20 personaggi. La narrazione biografica nel libro risulta coinvolgente nelle emozioni e dettagliata nelle descrizioni. Mi indicherebbe un aggettivo che secondo Lei descriverebbe questi uomini?
“Winston Churchill? Epico, nella sua difesa a oltranza della Gran Bretagna, della libertà e della democrazia.
Nelson Mandela? Visionario, nel porsi prima di tutti il problema di capire le ragioni dell’avversario per evitare che in Sud Africa a una dominazione (bianca) ne subentrasse un’altra (nera). Emilio Salgari? Ammaliante, nel suo navigare per i mari della fantasia, accompagnando il lettore verso lidi incantati ed esotici, mai peraltro da lui visitati”.

Francesco De Martini, l’eroe dimenticato, è una piacevole scoperta, uomo esemplare e dalle mille risorse. Ci saranno nuovi giovani eroi pronti al sacrificio per la patria, ove necessario?
“E’ vero che da circostanze straordinarie emergono personaggi straordinari. Succede, cioè, che la tempra autentica di una persona viene fuori in situazioni eccezionali, quando spesso si verificano stupefacenti sorprese positive ( o anche negative…). Naturalmente, come dicevo prima, le ideologie e gli ideali cambiano a seconda del periodo storico-politico in cui si vive. Ma non si può certo escludere che, pur in un’epoca caratterizzata da materialismo, consumismo, edonismo, egoismo e mancanza di ideali, nuovi e giovani eroi possano manifestarsi in occasioni impreviste. Del resto ne abbiamo già avuto qualche esempio nelle nostre forze armate impegnate sui teatri operativi esteri”.

Un’ ultima domanda, a seguito della sua esperienza personale e pregressa in qualità di Ambasciatore d Italia a Cuba, nel romanzo ritroviamo anche la straordinaria biografia di Ernest Hemingway, ove viene ricordato il periodo da lui trascorso, in quella bellissima terra. Quale futuro per Cuba, eccellenza?
“Rispondo sinteticamente, altrimenti l’argomento mi prenderebbe pagine e pagine. Nella mia opinione il futuro di Cuba non potrà cominciare finché al potere ci sarà la famiglia Castro, rimasta abbarbicata a un sistema politico e ed economico ampiamente condannato dalla Storia. Dopo sessant’anni di Rivoluzione, in effetti, a Cuba non sono arrivati né il benessere, né lo sviluppo economico, né la libertà, né la democrazia. E tutto ciò malgrado le limitate riforme introdotte da Raúl Castro, il quale peraltro ha dichiarato che abbandonerà la Presidenza nel marzo del 2018 (anche per motivi di età, perché a quella data avrà 87 anni suonati!). Staremo a vedere. Se così sarà, se una nuova classe dirigente non necessariamente legata a rigidi schemi marxisti-leninisti si affaccerà sulla scena, allora forse inizierà la corsa di Cuba verso il proprio futuro, rimasto ai nastri di partenza dal 1959. Ma se dovesse farsi strada l’idea della “continuità”, affidando cioè il governo del paese a uno dei figli di Raúl (Alejandro o Mariela), allora i cubani dovranno ancora attendere a lungo il loro appuntamento con la Storia. Ma fino a quando? “.

La tecnologia abbraccia i beni culturali: arriva il Cultural Heritage Information System

in Beni Culturali da
patrimonio culturale

Quando il passato incontra il futuro, i beni culturali si trasformano anche in videogiochi capaci di attrarre i più piccoli. Dalle applicazioni dedicate fino ai virtual tour: le opere diventano tridimensionali e offrono la visione di scenari intelligenti. E così le istituzioni europee, nazionali e regionali investono cifre a sei zeri. Il Cultural Heritage Information System irrompe dunque nella tradizionale modalità di fruizione culturale di musei, pinacoteche e offre innovazioni anche per la visione di paesaggi e territori. E in Italia, a Firenze, potrebbe nascere il primo hub europeo, cogliendo le opportunità di un programma Ue, ovvero utilizzando i fondi Horizone2020. L’ interazione della tecnologia con l’arte si sta dunque evolvendo rapidamente nel nostro Paese.

Ofcs.report alcuni mesi fa si era occupato di un programma globale di salvaguardia e tutela di alcuni siti di rilevanza mondiale (mediante una rete di videosorveglianza e rilevazione satellitare). Ma novità e curiosità interne al settore non smettono di stupire.

Il videogioco: Father and Son

Dal 19 aprile è scaricabile da Apple Store e Google Play il primo videogioco al mondo prodotto da un museo archeologico, il Mann di Napoli. Dieci minuti di full immersion tra i  più belli siti culturali e naturalistici di Napoli con le scenografie disegnate da Sean Wenham  e accompagnate da dieci personaggi che si muovono al ritmo di altrettante musiche originali in un videogame totalmente gratuito e senza pubblicità che intende rivoluzionare il rapporto museo- gioco. Il videogame Father and Son ( Padre e figlio) è in italiano e inglese: in 2D. I contenuti sono stati sviluppati dall’associazione TuoMuseo e concordati con il direttore del Mann Paolo Giulierini e con il professor Ludovico Solima dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

 

L’applicazione: #myFERDINANDEUM

Da Napoli al Tirolo il passo è breve se si rincorrono nuovi modelli virtual per la visita a musei e pinacoteche. Con l’app #myFERDINANDEUM ci prova anche il Museo Regionale Ferdinandeum, che propone un vero e proprio viaggio virtuale della storia tirolese, dalla preistoria, si passa all’epoca romana e si arriva fino ai nostri giorni. L’applicazione consente ai fruitori di creare dei veri e propri spazi virtuali, visualizzando le sale della mostra in 3D. E’ possibile inoltre costruire giochi per i più piccoli o radunare visitatori in punto preciso della collezione in mostra. Così è possibile condividere opinioni e commenti. C’è anche un’audioguida in italiano e inglese: si scarica direttamente in loco sui propri tablet o ipad.

 

La Piattaforma Serri WebGIS

Non solo musei o raccolte artistiche, l’interazione tecnologica e l’arte si coniugano con la georeferenziazione e i nuovi strumenti Gis per la produzione, catalogazione e divulgazione di dati archeologici. Partendo dalle ricerche condotte dallo storico archeologo Antonio Taramelli, la Piattaforma Serri WebGIS mette in mostra il sito archeologico del Santuario di Santa Vittoria di Serri permettendo anche l’esportazione verso i cataloghi nazionali e europei e tenendo presente gli standard definiti a livello nazionale dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD.

I fondi europei

Tecnologie applicate all’arte e fondi europei già investiti nel settore che potrebbero vedere come riferimento la città di Firenze. A marzo presso la Sala Capitolare della Caserma Redi (ex Convento del Maglio) si è tenuto il workshop internazionale ‘Towards a European Research Infrastructure for Heritage Science’, evento di avvio della fase preparatoria ‘E-RIHS PP – European Research Infrastructure for Heritage Science Preparatory Phase’. Si tratta di un’infrastruttura di ricerca europea per la scienza del patrimonio, unico dei sei nuovi progetti entrati nella Roadmap ESFRI (European Strategy Forum on Research Infrastructure) nel 2016, a guida italiana. Per questo avvio la Commissione Europea ha approvato un finanziamento di 4 milioni di euro sul programma di ricerca e sviluppo Horizon 2020. Il progetto è finanziato dall’Ue e sostenuto da Miur, Mibact, Mise. Patrocinato da Comune di Firenze e Regione Toscana, vede anche il supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che si è impegnata a mettere a disposizione l’immobile (cioè la Caserma Redi) nel caso il capoluogo toscano diventi la sede permanente. Fanno parte di E-RIHS l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), il Consorzio universitario per lo sviluppo dei sistemi a grande interfase (Csgi) e il Consorzio interuniversitario nazionale per la scienza e tecnologia dei materiali (INSTM). Tra i protagonisti della nascente infrastruttura europea c’è anche l’Opificio delle Pietre Dure (Opd) a Firenze. Comprese nell’infrastruttura anche prestigiose istituzioni di ricerca tra cui il Museo del Prado di Madrid, la National Gallery of London, il CNRS-Centre national de la recherche scientifique (FR), il CSIC-Consejo Superior de Investigaciones Científicas (ES), il FORTH-Foundation for Research and Technology (GR), l’Istituto Archeologico Tedesco (DAI) e il Sincrotron SOLEIL (FR).

E-RIHS

E-RIHS unisce – secondo un approccio integrato alla scienza del patrimonio (Heritage Science) – competenze quali metodologie fisiche applicate ai beni culturali, nuovi materiali per la conservazione e il restauro, archeologia digitale,  studiosi e professionisti come archeologi, storici dell’arte, paleo-antropologi , paleontologi, restauratori e scienziati della conservazione. L’infrastruttura intende cioè aggregare scienze dure e umanistiche in un’ottica transdisciplinare, per affrontare i temi al patrimonio culturale, naturale e archeologico. E-RIHS sarà organizzata in quattro piattaforme. La prima è Molab, per gli strumenti mobili per analisi non-invasive sul patrimonio da realizzare in-situ. A seguire Fixlab, costituito da grandi infrastrutture quali sincrotroni, sorgenti di neutroni, acceleratori per datazioni e caratterizzazione dei materiali d’interesse. E ancora Archlab, che comprende archivi fisici in gran parte inediti, contenuti in musei, gallerie e istituti di ricerca europei. Dulcis in fundo Digilab, per l’accesso diretto a banche dati e biblioteche digitali.

Regioni all’avanguardia

Davanti al nuovo fenomeno artistico-tecnologico anche le Regioni hanno mosso i primi passi, finanziando insieme al Miur veri e propri distretti tecnologici per i beni culturali. La Regione Lazio si è impegnata a spendere circa 40 milioni di euro per finanziare il suo Distretto Tecnologico per i Beni e le Attività Culturali. Del resto i dati dell’industria culturale che sorge intorno alla Capitale sono di assoluto interesse: oltre 100 musei e monumenti statali, 65 musei civici, 9 università e altri enti di ricerca, attorno cui ruotano circa 1400 ricercatori pubblici, mentre più generale l’indotto legato al turismo culturale è di circa 30.000 addetti. L’obiettivo è creare laboratori hitech e centri di alta formazione per aumentare le opportunità delle imprese del settore. Anche Calabria, Sicilia e Campania sembra intendono seguire l’esempio. Quest’ultima con il Distretto DataBenc ha avviato sperimentazioni e progetti sul recupero e valorizzazione e fruizione dei centri storici mediante le linee guida Smart cities e Smart environment. Non solo ambienti universitari e imprese settoriali, la tecnologia applicata all’arte diventa materia di studio nelle scuole superiori. A Catania, nell’ambito del progetto “Le vie dei Pellegrinaggi: nuove implementazioni eCLIL”, promosso nei nuovi corsi del liceo linguistico Galileo Galilei in collaborazione anche con il network ETEE e con docenti universitari nella città di Oxford, si stanno implementando corsi pluridisciplinari e “piani di lavoro”.

 

 

 

 

Edifici a rischio: “Il 70% del costruito non rispetta le attuali norme sismiche”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
Enea

“Sono convinto che dobbiamo cambiare la nostra mentalità, la nostra sensibilità nei confronti della questione sicurezza, che è un problema centrale se si vuole perseguire uno sviluppo sostenibile”. E’ quanto dichiara a Ofcs.report Paolo Clemente, ingegnere strutturista e dirigente di ricerca dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Qual è il reale stato degli immobili sul nostro territorio? Quanti sono a rischio e per quali cause?
“Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla sicurezza sismica in Italia, promossa dalla Commissione Ambiente e Territorio della Camera dei Deputati nel 2012, l’Enea ha presentato i risultati di un proprio studio, secondo i quali circa il 70% del costruito non rispetta le attuali norme sismiche. Senza scendere in dettagli, basti ricordare che fino al 1981 soltanto il 25% del territorio nazionale era classificato sismico e che gran parte, oltre il 60% degli edifici oggi esistenti, era già stata costruita.
Va aggiunto che anche laddove le norme prevedevano di tener conto dell’azione sismica, non sempre si è costruito bene, soprattutto nei periodi di maggiore attività che hanno seguito eventi eccezionali, quali guerre ed eventi sismici quando, al crescere della domanda, tutti s’improvvisavano ingegneri strutturisti o mettevano su imprese. Pertanto, molte costruzioni sono state edificate in fretta e senza adeguati controlli, con risultati scadenti. Infine, interventi impropri, sommati alla mancanza di un’adeguata manutenzione, hanno determinato il degrado di molte strutture o, addirittura, crolli clamorosi. In alcuni casi, come quelli verificatisi a Roma, i terremoti non hanno colpe”.

Come si può rimediare ai cattivi interventi effettuati su gran parte del nostro suolo territoriale?
“Non è facile. Uno degli errori più gravi degli anni ’70 e ’80 è stato quello di aver preteso di applicare alle strutture esistenti gli stessi concetti e le stesse tecniche sviluppati per le nuove costruzioni. Ciò è avvenuto soprattutto per gli edifici in muratura, nei quali si sono spesso eseguiti interventi che hanno stravolto il funzionamento strutturale originario, come l’inserimento di elementi in cemento armato. Questi in presenza di accelerazioni sismiche impongono, con la loro rigidezza, una ripartizione delle azioni ben diversa da quella preesistente e determinano, con la loro massa, azioni sismiche orizzontali notevoli. Intervenire in questi casi è difficile e comunque non sempre conveniente. Se ci riferiamo alle strutture che non sono di interesse storico, a mio avviso andrebbe sempre presa in considerazione la possibilità di demolirle e ricostruirle: si realizzerebbero strutture rispondenti alle esigenze attuali sia dal punto di vista funzionale che strutturale e che durerebbero certamente più a lungo. Sarebbe un ottimo investimento, senza occupare altro suolo”.

Fare prevenzione è possibile? In che modo?
“E’ possibile. Per le strutture di nuova realizzazione sappiamo come selezionare i siti idonei, sappiamo progettare e realizzare a regola d’arte qualsiasi struttura ricorrendo, ove possibile, a moderne tecnologie che consentono di ottenere un grado di sicurezza non perseguibile con tecniche tradizionali. Ovviamente questo non basta: bisogna controllare che siano rispettate le norme con pene severe e certe per chi sbaglia.
Per le strutture esistenti la situazione è più complessa. Va innanzitutto ricordato che la valutazione della sicurezza degli edifici esistenti residenziali è richiesta soltanto in casi particolari, come quelli di evidente riduzione della capacità resistente o di interventi di adeguamento o di miglioramento o ancora nel caso di interventi che interagiscano con elementi strutturali. Gli interventi sono obbligatori solo in caso di inadeguatezza rispetto alle azioni controllate dall’uomo, ossia carichi permanenti e altre azioni di servizio, ma non sono obbligatori in caso di inadeguatezza rispetto alle azioni ambientali, non controllabili dall’uomo, come quelle sismiche. Per gli edifici strategici (con funzioni di protezione civile) o di particolare rilevanza (quali scuole e ospedali), invece, la valutazione della sicurezza è stata resa obbligatoria sin dal 2003, ma anche per essi, in caso di esito negativo della valutazione, non è obbligatorio intervenire. A decidere sono i proprietari o i gestori, tenendo conto della gravità dell’inadeguatezza e della disponibilità economica: se non si hanno i fondi non si interviene.
Bisogna certamente cambiare rotta: per gli edifici pubblici, specie se strategici o di particolare rilevanza, va messa a punto un’opportuna programmazione anche sulla base della disponibilità di fondi pubblici; per i privati deve essere avviato un processo virtuoso di miglioramento della sicurezza. Già da tempo abbiamo individuato tre punti: l’istituzione dell’anagrafe del costruito, le certificazione dello stato di salute delle strutture, l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria a fronte delle calamità naturali. Questo percorso consentirebbe di ottenere un quadro dello stato di salute dei manufatti, di individuare gli eventuali provvedimenti per il miglioramento della sicurezza strutturale, di stabilire l’eventuale necessità di indagini specialistiche e di programmare la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture nel loro complesso e di ciascuna unità immobiliare, ai fini di una loro ‘gestione sostenibile’.
Con tali obiettivi, Enea, Federproprietà e altri partner hanno messo a punto un disegno di legge per l’istituzione dell’assicurazione obbligatoria a fronte di eventi naturali, presentata in Senato una prima volta nella XVI legislatura (ddl numero 3631/XVI) e una seconda nell’attuale legislatura (ddlnumero 881/XVII), che prevede:
• l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria che sollevi lo Stato dalle spese di ricostruzione a seguito di eventi calamitosi ma, soprattutto, stimoli proprietari e assicurazioni a verificare l’effettiva affidabilità delle costruzioni, anche al fine di differenziare i costi di assicurazione tra i vari immobili in funzione del rischio. Anagrafe e certificazione sarebbero, ovviamente, propedeutici all’assicurazione.
• l’istituzione di un fondo per la sicurezza strutturale e l’efficienza energetica, che potrebbe alimentarsi anche con quota parte del premio di assicurazione obbligatorio di cui sopra, che riduca gradualmente i costi di emergenza e ricostruzione.
Apparentemente è una nuova tassa ma è soprattutto un sistema virtuoso per sostituire le imposte esistenti, palesi e non, con le quali attualmente si finanziano le ricostruzioni a seguito di eventi calamitosi. In un modo o nell’altro siamo sempre noi cittadini a pagare. Allora perché non istituire una forma di contribuzione trasparente, onesta, dedicata alle calamità naturali? Una forma di contribuzione controllabile, ben definita nella quantità, nel percorso e nell’utilizzo finale?”.

La legge Finanziaria tramite un decreto del Ministero del Lavori pubblici ha attivato un bonus fiscale fino all’85% in base all’azione di adeguamento posta in essere sugli immobili. Ritiene questa una misura adeguata e in che modo può essere impiegata per garantire interventi di miglioramento e adeguamento degli edifici a rischio crolli?
“E’ senz’altro un passo importante per due motivi: il primo, diretto, è quello di stimolare i cittadini a investire nella sicurezza dei propri immobili. Il secondo, indiretto, è quello di aver finalmente introdotto un criterio di valutazione della sicurezza strutturale. Il passo successivo è che questa classificazione diventi obbligatoria per tutti gli immobili e influenzi pesantemente il valore di mercato degli stessi. Le cifre in gioco dovrebbero indurre tutti a migliorare la sicurezza della propria abitazione. Ad esempio, un edificio di medie dimensioni può essere isolato sismicamente (e, quindi, portato in classe A+) con alcune centinaia di migliaia di euro, ossia qualche decina di migliaia di euro a condomino. Se si sottrae il bonus, restano poche migliaia di euro a unità immobiliare, che sarebbero ampiamente ripagate con l’aumento del valore dell’immobile”.

L’Ordine degli Ingegneri di Roma ha proposto fortemente l’obbligatorietà del fascicolo del fabbricato, documento che annota tutti gli interventi eseguiti su uno stabile fin dalla sua costruzione. E’ d’accordo su questo tipo di istanza?
“Sono d’accordo. Ho già detto che il primo passo per avviare un processo di miglioramento della sicurezza è l’anagrafe del costruito, che almeno in parte coincide col fascicolo del fabbricato e con l’archivio immobiliare definito in una precedente norma UNI. L’anagrafe va costruita per passi successivi. Il primo dovrebbe avere come obiettivo il recupero di tutta la documentazione tecnico-amministrativa esistente per ciascuna costruzione: il progetto originale e tutto ciò che riguarda i lavori di carattere architettonico, strutturale e impiantistico eseguiti successivamente alla costruzione. Per gli edifici degli ultimi decenni dovrebbero essere disponibili il progetto, le relazioni della direzione lavori e il collaudo statico in corso d’opera. Per gli edifici meno recenti sarebbe difficile recuperare questi documenti e in alcuni casi non troveremmo alcuna documentazione. Un’accurata indagine visiva dovrebbe completare il primo passo.
Il secondo passo dovrebbe sanare le lacune riscontrate nel primo: laddove mancano progetto e grafici, andrebbe eseguito un accurato rilievo architettonico, strutturale e impiantistico. In caso di mancanza di dati affidabili sulle proprietà meccaniche dei materiali e sull’efficacia delle connessioni tra gli elementi portanti, questi andrebbero ottenuti attraverso idonee prove sperimentali.
Sulla base dei risultati delle prime due fasi potrebbe essere eseguita, attraverso un’accurata modellazione matematica, la valutazione dello stato di salute di ciascun edificio. In particolare, l’analisi dovrebbe verificare l’idoneità statica dell’edificio, ossia la sua capacità a fronteggiare le azioni statiche di progetto previste per la sua destinazione d’uso, e valutare l’entità delle azioni sismiche relative ai vari stati limite previsti dalle norme tecniche: ad esempio quella che provocherebbe un certo danneggiamento e quella che porterebbe la struttura la collasso. Il risultato di quest’ultima terza fase consentirebbe anche di classificare strutturalmente gli edifici, cosa che oggi è obbligatoria soltanto per usufruire dei bonus fiscali.
Va osservato che un check-up andrebbe eseguito comunque nel caso di edifici di età superiore a un prefissato valore. Al riguardo è interessante l’iniziativa del comune di Milano di rendere obbligatorio un certificato di idoneità statica aggiornato, per gli edifici di oltre cinquanta anni”.

 Quali sono secondo lei le migliori procedure per lavorare in sicurezza, riducendo al minimo il rischio causato da crolli derivanti dalla lunga età dell’edificio o da fenomeni naturali come i terremoti?
“Dal punto di vista tecnico lavorare in una struttura non sicura è ovviamente rischioso. Devono essere studiate molto attentamente le modalità esecutive, intese come sequenza delle operazioni da eseguire nelle varie parti della struttura. Ciò comporta un incremento dei costi non indifferente, ma non c’è alternativa. Le stesse opere di puntellamento, tipiche delle costruzioni danneggiate da un sisma, rendono difficoltose le operazioni di recupero elevando significativamente i costi, ma sono indispensabili sia per evitare crolli successivi sia per assicurare chi lavora per il recupero”.

 Si configura come necessaria un’opera di intervento e messa in sicurezza degli edifici?
“Il termine “messa in sicurezza” non mi piace: può indurre a credere che sia perseguibile la sicurezza assoluta. Non è così. Non possiamo azzerare il rischio e, quindi, non possiamo ottenere una sicurezza infinita. Però possiamo migliorarla e tendere a una sicurezza sempre maggiore. Questo è certamente necessario. Migliorare la sicurezza significa ridurre i danni in caso di eventi calamitosi, limitare la non operatività delle strutture, favorendo un rapido ritorno alla normalità. In altre parole, significa aumentare la resilienza agli eventi naturali. Non va trascurato che il collasso di un edificio può comportare danni anche a quelli adiacenti e alla viabilità, come sperimentato in più casi a Roma negli ultimi anni, con enormi danni all’economia”.

Le istituzioni, le alte cariche regionali e comunali dovrebbero fare di più?
“Sono convinto che dobbiamo cambiare la nostra mentalità, la nostra sensibilità nei confronti della questione sicurezza, che è un problema centrale se si vuole perseguire uno sviluppo sostenibile. In tale ottica il ruolo di educazione, controllo ed esempio delle istituzioni è fondamentale”.

@veronica_poto

Allarme degli ingegneri: edifici e monumenti italiani sono a rischio

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
edifici italiani

Il numero di vittime provocate da eventi naturali in Italia, soprattutto da eventi sismici, è elevatissimo. Circa la metà del territorio nazionale è classificato a rilevante rischio sismico. Secondo dati Istat, il 63,8% delle abitazioni in Italia è stato costruito prima del 1971, quando era classificata sismica soltanto una piccola percentuale del territorio, e pertanto non risponde a criteri validi di sicurezza sismica. Ai disastri determinati da fenomeni naturali, si aggiungono spesso quelli dovuti a interventi architettonici o strutturali inadeguati che possono minare la stabilità di edifici d’epoca. A completare il quadro ci pensano solitamente il degrado e una carente, se non del tutto assente, manutenzione degli stabili. Molte costruzioni, soprattutto dopo un evento sismico di grande portata, vengono edificate in fretta, con l’uso di materiali scadenti che eludono controlli approfonditi. Non solo i terremoti più devastanti, anche eventi sismici minori hanno messo in evidenza la grande vulnerabilità del patrimonio abitativo e monumentale italiano.

L’Allarme dell’ordine degli ingegneri

Lo stato di molti edifici, ospedali, scuole, palazzi del nostro Paese è a rischio crolli e necessita di attenzione, monitoraggio e in molti casi di un grande progetto di rigenerazione e riqualificazione. Questo l’allarme lanciato dagli ordini professionali degli ingegneri in sinergia con altri ordini professionali ( architetti, geometri, geologi ), insieme alle associazioni di categoria come quelle degli amministratori di condominio (Anaci), durante un incontro tenutosi a Roma lo scorso 13 aprile. L’obiettivo è di individuare un percorso che dovrebbe portare a una maggiore prevenzione in Italia, anche grazie a speciali agevolazioni fiscali studiate ad hoc. Stragi come il sisma del 24 agosto, che ha colpito il centro-Italia o i crolli di intere palazzine, possono essere evitate facendo una grande attività di prevenzione e messa in sicurezza degli edifici. La normativa c’è, basta applicarla. La legge Finanziaria, infatti, ha recepito le istanze degli ordini professionali e, tramite un decreto del ministero dei Lavori pubblici, ha attivato un bonus fiscale fino all’85% in base all’azione di adeguamento che viene posta in essere sugli immobili. Ogni Comune ora deve adeguarsi e recepire questa normativa.

Il ‘sismabonus’

Il sisma bonus 2017, è una agevolazione inserita nel testo della Legge di Bilancio 2017, che prevede la possibilità di godere di una importante detrazione fiscale sugli interventi di adeguamento sismico di case, immobili, attività produttive e condomini, interventi di adeguamento certificati. Il provvedimento contiene una grande novità: gli immobili interessati dalla nuova detrazione non sono solo quelli ubicati nelle zone 1 e 2, che presentano cioè alta sismicità, ma anche quelli a zona 3 ovvero a medio rischio sismico.

Il bonus fiscale

Rispetto alle ristrutturazioni antisismiche senza variazione di classe (50%) le detrazioni per la prevenzione sismica aumentano notevolmente qualora si migliori l’edificio di una o due classi di rischio sismico. Per abitazioni, prime e seconde case, e edifici produttivi: detrazione al 70% se migliora di 1 classe di rischio e detrazione all’80% se migliora di 2 o più classi di rischio. Per condomini parti comuni: detrazione al 75% se migliora di 1 classe di rischio e detrazione all’85% se migliora di 2 o più classi di rischio. L’ammontare delle spese è non superiore a euro 96.000 per ciascuna delle unità immobiliari.

Le città italiane

Milano già si è portata avanti e sulla base della direttiva ha previsto un piano pluriennale di intervento. Il comune ha aperto il dialogo con i membri degli ordini professionali. L’amministrazione capitolina attraverso le parole del presidente del Consiglio Comunale, Marcello De Vito, intende adeguarsi alla legge e prevedere programmi di intervento concreti. Nella Capitale, gli edifici che superano gli 80 anni sono bel l’80%. “Il terrirorio romano che sembra sicuro in realtà non lo è”, dichiara a Ofcs.report l’ingegner Domenico Ricciardi, ex presidente dell’ordine degli ingegneri di Roma e attuale coordinatore degli ordini regionali degli ingegneri. “L’area si muove di qualche millimetro l’anno – continua Ricciardi – e in tali movimenti indicano che c’è bisogno di un forte controllo per prevenire eventuali crolli facendo una buona prevenzione”.
Il presidente dell’ordine degli ingegneri di Napoli, Luigi Vinci, intervenuto nel corso dell’incontro a Roma, ha affermato che la Regione Campania ha proposto un piano di rigenerazione urbana che a partire dalle misure già individuate e con l’aiuto di fondi statali, regionali e comunali, costituisca un “volano per l’attivazione rigorosa di pratiche e interventi di protezione, manutenzione e cura del patrimonio urbanistico”.

Fascicolo fabbricato obbligatorio

Altra proposta chiave avanzata dagli ordini professionali di ingegneri e gli altri ordini professionali presenti (costruttori, geologi, amministratori di condominio) è l’adozione di un fascicolo del fabbricato, una sorta di anagrafe edilizia che effettui un vero e proprio “check-up” degli edifici. “La prima cosa che bisogna controllare in un edificio, sia esso pubblico o privato, è la sua staticità. Invece purtroppo spesso si pensa prima al risparmio energetico, alle migliorie estetiche e poi ci si preoccupa della staticità. Per prevenire disastri e crolli è fondamentale il fascicolo di fabbricato, che permette di ricostruire gli interventi realizzati all’interno dello stabile dalla sua costruzione fino ad oggi. Dovrebbe essere reso obbligatorio e il governo dovrebbe pensare ad una defiscalizzazione al 100% per gli interventi sulla staticità”, dichiara a tal proposito l’ingegner Ricciardi. Molti comuni italiani hanno già approvato il fascicolo di fabbricato. Roma è stata la prima città a farlo, l’anno scorso è stata seguita da Milano. “Si tratta però di un documento volontario, non obbligatorio. Diventa obbligatorio solo nel caso di un edificio nuovo o di una ristrutturazione consistente. Noi chiediamo al governo l’obbligatorietà, partendo da un dato sostanziale e quasi sempre sottovalutato: i materiali di un edificio si ‘ammalorano’, ma oggi esistono strumenti non invasivi che riescono a vedere e capire lo stato delle costruzioni e dei materiali anche senza rompere o abbattere”. Gli strumenti non invasivi a cui fa riferimento l’ingegnere sono delle tecnologie avanzatissime che permettono di visionare lo stato reale delle costruzioni senza rompere e abbattere, moderni mezzi a costi non eccessivi. Investire nella prevenzione non solo comporta un minor impiego risorse econimiche ma, soprattutto, garantirebbe la sicurezza del territorio e dei cittadini.

Pantelleria, piantare 10.000 alberi per far rinascere l’isola

in Ambiente da
Pantelleria

Quattro giorni solo per spegnerlo, 600 ettari di bosco e di vegetazione andati in fumo, lo stato di emergenza richiesto dal Comune. L’incendio doloso appiccato da ignoti sull’isola di Pantelleria il 29 maggio del 2016 è ancora una ferita dolorosa per i suoi abitanti. L’evento è stato considerato un vero e proprio disastro ambientale di dimensioni enormi, se pensiamo che a bruciare fu il 10% dell’intera superficie dell’isola: per lo più pini marittimi e di Aleppo, piante e arbusti tipici della macchia mediterranea.

A quasi un anno dall’incendio è partita la campagna di crowdfunding “10.000 alberi per Pantelleria”, che punta a risanare almeno in parte quel largo squarcio apertosi nella quinta isola italiana per superficie. Il progetto di finanziamento sul web è stato ideato e realizzato dal Comitato Parchi per Kyoto, in collaborazione con il Comune di Pantelleria, Federparchi-EuroParc Italia, Kyoto Club, Legambiente, Marevivo e il Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali (SAF) dell’Università degli Studi di Palermo.

Il crowdfunding ha l’obiettivo di ripristinare in parte la vegetazione caratteristica dell’Isola con la riforestazione di circa 10-15 ettari (da 1.000 a 700 alberi a ettaro). Verranno ripiantate specie autoctone nelle aree colpite dalle fiamme, in particolare nuovi alberi e piante ottenuti da semi già raccolti a Pantelleria nel rispetto della biodiversità locale. Un patrimonio naturale quello dell’isola che vantava specie rare, come il pino di Aleppo, il pino marittimo, lecci, piante e arbusti caratteristici della macchia mediterranea, che saranno in seguito manutenute per 5 anni. L’intervento vuole ricostruire non solo l’immagine ma anche l’identità culturale di un territorio che vive di turismo e dei suoi prodotti eno-gastronomici noti in tutti il mondo.

L’incendio provocò la distruzione di 600 ettari di boschi e di vegetazione autoctona, uno dei più disastrosi avvenuti sull’isola negli ultimi 35 anni. Le responsabilità rimangono ancora ignote ma proprio per evitare che l’inquinamento delle risorse naturali finisse in mani sbagliate, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su richiesta dell’attuale sindaco Salvatore Gino Gabriele, ha istituito nel luglio del 2016 il Parco Nazionale di Pantelleria. Il primo del suo livello in Sicilia e il 24° dell’intero territorio italiano, che aspetta però ancora di avere un presidente e una governance ben definita.

Proprio in questi giorni si sta discutendo alla Camera un disegno di legge che prevede un progetto di riforma dei Parchi nazionali e delle Aree protette marine e regionali, modificando il testo già approvato dal Senato, tra qualche perplessità e critiche di osservatori del settore e associazioni ambientaliste. La riforma doveva essere votata negli scorsi giorni ma non è ancora stata calendarizzata. “Sembra una discussione solo per addetti ai lavori – spiega a Ofcs Report Rossella Muroni, presidente di Legambiente – è mancato un confronto culturale e politico alto su quale dovrebbe essere il nuovo ruolo dei parchi in sintonia con la loro missione originaria di conservazione della natura”.

Il punto cardine della riforma è l’istituzione di piani triennali per lo sviluppo dei parchi, uno strumento di programmazione nazionale per tutto il sistema che prevede un finanziamento di 10 milioni di euro per garantire stabilità economica alle aree protette. “Spero che non si torni indietro in questa decisione – continua Muroni – è ora che si faccia sistema perché le aree regionali sono state sempre figlie di un dio minore”.

Su altri elementi sembra esserci meno condivisione soprattutto sul metodo. L’abolizione dell’albo dei direttori, introdotto per legge nel 1991, e il tema della governance. All’interno dei consigli direttivi dei nuovi enti dovrebbero entrare a far parte anche pescatori e agricoltori nel tentativo di estendere le responsabilità nella salvaguardia e nello sviluppo del territorio. “Per accontentare un po’ tutti si è preferito un meccanismo barocco – sottolinea Muroni – nel senso che se c’è un bando di gara chi vince deve diventare direttore e invece c’è un secondo passaggio affidato a una commissione: tanto vale fare un concorso come si faceva in altri ambiti. In ogni caso, urlare allo scempio dei parchi e prefigurare nuovi organismi di equilibro di potere nella loro gestione, non è utile a nessuno”.

Oggi il sindaco di Pantelleria, che vanta il primo parco nazionale in Sicilia, chiede che il suo territorio possa essere rilanciato attraverso una guida forte del parco. Il Comune ha già coinvolto gli studenti delle scuole del territorio per individuare il logo dell’ente statale. Un’operazione simbolica per coinvolgere le nuove generazioni in un cambiamento culturale che possa tenere insieme la conservazione del patrimonio paesaggistico dell’isola e il tentativo di ricostruirne il tessuto sociale e agricolo.

@GargaDani

Rifiuti elettronici, in pochi conoscono rischi per la salute

in Ambiente da
Raee

Torino come cartina tornasole del Paese nella scarsa conoscenza dei Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Ben il 37% dei cittadini del comune sabaudo non conosce affatto questa tipologia di rifiuti, molto pericolosi per l’ambiente, a fronte di una media nazionale del 42%. Solo il 13% sa di cosa si sta parlando mentre la metà conosce la materia solo superficialmente.

È quanto emerge dall’indagine di Ipsos Italia per Ecodom e Cittadinanzattiva sui comportamenti degli italiani nella gestione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), i cui dati sono stati presentati durante il seminario “Gli Italiani e i RAEE: dall’uno contro uno all’uno contro zero”, tenutosi presso la Casa dell’Ambiente a Torino.

Quasi per la metà degli intervistati dei cittadini torinesi, il livello di pericolosità scaturito dall’abbandono di questi rifiuti per la salute e per l’ambiente è elevatissimo. Un dato in crescita che fotografa come tra chi è più sensibile all’argomento aumenti la percezione del rischio sicurezza. Le ricadute sono sul suolo, sull’aria e sull’acqua – ha risposto l’85% del campione – mentre le preoccupazioni maggiori sono da addebitare alla presenza di sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti (51%) e al fatto che gli apparecchi elettronici non siano biodegradabili (60%).

I Raee rappresentano, infatti, la categoria di rifiuti in più rapido aumento a livello globale con un tasso di crescita del 3-5% annuo, tre volte superiore ai rifiuti normali. Secondo l’Onu sono tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti di alta tecnologia nel mondo. Nel nostro paese nell’ultimo anno la quantità di materiale raccolto è aumentata del 14% rispetto a quello precedente – come si legge nel 9° rapporto sui Raee del Centro coordinamento Raee – ma quello che preoccupa maggiormente gli addetti ai lavori e gli esperti del settore è il commercio illegale di rifiuti e la pratica dell’abbandono, ancora persistente in alcune regioni. Frigoriferi, condizionatori, congelatori, televisori, monitor e computer, se depositati per lungo tempo, possono compromettere lo stato del suolo o dell’aria o ancora provocare danni alla salute. Specie se non vengono smaltiti correttamente, sia all’interno degli impianti di incenerimento per la termodistruzione, che all’esterno nei roghi tossici abusivi.

Un altro dato rilevante emerso dall’indagine Ipsos è la scarsa conoscenza del cosiddetto decreto “uno contro zero”, che da giugno 2010 obbliga i venditori di prodotti elettrici ed elettronici al ritiro gratuito dell’apparecchiatura dismessa, a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente. Un provvedimento cui ha fatto seguito nell’aprile del 2016 il nuovo decreto “uno contro zero”, che stabilisce la consegna gratuita dei Raee di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) nei negozi più grandi ma senza alcun obbligo di acquisto da parte del cittadino. Su questo aspetto normativo, Torino guida la classifica in segno positivo con il 32% delle persone che sono al corrente di questa modalità di dismissione contro il 43% che ne è ancora all’oscuro. A livello nazionale la media è del 30% per chi dichiara di conoscere questo tipo di smaltimento mentre il 44% afferma di non conoscerlo ancora. Chi ha usufruito del servizio è stato il 42% degli intervistati (in media 2,6 volte) su tutto il territorio nazionale.

Va registrato, inoltre, un aumento della consapevolezza rispetto alle responsabilità dei cittadini stessi, rispetto agli scarsi risultati ottenuti nella raccolta dei Raee. Ben il 35% riconosce i propri errori, chiamando in causa le amministrazioni pubbliche nel 30% dei casi (in calo del 9% rispetto al 2011) mentre nelle Isole la quota arriva al 37%. Responsabilità che gravano anche sul canale distributivo (13%), seguito dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (11%).

@GargaDani

Puglia, Salento in trincea: anche i bambini fermano il gasdotto Tap

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

“Non ci fermiamo qui”, dichiarava esattamente una settimana fa Marco Potì, sindaco del comune di Melendugno e capostipite istituzionale della protesta contro il gasdotto Tap, i cui lavori di installazione sono iniziati la scorsa settimana con lo spostamento di 211 ulivi, di cui ne sono stati finora prelevati 193. Una protesta che sabato ha ottenuto la sua prima vittoria, quando i bambini sono arrivati alla testa del corteo che bloccava la strada ai camion che trasportavano gli ulivi espiantati nelle campagne di Melendugno fino al loro sito temporaneo, facendo abbassare gli scudi agli agenti in tenuta antisommossa e decretando di fatto la fine delle operazioni di espianto per quella giornata.

Il Tar blocca l’espianto

A distanza di qualche giorno, in aiuto dei No Tap è arrivato  il Tar del Lazio che, accogliendo un ricorso della Regione Puglia, ha sospeso la nota del ministero dell’Ambiente che dava via libera ai lavori.  Fino al 19 aprile, giorno dell’udienza e del verdetto, gli ulivi non verranno portati via. Il Tribunale amministrativo del Lazio, però, sottolinea che essendo già stato avviato l’espianto, la sospensione chiesta dalla Regione Puglia può essere accordata “ai soli fini dell’immediato riesame dell’atto impugnato”. La sospensione vale sino al 19 aprile, giorno in cui ci sarà l’udienza di merito e quindi il verdetto del Tar.

Una vittoria simbolica, senza dubbio, visto e considerato che l’espianto dei primi 211 alberi è quasi terminato (ne rimangono solo 18), e che con ogni probabilità la multinazionale procederà con i lavori. Ma è comunque una vittoria, la vittoria di tutta la gente comune che si oppone al progetto del gasdotto, che da settimane ormai supporta apertamente i manifestanti e gli attivisti del Comitato no tap con cibo e acqua, insieme a sostenerli moralmente e psicologicamente. E l’impressione è quella di un movimento in crescita: se durante i primi due giorni degli espianti le persone presenti al Presidio no tap erano poco più di duecento, sabato (complice anche il weekend) a bloccare i camion con gli ulivi erano più di mille, con bambini e passeggini al seguito, per arrivare a punte di 2.000-3.000 persone durante la manifestazione tenutasi nella piazza centrale del capoluogo Lecce nella serata di domenica.

Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica

La protesta corre di telefono in telefono, di post in post, venendo coordinata attraverso gruppi WhatsApp, mentre su Facebook procede l’aggiornamento video degli altri manifestanti attraverso lo strumento delle dirette. Nonostante i timori filtrati dai ranghi delle forze dell’ordine, i manifestanti del Presidio no tap hanno fatto proprio l’invito del sindaco di Melendugno alla non violenza, e non c’è traccia delle tanto temute infiltrazioni di anarchici e violenti provenienti da tutta Italia.
Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica, ma che incassa di fatto un appoggio “pesante”, quello dell’esponente di punta del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista. “È giusto scendere in piazza e protestare, non è un atto eversivo. Ognuno di voi chiami due tre amici e domani vada al presidio. Non dovrete sbagliare niente, non dite nemmeno le parolacce, si attaccheranno a tutto” dice Di Battista in un discorso tenuto domenica pomeriggio sul lungomare di San Foca, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal cantiere Tap, accompagnato dagli immancabili cori “Ladri” e “Tutti a casa”: il Movimento 5 Stelle è decisamente entrato in partita a gamba tesa, accolto con non troppo dissimulato favore, se non dalla testa del Presidio, quantomeno dalla sua pancia.

I sindaci scendono in campo e scrivono a Mattarella

Sul fronte locale si allunga la lista dei sindaci che hanno deciso di aderire all’appello che verrà inviato al Presidente della Repubblica, per chiedere una sospensione dei lavori. Sono 94 finora le firme finora raccolte, su 97 comuni della provincia di Lecce.

Lunedì sono state quasi 500 le persone presenti di fronte ai cancelli del cantiere, mentre le strade di accesso sono state bloccate da pietre e materiali di risulta. Risulta essersi rafforzato il fronte No Tap, raggiunto anche da 30 manifestanti provenienti da Torino e dalla Val di Susa. Una struttura quasi paramilitare, quella del presidio: tende con cucina da campo in comune, turni di guardia la notte, per dormire e per tenere la zona sotto controllo, monitorando gli spostamenti delle forze dell’ordine e degli operai Tap, memori dell’esperienza di sabato, dove i lavori sono iniziati quasi a sorpresa alle 6 di mattina nonostante si vociferasse di un possibile rinvio a lunedì da parte della Prefettura, da questa però mai confermato. Anche il terreno antistante i cancelli del cantiere, su cui ha sede la base operativa del presidio No Tap, ha una storia che sa di collaborazione e fratellanza popolare. Semplici le parole nel merito di Alfonso Martano, padrone del campo: “Questi alberi li ho visti crescere qui, e voglio vederli restare al loro posto”. Ambizioso invece un altro progetto: quello di organizzare a Melendugno uno dei concerti del primo maggio, con l’obiettivo di trasformarlo in una grande manifestazione no tap. Progetto che rimane solo allo stato di idea, per il momento. Ma che rende giustizia alle ragioni e alle dimensioni di una protesta che non fa altro che crescere ed allargarsi.

Gpl a Chioggia: manca autorizzazione per l’ampliamento

in Ambiente da
Chioggia

Non ci sono le autorizzazioni necessarie: l’impianto gpl non può essere ampliato. E’ un vero e proprio colpo di scena quello avvenuto nei meandri della burocrazia che governa le sorti di un progetto tanto discusso. Del resto non poteva passare inosservato ancora per troppo tempo: si parla di un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas che sorge a sud di Venezia, a Chioggia. Tre grandi cisterne posizionate nel bel mezzo della laguna veneta, considerata patrimonio dell’Unesco.

Uno sfregio urbanistico-ambientale, come aveva già rivelato Ofcs.report il 15 marzo scorso, contro il quale i cittadini, insieme al comitato No deposito Gpl Chioggia, stanno combattendo per portare avanti la loro battaglia legale.

L’impianto, infatti, era stato presentato inizialmente come bunkeraggio di gasolio marino da 1350 metri cubi e previsto come da regolamento nel Piano Regolatore del porto per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci e barche da di porto.

Successivamente si è ottenuta un’istanza con la quale si autorizzava l’ampliamento per 9.000 metri cubi di Gpl, per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Aumentando di 9 volte le dimensioni, rispetto il progetto iniziale, e cambiando anche il prodotto che da gasolio (liquido) è diventato Gpl (gas), per un investimento effettivo di  20 milioni di euro.

I tre serbatoi gpl

 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Presunte irregolarità che stanno venendo alla luce, specialmente dopo l’esposto contro l’impianto di stoccaggio gas presentato dal Comune alla sovrintendenza di Venezia e al comando dei carabinieri della tutela del patrimonio culturale. Come afferma lo stesso presidente del comitato ‘No deposito Gpl’,  Roberto Rossi: “Abbiamo scoperto che la legge che in qualche modo permetteva di far sì che qualsiasi tipo di variante fosse implicita, in realtà è entrata in vigore solo il 1 gennaio del 2015. La Sogocas, la ditta che ha presentato istanza per l’ampliamento di 9000 metri cubi di Gpl, avrebbe dovuto richiedere quindi regolare licenza al Comune. Ma di fatto, come sembra anche dal parere degli uffici regionali e comunali, questo titolo edilizio manca”, prosegue il presidente del comitato.

 

Roberto Rossi, Presidente Comitato NO Gpl Chioggia

“Per questo l’amministrazione comunale ha presentato quesito al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico). E, nonostante si attenda una risposta certa, ripeto, sembrerebbero esserci tutti gli estremi per dichiarare e configurare l’impianto come abuso edilizio. Non solo – prosegue Rossi –  a sostegno di questo, a inizio marzo è stata presentata un’interrogazione alla Camera da parte del deputato M5S, Villa. E a fine marzo è arrivata la risposta a questa interrogazione, da parte del viceministro del Mise, Teresa Bellanova, che dichiarava sostanzialmente che la precedente autorizzazione ministeriale non provoca implicitamente la variante urbanistica. Quindi – spiega – rimangono regolari le condizioni iniziali approvate, che fanno riferimento al piano regolatore del porto. Un piano che specifica come l’area può essere destinata solo a bunkeraggio, ovvero rende possibile solo l’iniziale progetto di 1.350 metri cubi di gasolio marino. Detta interrogazione è stata seguita nel dettaglio anche dal dottor Carlo Giacomini, consulente del comitato ‘No Gpl’”.

“In attesa di avere conferma di questa mancanza di licenza edilizia – riprende Rossi – abbiamo un incontro  giovedì con l’amministrazione comunale. In relazione a questo potremo poi muoverci legalmente per chiedere il blocco definitivo del cantiere. Ovviamente insieme al Comune, che dopo le dovute verifiche ha di fatto l’autorevolezza per intervenire”.

Manifestazione del comitato

La battaglia del comitato ‘No Gpl’ Chioggia, e di tutti i cittadini, prosegue in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Prosegue, ma senza la ‘benedizione’ del vescovo di Chioggia che, come riferisce Roberto Rossi, “anziché schierarsi con i suoi fedeli ha addirittura intimato, attraverso una circolare, gli altri uffici ecclesiastici con indicazioni precise di non darci spazi per eventuali riunioni”.

“Un paradosso – prosegue Rossi – se si pensa che la nostra associazione si era costituita proprio all’interno di uno dei locali della Caritas. Di questo, io e gli altri sostenitori del comitato siamo rimasti a dir poco rammaricati. Il nostro manifestare infatti non è rivoluzionario, né una lotta verso la controparte, la Sogocas in questo caso. Non siamo contro l’impianto a priori. Anzi, se fosse a norma sarebbe stato accolto volentieri, come nuova risorsa lavorativa. Chiediamo solo che la giustizia faccia il suo corso per il bene di tutta la cittadinanza nei tempi e modi previsti dalla legge”.

@MaryTagliazucch

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