La Percezione Della Sicurezza

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Beni Culturali

Beni Culturali: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui Beni Culturali, Infrastrutture e Ambiente.

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Gasdotto, disordini in Puglia: No Tap contro espropri terra e ulivi /VIDEO

in Ambiente da

Scontri e proteste. A Melendugno, in provincia di Lecce, contrada San Basilio, dove ha preso il via la costruzione della Tap, il gasdotto che dovrebbe permettere la fornitura di gas azero in Europa, e che passerebbe attraverso Grecia e Albania prima di approdare sulla costa italiana, all’altezza della località turistica salentina di San Foca, martedì sono scoppiati i disordini tra manifestanti No Tap e forze dell’ordine.  Cantiere aperto in un clima di altissima tensione con i comitati No Tap e semplici cittadini, venuti a manifestare il proprio dissenso di fronte ai cancelli con l’obiettivo di idealmente impedire l’accesso dei camion che avrebbero dovuto trasportare via gli alberi eradicati. Obiettivo presto abbandonato: la massiccia presenza di forze dell’ordine forza prestissimo il blocco, e con metodi sbrigativi divide i manifestanti in due gruppi, isolandone uno ed allontanando l’altro per permettere ai camion di entrare nel cantiere e portare via le piante.

Perché chi costruisce questo mostro ecologico non ci mette la faccia? Perché non si prende le sue responsabilità?” urla Luca, un giovane della provincia, in direzione degli agenti che lo bloccano insieme agli altri manifestanti al bordo della strada sterrata che porta ai cancelli del cantiere. “È un evento che così tante persone si siano mosse e siano venute a manifestare – spiega – considerando la mentalità del Sud, dove sei educato a badare solo a te stesso e ‘farti i fatti tuoi’ sin da bambino”.
Tra le grandi nuvole di polvere, sollevate dai camion che passano ogni 15-20 minuti, sono tante le urla: “Ma non la sentite anche voi, questa puzza di soldi, questa puzza di mafia?” grida Giovanni, un agricoltore sessantenne della zona. Gli argomenti dei manifestanti sono dei più vari: c’è chi si scaglia contro il fattore antiecologico dell’opera, chi contro gli espropri di terra e di ulivi ai proprietari, e chi vaticina conseguenze catastrofiche sul turismo della regione. I toni usati sono generalisti, gentisti e a tratti minacciosi: “Il popolo verrà a prendervi a casa”, minacciano alcuni presenti da dietro le sbarre del cantiere, in direzione degli operai. Ma i manifestanti nutrono rancori anche nei confronti dei giornalisti presenti: “Devi dire tutto quello che è successo! Altrimenti la prossima volta vi rompiamo la testa! A tutti!”, minacciano in dialetto alcuni contadini inferociti contro dei colleghi della locale Telenorba.

Presenti nella folla anche diversi sindaci del circondario di Melendugno, e la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi. Ed è in questo momento che accade il peggio: mentre il gruppo di manifestanti rimasto isolato dalla prima carica nel mattino spinge per liberarsi e ricongiungersi al grosso del presidio, una seconda violenta carica viene lanciata contro i manifestanti, i quali reagiscono generando uno scontro che dura alcuni interminabili minuti, coinvolgendo anche alcuni dei sindaci presenti. Otto feriti tra forze dell’ordine e manifestanti, che non hanno fatto che esasperare gli animi, spingendo le frange più “interventiste” della folla ad azioni più decise e violente, subito sedate dagli agricoltori presenti: “Non fate scontri inutili, fate assemblee!” urla distintamente uno di essi, levando di mano un fumogeno ad un giovane indossante una felpa del gruppo Ultras Lecce, gruppo già noto per essere stato in passato autore di atti violenti ed intimidatori dentro e fuori lo stadio comunale del capoluogo salentino. Alcuni discutono animatamente circa l’inutilità dell’azione pacifica, scontrandosi verbalmente con chi lì protesta veramente per terra ed alberi. Vengono anche lanciati alcuni sassi contro i camion che trasportano gli alberi, che fanno la spola per caricare le piante eradicate. Ma, a parte qualche sporadico attimo di tensione, tutto in qualche modo procede nella tranquillità fino a sera. Una tranquillità a tratti perfino ironica, quando un manifestante raccoglie e restituisce ad un carabiniere lo scudo d’ordinanza cadutogli a terra.

I fatti di Melendugno descrivono una incapacità del governo di ascoltare le popolazioni e di trovare soluzioni che tengano insieme la libertà, l’autodeterminazione dei cittadini dei territori con le scelte strategiche” dice Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia. Governatore che, nel pomeriggio, aveva dichiarato: “Il Governo della Repubblica sta utilizzando le Forze dell’ordine per risolvere una questione politica che non ha mai voluto affrontare ascoltando le popolazioni residenti ed in particolare l’indicazione della Regione Puglia e dei Comuni, che avevano chiesto di localizzare l’approdo del gasdotto più a nord, nell’area del comune di Squinzano, che ha dato il suo consenso, evitando di impegnare una delle più belle spiagge dell’Adriatico pugliese”. Laconico, a fine giornata, il commento del sindaco di Melendugno, Marco Potì: “Spero che prevalga il buonsenso. Né il governo né la società Tap hanno mai risposto o sono stati a sentire quello che avevamo da dire, ma spero veramente che prevalga l’intelligenza di tutti”. Buonsenso che si spera arrivi da entrambe le parti: se da un lato si ha notizia di manifestanti in arrivo Roma e dal Nord Italia, dall’altro la protesta No Tap si preannuncia una lunga lotta. Che, se gestita male da parte delle istituzioni, potrebbe rendere il Salento una nuova Val di Susa.

Firenze, i 7 grandi della terra insieme per la cultura

in Beni Culturali da

Difesa internazionale dei beni culturali. Se ne discuterà al G7 dei ministri della Cultura nell’incontro “Cultura come strumento di dialogo tra i popoli” che si terrà a Firenze domani e dopodomani. Se buone sembrano le intenzioni del nostro Paese non mancano i paradossi. L’Italia, lo Stato con il maggior numero di siti culturali e artistici, non gode della loro protezione speciale in caso di guerra, così come previsto dalla Convenzione de l’Aja. Mentre la Santa Sede ha iscritto già nel marzo del 1960 l’intera Città del Vaticano, l’Italia, pur essendosi impegnata in tal senso per le principali città d’arte e pur essendo in possesso di un patrimonio di beni culturali inestimabile, ad oggi non è riuscita a iscrivere alcun bene. La procedura che sancisce la protezione speciale prevede infatti una serie di condizioni difficili da applicare che, di fatto, hanno reso inefficace il sistema.

Diversi i protocolli sottoscritti negli anni. L’ultimo in ordine di tempo, su iniziativa italiana e olandese, è stato ratificato in Italia con norme di adeguamento all’ordinamento interno, con legge numero 45 del 16 aprile 2009. Già dal marzo 1999, tuttavia, l’allora Capo dello Stato Maggiore della Difesa, il Generale Mario Arpino, aveva disposto l’applicazione dello stesso, non ancora ratificato, alle nostre Forze armate impegnate all’estero in operazioni di pace. Il Protocollo del 1999 però non ha visto ancora l’adesione di importanti Stati della comunità internazionale, e in particolare di Stati Uniti e Cina. E forse si spera che l’iniziativa del Ministro Franceschini possa riguardare anche questo aspetto e non solo rivolgersi agli attuali teatri di guerra, per i quali era stato intrapreso ma mai concretamente avviato il progetto dei caschi blu Unesco. Alla tavola rotonda a Palazzo Vecchio, prenderanno parte i ministri del Canada Mélanie Joly, della Francia Audrey Azoulay, per la Germania il ministro Maria Böhmer, per il Giappone il commissario Ryohei Miyata, per il Regno Unito ci sarà il ministro Karen Bradley, per gli Stati Uniti il sottosegretario, Bruce Whorton, per l’Unione Europea il commissario Cultura, Tibor Navracsis, e per l’Unesco l’attuale segretario generale, in via di fine mandato: Irina Bokova.

Ad aprire i lavori ci sarà il ministro italiano, Dario Franceschini, che presenterà l’iniziativa ai giornalisti della stampa estera a Roma. “La promozione del dialogo interculturale e la creazione di una coscienza condivisa rappresentano uno strumento essenziale al servizio della collaborazione, dell’integrazione, della solidarietà, della crescita e dello sviluppo sostenibile – si legge in una nota del Ministero –  Promuovendo il primo G7 dei Ministri della Cultura e dei rappresentanti delle grandi organizzazioni mondiali, l’Italia conferma la volontà di esercitare il ruolo di leadership culturale”.

L’obiettivo è definire un documento comune sul tema della cultura come strumento di dialogo. La comunità internazionale potrà così ribadire il proprio impegno nel recuperare e preservare il patrimonio dell’umanità danneggiato dalle calamità naturali, colpito durante i conflitti e attaccato dal terrorismo e nel contrastare il traffico illecito dei beni culturali”. Come riporta la nota, tra gli obiettivi del vertice anche un’intesa sulla necessità di prevedere una componente culturale nelle missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite e di rendere permanente il vertice dei ministri della Cultura nei prossimi G7. Una scelta non casuale quella di Firenze, secondo gli organizzatori, con l’obiettivo di un nuovo rinascimento internazionale. Tuttavia la difesa dei beni culturali in aree di guerra è ancora assai complicata da garantire. Palmyra, Mosul, come i musei dell’Iraq e i siti archeologici nel Medioriente sono alla mercè di gruppi armati e di terroristi che hanno in parte cancellato le tracce, mandando in rovina eccezionali siti culturali di enorme importanza mondiale. 

Scuole, governo festeggia la rimozione delle barriere architettoniche da 5mila istituti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
scuole

“In Italia il patrimonio immobiliare scolastico conta oltre 42 mila edifici costruiti in larga parte prima del 1970, che in questi decenni sono stati oggetto di scarsa manutenzione o dei cosiddetti interventi tampone”. Ad offrire una fotografia dello stato di salute delle scuole italiane è l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di missione per l’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parlando a Ofcs Report.

“Possiamo dire senz’altro che dal 2014 abbiamo invertito la tendenza, avviando oltre 7.000 cantieri, di cui quasi 5.000 sono già conclusi. Nel corso del 2016 solo con i fondi governativi sono stati costruiti oltre 100 nuovi complessi scolastici. Queste 5.000 scuole oggi rispettano finalmente i criteri di accessibilità e nel 10% dei casi sono nuove costruzioni. Edifici che, oltre a rispettare gli standard sulla sicurezza, non presentano barriere architettoniche e in alcuni casi si propongono come veri e propri esempi di architettura d’avanguardia”, spiega la responsabile della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi.

 

Le parole  di Laura Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità

Numeri alla mano, in tema di abbattimento di barriere architettoniche le parole della Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità. Occorre ricordare, spiegano dalla Struttura di missione, che gli Enti locali (Comuni e Province) che richiedono i finanziamenti statali per la rimozione delle barriere architettoniche nelle scuole solitamente inseriscono questo intervento tra i lavori di ampliamento, messa in sicurezza, ristrutturazione, adeguamento sismico. Ecco perché, sostengono i tecnici, “non esiste una mappatura dedicata ai soli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, ma è ovvio che gli oltre 7.000 interventi avviati dal 2014 che vedono la messa in sicurezza, l’adeguamento o la costruzione di nuove scuole, includono necessariamente l’abbattimento delle barriere”.

Negli ultimi anni comunque qualcosa si sta muovendo. A ricordarlo è stato proprio il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, intervenendo venerdì scorso al Cnr, in occasione del primo premio nazionale del Fondo “Vito Scafidi”, il fondo di “Benvenuti in Italia” per la sicurezza a scuola, conferito a tre tesi di laurea magistrale sul tema della sicurezza strutturale degli edifici scolastici: “per la sicurezza, l’innovazione, il controllo dei nostri edifici scolastici abbiamo investito, per il periodo 2014-2017, oltre 7 miliardi di euro. Cifre che non si erano mai sentite prima, soprattutto dopo decenni di tagli e sforbiciate miopi e irragionevoli”.

Il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative

Sul portale #ItaliaSicura il Governo ricorda che per la prima volta l’Italia si è dotata, a maggio 2015, di una programmazione nazionale triennale degli interventi di edilizia scolastica per il periodo 2015/2017. Oltre 6.000 gli interventi richiesti dalle Regioni, sentiti gli Enti Locali, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi di euro. I primi 1.300 interventi sono stati finanziati grazie a 905 milioni dei cosiddetti mutui Bei (Banca europea per gli Investimenti), mutui agevolati con oneri di ammortamento a carico dello Stato che potranno essere accesi dalle Regioni. Gli interventi riguardano la ristrutturazione, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico di scuole, immobili all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o adibiti ad alloggi e residenze per studenti universitari. Prevista la costruzione di nuovi edifici e realizzare palestre.

Nell’ambito delle politiche di edilizia scolastica il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative che saranno costruite in ogni regione, da Nord a Sud, grazie ad uno stanziamento complessivo di 350 milioni di euro previsto dalla “Legge Buona Scuola”. L’obiettivo del Governo è la sostituzione del patrimonio immobiliare scolastico più che la riqualificazione di quello esistente, non solo perché spesso è più conveniente nel rapporto “qualità prezzo”, ma perché le nuove costruzioni rispettano i criteri di accessibilità senza dover ricorrere ad adeguamenti su edifici esistenti, che spesso sono meno funzionali e anti estetici.
E sempre sulle infrastrutture il governo ha sbloccato lo scorso 15 marzo, con un decreto, 700 milioni di euro per investimenti dei Comuni finanziati con gli avanzi di amministrazione dell’anno scorso oppure con il ricorso al debito. Di questi oltre 400 milioni di euro serviranno all’edilizia scolastica, mentre il resto andrà ad altri interventi edilizi o alle opere contro il dissesto idrogeologico.

Numeri contestati dal Movimento 5 Stelle che in un’interrogazione al ministro Fedeli, presentata in aula venerdì 24 marzo, hanno definito “virtuali” gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che compaiono sul sito della “Buona scuola”. “In Italia servirebbero almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma i nostri edifici scolastici. Per il 2017 non solo il governo ha stanziato una miseria, 20 milioni, ma questa cifra è stata ulteriormente tagliata e ridotta a 6 milioni”, ha detto la deputata grillina, Chiara Di Benedetto. “I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire, ma il governo gioca con i numeri sull’edilizia scolastica, cercando di camuffarli. In Italia il 60% delle scuole non ha il certificato di agibilità, eppure il governo ignora il problema e trucca gli importi sugli stanziamenti. Il governo – ha spiegato Di Benedetto – bara sui numeri, nasconde operazioni finanziarie e carica sulle Regioni i costi degli interventi. Occorrono ingenti risorse, ma vere”.

@PiccininDaniele

Maestre violente, torna l’incubo: in manette insegnante di Fiumicino

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
maestre violente

Torna l’incubo dei maltrattamenti sui minori negli asili nido. “La maestra è cattiva, non voglio più andare a scuola”, avrebbe raccontato ai genitori il piccolo di quattro anni, vittima di schiaffi, urla e spinte ad opera di una maestra di una scuola materna di Fiumicino, che per questi motivi è finita agli arresti domiciliari. La donna, 63 anni, lavora nella scuola dell’infanzia “Lo Scarabocchio”. Secondo le prime ricostruzioni a far scattare l’allarme sarebbero state le denunce di alcuni genitori. Un allarme raccolto dalle forze dell’ordine che avevano posizionato delle telecamere nascoste nella classe dove lavorava la maestra. Il Comune di Fiumicino, in una nota diffusa in serata, ha dichiarato di seguire “con grande attenzione questa vicenda e le delicate implicazioni che comporta. Verranno assunte tutte le decisioni utili, in primo luogo, per la tutela e la salvaguardia dei nostri bambini”.

L’episodio, se confermato dagli inquirenti, riaccende l’allarme violenze sui minori e i mancati controlli nelle scuole. Nell’inchiesta di Ofcs Report, realizzata lo scorso gennaio, a destare maggiore preoccupazione erano appunto i dati “sommersi”, ovvero le mancate denunce di famiglie o di personale scolastico che per paura di ritorsioni preferisce non sporgere denuncia. Un caso al mese finisce sulle pagine delle cronache, ma decine di altri episodi rimangono nel silenzio, colpa anche del mancato censimento da parte degli Enti preposti (Miur e Garante infanzia in primis), che quando si tratta di violenza sui minori sembrerebbero non voler prendere in considerazione i tanti e gravi fatti commessi da docenti a danno di alunni, in particolar modo verso i più piccoli.

Il caso di Fiumicino, dunque, è solo l’ultimo in ordine cronologico, ma il 2017 ha già raccontato un episodio di maestre violente. Una storia di minacce e botte in classe, con due maestre di 49 anni di una scuola elementare di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, sospese dall’attività in quanto avrebbero più volte insultato e malmenato alcuni studenti. L’inchiesta, anche qui, è stata avviata dopo le denunce di alcuni genitori che avevano notato segni sul volto dei figli. I carabinieri avevano poi installato varie telecamere di videosorveglianza nella scuola. Immagini che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, avrebbero evidenziato atteggiamenti non educativi e violenti messi in atto dalle docenti nei confronti dei bambini. In base ai filmati il gip del Tribunale di Palmi ha subito emesso un’ordinanza di sospensione dall’attività nei confronti delle maestre calabresi.

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni, 2 adolescenti su 10 dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore. Il 7% è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% di loro è stato costretto durante la carriera scolastica, a dover cambiare scuola per colpa della violenza subita da parte delle maestre. A destare preoccupazione, come spiega Maura Manca, psicoterapeuta e direttrice dell’Osservatorio, sono le conseguenze di queste violenze. “I ragazzi che hanno subito nel corso della loro vita aggressioni e violenze sono anche quelli che dichiarano di essere stati in cura da uno psicologo o di aver ricorso a farmaci per contenere vissuti ansiosi ed emotivi in maniera significativa rispetto a coloro che non hanno subito questo tipo di violenze. Anche la loro autostima è stata intaccata e dall’identikit dell’adolescente vittima delle maestre violente troviamo anche sentimenti di tristezza e vissuti depressivi e frequenti crisi di pianto. Sul versante opposto – spiega la dottoressa Manca – capita spesso che i bambini presi di mira siano coloro che hanno problemi nella sfera del comportamento, sono più oppositivi e provocatori o hanno dei deficit di attenzione e iperattività. Questi bambini a casa diventano più nervosi, ancora più disattenti e incrementano le loro reazioni e comportamenti esternalizzanti. Si portano dentro una profonda rabbia e la devono scaricare verso l’esterno, a volte con delle vere e proprie crisi di rabbia o addirittura attaccando il proprio corpo e facendosi del male, per esempio dandosi pugni o sbattendo contro il muro”.

@PiccininDaniele

 

‘Buona Scuola’, M5S: “Il testo dimentica la didattica dell’inclusione”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
scuole

“I fondi stanziati dal Governo sull’edilizia scolastica sono briciole e quelli annunciati dalla “Buona Scuola” sono solo virtuali”. A dirlo, in un’intervista rilasciata a Ofcs Report, sono i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle: la capogruppo in commissione Cultura alla Camera, Chiara di Benedetto, la deputata in commissione Cultura, Maria Marzana, e la senatrice in commissione Cultura, Manuela Serra. 

Secondo un’inchiesta di Ofcs Report nella scuola ci sono circa 260mila tra alunni e docenti disabili. Un esercito invisibile che, stando alle storie raccontate, ogni giorno compie delle vere e proprie odissee per raggiungere la classe e accedere agli strumenti dell’insegnamento. La Legge “Buona Scuola” si è dimenticata di loro?
“Nel testo della “Buona Scuola” non è stato scritto nulla sulla didattica dell’inclusione e, infatti, è stata prevista una delega al Governo per la gestione delle inclusioni, fortemente criticata sia dalle associazioni che dai genitori. A nostro parere questo provvedimento è lesivo dei diritti degli studenti e fa fare all’Italia un salto all’indietro di decenni. Con tale delega nulla è cambiato, se non in peggio: la misura più vergognosa è quella che prevede la possibilità di superare il tetto dei 20 alunni per ogni classe che abbia al suo interno uno studente diversamente abile. Inoltre, sono state inserite misure che accrescono le distanze tra corpo docente e genitori di alunni con disabilità, oltre al fatto che il percorso di inclusione dovrebbe prevedere delle vere e proprie didattiche di interscambio tra alunni”.

Il ministro Fedeli ha ricordato che il governo ha investito 7 miliardi di euro in edilizia scolastica, un investimento mai visto prima. Qual è la reale condizione delle nostre scuole e cosa si deve fare per metterle in sicurezza e per renderle accessibili?
“Il ministro Fedeli racconta una storia che non corrisponde al vero. La verità è che il governo quasi non ha stanziato fondi statali, salvo briciole. Gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che figurano sul sito della “Buona scuola” sono in realtà virtuali. Il governo centrale ha fatto tre cose: ha barato sui numeri, ha nascosto operazioni finanziarie e ha caricato sulle Regioni i costi degli interventi. Un esempio concreto: per il 2017 il governo nazionale ha destinato appena 20 milioni, poi ridotti a sei. Briciole, appunto. Servirebbero almeno 13 miliardi di euro solo per rendere a norma gli edifici scolastici italiani. I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire. È emblematico che in Italia il 60% degli istituti non abbia il certificato di agibilità. Per mettere in sicurezza gli edifici scolastici e per renderli accessibili è necessario prevedere fondi strutturali. Non si può ancora giocare con i numeri ed erogare risorse “una tantum”. Noi abbiamo presentato, già nel febbraio 2015, una proposta di legge a prima firma Chiara Di Benedetto che prevede stanziamenti effettivi per circa 600 milioni di euro all’anno per la programmazione 2015-2017, rinnovabili al termine del triennio. Fondi strutturali, appunto, per favorire interventi straordinari di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico, costruzione di nuovi edifici scolastici pubblici, realizzazione di palestre nelle scuole o di interventi volti al miglioramento delle palestre scolastiche esistenti”.

Ogni volta che si chiedono investimenti sulla sicurezza e sull’accessibilità di scuole e uffici pubblici in tanti mettono le mani avanti prendendosela con i vincoli di spesa imposti dall’Europa. Dove è possibile reperire i soldi per ammodernare gli oltre 42mila istituti scolastici e a quanto ammonterebbe l’investimento?
“Quei vincoli di spesa, imposti dall’alto e ratificati dalle vecchie forze politiche, rappresentano un limite per il futuro delle comunità e per la tutela dei diritti primari, tra cui quello all’istruzione. La compressione della spesa pubblica crea sempre e soltanto spirali recessive. Il problema è che dall’impennata del debito pubblico non se ne esce, poiché esso è generato dall’emissione di moneta a debito da parte di una banca che, di fatto, è privata: la Bce. Dovremmo soffermarci seriamente sulla sovranità monetaria, ma qui non è il caso. Noi le coperture per la nostra proposta di legge le abbiamo trovate andando a limare i profitti di banche e operatori simili. Tutto il contrario rispetto a quanto ha fatto il governo nazionale che, ad esempio, alle banche ha recentemente destinato 20 miliardi. Con la sentenza numero 275/2016, la Corte Costituzionale ha stabilito un principio spartiacque che condividiamo in pieno: la tutela dei diritti è preminente rispetto al pareggio di bilancio. Questo significa che il rispetto dei conti viene dopo quello dei diritti fondamentali. Oggi in Italia questo non avviene e una società che non mettere al centro il cittadino e le persone è malata”.

L’inchiesta di Ofcs Report ha svelato l’esistenza di 100mila docenti disabili, mai censiti prima. Per il Miur si tratta di “un costo” e per questo molti di loro sono costretti a lasciare il posto di lavoro. Eppure sono storie bellissime, un esempio di inclusione unico per gli studenti. Nel 2017 è così assurdo immaginare una persona disabile dietro la cattedra?
“Ancora una volta torniamo alla questione dei costi, dei conti, che vengono posti al di sopra dell’uomo. Assolutamente no, non è un’assurdità. Ci sono esempi e storie bellissime di insegnanti con disabilità che hanno avuto un’incredibile capacità di coinvolgere i propri alunni. Un esempio tra tanti è quello di Antonio Silvagni, professore non vedente, che è risultato tra i cinque più bravi docenti in Italia al concorso nazionale “Italian Teacher Prize”. Le sue classi sono diventate un modello di riferimento. Avere un docente che ama il proprio lavoro e riesce a trasmettere questa passione ai suoi studenti è, secondo noi, il primo punto sul quale investire ma, ancora oggi, molto spesso non sono garantite pari opportunità necessarie per svolgere adeguatamente la professione. Penso, ad esempio, a strumenti didattici e tecnologici che, in molti casi, non sono disponibili”.

Nel Sud solo una scuola su dieci è dotata di mappe a rilievo o percorsi tattili e solo una su cinque ha abbattuto le barriere architettoniche. I docenti ciechi non possono usare le lim, i registri elettronici e neppure scegliersi i libri di testo perché inaccessibili ai non vedenti. Cosa prevede il programma del M5S per rilanciare la scuola e in particolare l’inclusione delle persone diversamente abili?
“Il nostro programma prevede, oltre a scuole sicure e accessibili, la creazione di ambienti accoglienti e all’avanguardia, con arredi e strumenti didattici che consentano l’inclusione di tutti gli alunni. Vogliamo garantire la continuità didattica rispondendo al fabbisogno di docenti nelle scuole, diminuendo il numero di alunni per classe, assicurando le risorse sufficienti per i servizi scolastici e creando su ciascun territorio un’equipe di esperti a supporto dell’attività educativo-didattica dei docenti. La nostra idea sulla scuola statale è quella di un luogo di studio e apprendimento fruibile a tutti, alunni e docenti, con spazi moderni dove architettura interna ed esterna siano accoglienti e funzionali, anche rispetto alla possibilità di aprire le attività a laboratori esterni”.

@PiccininDaniele

Gasdotto, il Tap in Puglia si farà: bocciati i ricorsi di Comune e Regione

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
gasdotto Puglia

Il gasdotto Tap si farà. Se ce ne fosse stato bisogno, una sentenza del Consiglio di Stato mette la parola fine alle ipotesi di blocco dell’opera. Bocciati i ricorsi del Comune di Melendugno e della Regione Puglia sull’Autorizzazione unica rilasciata a Tap il 20 maggio 2015 e sull’applicazione della Direttiva Seveso. Una presa di posizione che arriva a cavallo di giorni di accesa contestazione, in cui gli attivisti no tap avevano bloccato i cantieri di espianto di 211 ulivi nell’area di uscita del micro-tunnel che unirà il gasdotto da mare a terra. Il Consiglio di Stato, che ha emesso la sentenza a 18 giorni dalla discussione, ha definito il ricorso “infondato”. A leggere le carte, ciò che appare più rilevante ai fini del giudizio è il “carattere strategico e di preminente interesse nazionale” del gasdotto tap. Proprio l’interesse pubblico in rilievo, secondo il Consiglio, richiederebbe irregolarità macroscopiche al fine di fermare i lavori del gasdotto. La Regione Puglia, per altro, come sottolineato dal Consiglio, ha sempre condiviso la valenza strategica dell’opera. Al contrario, si è sempre opposta al punto di approdo del gasdotto che andrà a toccare, come ormai noto, un tratto di costa e territorio considerati di forte interesse naturalistico e paesaggistico.

La sentenza del Consiglio di Stato

Nello specifico della valutazione ambientale, uno dei punti chiave del dissenso tra tap e oppositori, e della sua complessità nei termini di attribuzione di autorità delle varie istituzioni, il Consiglio specifica come “la valutazione di impatto ambientale non è un mero atto (tecnico) di gestione, ovvero di amministrazione in senso stretto, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura e il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico-sociale) e privati”.
In poche parole: la costruzione del gasdotto è un’opera di interesse pubblico talmente elevato che, dal momento in cui è stata approvata, sarebbe comunque stata costruita. Nelle parole della sentenza si evince che la messa in opera del progetto non è mai stata realmente in dubbio, nonostante blocchi e ricorsi e la pluralità di opzioni di costruzione. L’atto del Consiglio Superiore precisa fermamente come le varie materie di ricorso del Comune nei confronti di tap fossero di fatto già state superate da atti amministrativi. La Via (Valutazione di Impatto Ambientale), secondo il Consiglio Superiore, è stata trasparente fin dall’inizio, sebbene non iscrivibile all’albo delle autorizzazioni. I vari step dei procedimenti e le successive valutazioni di ottemperanza delle modifiche del progetto, sono solo passi di perfezionamento dell’opera.

I pericoli del gasdotto

Altro capitolo riguarda i pericoli del gasdotto. In materia di prevenzione dei grandi rischi industriali, la sentenza classifica l’opera come struttura di trasporto di gas, e non stabilimento. Le operazioni di manipolazione del gas all’interno del Prt (Pipeline Receiving Terminal, il Terminale di Ricezione) riguardano una variazione limitata di pressione e temperatura. Per questo motivo il gasdotto non è assoggettabile alla direttiva Seveso. Capitolo chiuso.
Ma cosa c’entrano gli ulivi? Considerato il riferimento temporale dei ricorsi, come specificato dopo la sentenza dal Comitato No tap, il dibattito sui 231 ulivi dell’area di uscita del micro-tunnel sembra non chiudersi. Secondo il sindaco di Melendugno Marco Potì, questa sentenza non autorizza l’espianto degli ulivi, essendo ancora il nuovo progetto del micro-tunnel “in attesa di istruttoria per la verifica di esclusione dalla V.i.a.”. Così si legge sulla pagina Facebook del primo cittadino di Melendugno, che continua la ferma opposizione “all’inizio frettoloso” dei lavori.
Ma la sentenza ribadisce la separazione dei due progetti (gasdotto e micro-tunnel) nei termini progettuali e di assoggettamento al Via: “nella presente fattispecie è evidente che si tratti di opere distinte seppure connesse, e soprattutto che, visto che entrambe le opere sono sottoposte a Via, all’evidenza non v’è ragione sostanziale per invocare la severa giurisprudenza tesa a sanzionare condotte “elusive” impostate su artificiosi frazionamenti di una opera unica in distinti segmenti cui le parti appellanti hanno fatto riferimento”.

Via all’espianto degli ulivi per costruire il micro-tunnel

Inoltre, secondo il Consiglio di Stato, non esistono motivazioni di “irrealizzabilità” del micro-tunnel. Nessuna modifica progettuale mette in discussione l’autorità dell’opera, non la momentanea assenza di ottemperanza. A seguito della sentenza, una nota del Ministero dell’Ambiente, in risposta alla nota regionale del 15 marzo 2017, conferma “l’esistenza di tutti i presupposti volti a soddisfare le condizioni” di ottemperanza dell’A44 e ribadisce la separazione delle fasi progettuali. L’espianto degli ulivi, quindi, in quanto operazione preliminare alla costruzione del micro-tunnel, può iniziare.
La sentenza del Consiglio rappresenta un’altra vittoria di tap di fronte ai ricorsi delle amministrazioni locali, ed elenca con fermezza le motivazioni per cui le varie ipotesi sul progetto sono state scartate o selezionate una dopo l’altra, precisando più volte come nessuna disamina del progetto e delle specifiche situazioni, abbia mai fatto preferire l’”opzione zero”, ovvero la non costruzione del gasdotto.

Scienza, il melting pot non è il motore dell’evoluzione

in Ambiente/Salute da
Dna

Il melting pot come motore dell’evoluzione, il mix di popoli e razze quale portatore di progresso. Un mantra che da decenni gli evoluzionisti danno per assunto. Adesso però uno studio de la Sapienza di Roma, in collaborazione con il National Geographic, potrebbe cambiare le carte in tavola.
In un’epoca in cui il rimescolamento della popolazione, dovuto a migrazioni e maggiore velocità di spostamento, viene dato come la via maestra della prosecuzione della specie, una ricerca scientifica abbatte il tabù dell’isolamento come ostacolo all’evoluzione. Secondo i due ricercatori che hanno condotto lo studio, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol, tramite lo studio degli isolati sarebbe possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il Dna nei gruppi umani.
I risultati della ricerca, condotta sul genoma delle popolazioni europee, avrebbero indicato come tra i gruppi isolati esista una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci.
In altre parole non esisterebbe quella differenza, basata sinora su un netto discrimine, fra popolazioni che hanno subito un forte mescolamento e quelle che invece hanno resistito al fenomeno vivendo in comunità chiuse. L’esempio del professor Bisol va ancor più nello specifico: “Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega il docente – le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia”.

La storia dell’evoluzione umana non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura

Un fattore determinante nello spiegare il perché di questa comunanza genomica sarebbe individuabile nell’identità. La storia dell’evoluzione umana infatti non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura. Nel caso citato dal professor Bisol infatti vanno considerate le scelte matrimoniali delle tre comunità prese in esame, più inclini a cercare una continuazione della specie all’interno della loro comunità. Il risultato della ricerca è quindi di portata storica: cade la divisione fra le popolazioni aperte e chiuse, un discrimine che i genetisti avevano eretto finora per distinguere le popolazioni oggetto di studio. Un altro esempio, prendendo in esame e paragonando due gruppi nella nostra Penisola, spiega ancor meglio i risultati dello studio. I Cimbri, un gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto, e gli abitanti di Carloforte, nell’isola di San Pietro, vicina alla coste meridionali della Sardegna, sono le due popolazioni messe a paragone. I primi sono andati, nel tempo, incontro a una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne.

Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate. Ora più che mai appare chiaro come l’analisi del Dna umano non sia più contenibile in schemi che non riguardino la cultura dei gruppi oggetto di studio. E fra questi fattori non è estranea l’identità.

Disabili, la nuova “zona rossa” si chiama scuola: oltre 42 mila istituti sono vetusti

in Ambiente/Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Nella scuola italiana ogni giorno circa 250mila tra alunni e docenti disabili vivono un’odissea personale per poter accedere liberamente in classe. Da Nord a Sud, un semaforo rosso di barriere architettoniche ancora presenti in 2 scuole su 10, con percorsi per i non vedenti praticamente assenti, carenze nella messa in sicurezza dei bagni, assenza di ascensori e norme sul rapporto cubatura-alunni per classe molto spesso violate in nome del principio “classi pollaio: meno docenti, meno costi per lo Stato”. Una fotografia del mondo scolastico che, nonostante gli annunci e i decreti della riforma “La Buona Scuola”, suona come uno schiaffo in faccia alla Costituzione italiana che nell’articolo 34 afferma chiaramente che la scuola è “aperta a tutti”.

Una realtà ampiamente documentata nel Rapporto 2015 “Ecosistema Scuola – XVII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi”, uno studio condotto sulle scuole di competenza dei Comuni capoluogo di Provincia (infanzia, primarie e secondarie di primo grado). Il dato relativo agli edifici a norma registrato nel 2015 (80,1%) è addirittura peggiore rispetto al 2011, quando le scuole accessibili si attestavano sull’82,2%. Stesso trend sugli interventi previsti per l’eliminazione delle barriere architettoniche: si passa dal 14,5% del 2011 al 4,9% 2015, come a dire che più passano gli anni meno sono gli interventi per favorire l’accessibilità dei disabili nelle scuole.

Storie come quelle della docente Oriana Fioccone, costretta a entrare a scuola salendo sul montacarichi, non fanno che confermare la scarsa attenzione delle Istituzioni sul versante dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Dati confermati anche da un dossier dell’Istat sul mondo scolastico secondo il quale è ancora elevata la quota di plessi scolastici con barriere architettoniche. Una rappresentazione del Paese in cui, come spesso capita, il Sud segna sempre il passo. In questo caso, infatti, è proprio nel Mezzogiorno che troviamo la percentuale più bassa di scuole con scale a norma nelle scuole primarie, il 73%, mentre nelle scuole secondarie è il Centro con l’81,1%.

Nel Mezzogiorno minore presenza di servizi igienici a norma

Sempre nel Mezzogiorno si ha la minore presenza di servizi igienici a norma: la percentuale si ferma al 69,2% nelle scuole primarie e al 74,5% in quelle secondarie di primo grado. Il Nord è invece la ripartizione territoriale con la percentuale più elevata di caratteristiche a norma dei plessi scolastici: l’81,3% di scuole primarie e il 85,7% di scuole secondarie ha scale che rispettano la legge. L’81,6% di scuole primarie e il 84,2% di scuole secondarie ha servizi igienici in regola. Le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni e docenti con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili. Solo il 26,5% delle scuole primarie del Nord ha all’interno del plesso scolastico mappe a rilievo o percorsi tattili. E la percentuale è ancora più bassa nelle scuole del Mezzogiorno: 15,4%, con percentuali simili nella scuola secondaria. Solo il 15% delle scuole primarie e secondarie di I grado ha dichiarato, nel corso dell’anno scolastico 2015- 2016, di aver effettuato dei lavori per migliorare l’accessibilità dell’edificio, mentre circa il 20% delle scuole in entrambi gli ordini scolastici che dichiara di non aver effettuato lavori pur avendone bisogno.

I mancati interventi sull’accessibilità vanno di pari passo con il tema dell’adeguamento delle scuole agli standard di sicurezza e di accessibilità. Per l’Udir, il sindacato dei dirigenti scolastici, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati dal Governo Renzi per l’edilizia scolastica, “la maggior parte dei 42.292 edifici scolastici italiani rimangono vetusti e non a norma”. A far riflettere è anche il fatto che, a oggi, dei 42.292 edifici scolastici esistenti, ben 8.450 risultano privi di attività scolastica, perché in ristrutturazione, in costruzione o dismessi.

Eppure la riforma del governo Renzi, “La Buona Scuola”, ha tentato di mettere in moto un cambio di passo in tema di accessibilità e sicurezza nelle scuole. “Non c’è riqualificazione dell’edilizia scolastica senza una particolare attenzione per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ed è in questa direzione che va l’azione di Governo“, si legge sul portale #ItaliaSicura che tra i decreti previsti, oltre alla messa in sicurezza e all’adeguamento delle scuole alla normativa esistente in materia di inclusione degli alunni diversamente abili, annuncia 300 milioni di euro per costruire circa 60 scuole a totale accessibilità.

@PiccininDaniele

Ambiente, 9000 metri cubi di gas nella laguna a sud di Venezia

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

Un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas nel mezzo della laguna sud di Venezia. Siamo a Chioggia e il progetto, che era nato inizialmente come distributore di benzina per le imbarcazioni,  è al momento ancora in fase di ultimazione, ma la fine dei lavori è prevista entro maggio. L’installazione,  posizionata nel bel mezzo della laguna veneta considerata patrimonio dell’Unesco, appare sotto forma di tre grandi cisterne, che si stagliano davanti al centro abitato e diversi istituti scolastici. 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Uno sfregio urbanistico oltre che ambientale, secondo molti cittadini abituati a rispettare le regole per ogni minima modifica che desiderano apportare alle loro case. Regole che, come denuncia il Comitato cittadino, non sembrerebbero essere state rispettate per l’impianto di stoccaggio che ha preso il posto di ciò che inizialmente doveva essere costruito: una pompa di benzina per il rifornimento delle barche dei pescatori e delle navi.

Transito gasier GPL

Una storia che inizia qualche anno fa, come spiega Maria Rosa Boscolo, braccio destro del presidente Roberto Rossi del Comitato NO deposito GPL a Chioggia

“Tutto ha inizio nel maggio 2013, quando  per il porto di Chioggia era stata presentata dalla ditta Costa Petroli, al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) e al Mit (Ministero dei Lavori Pubblici) la richiesta per un deposito (bunkeraggio o mega distributore)  di gasolio marino da 1350 metri cubi, per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci, barche da diporto. La realizzazione era prevista entro 2 anni pena decadenza”.

Maria Rosa Boscolo, attivista Comitato No Deposito Gpl Chioggia

Tutto questo era in regola e previsto nel Piano Regolatore del porto visto che, non essendoci la classica pompa di benzina per le barche dei pescatori e per quelle che riforniscono le grandi navi più distanti, questo distributore era necessario.

Ma poi è accaduto qualcosa che ha cambiato di fatto la situazione, come ci spiega Maria Rosa: “Il padrone della licenza e dei terreni che si era visto autorizzato il progetto, perché conforme con i suoi 1350 metri cubi di gasolio, vende tutto a una nuova ditta. Era  l’8 aprile 2014 quando la Costa Petroli diventa Costa Bioenergie (in seguito Socogas), presentando al Mise ((Ministero dello Sviluppo Economico) e al  Mit  (Ministero dei Lavori Pubblici), istanza di autorizzazione per l’ampliamento di 9.000 metri cubi di Gpl per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Le dimensioni aumentano di 9 volte rispetto il primo e cambia anche il prodotto da gasolio (liquido) a Gpl (gas)”.

I tre serbatoi gpl

 

Una bella differenza visto che il Gpl è un gas pesante che si propaga basso terra, estremamente esplosivo tanto che esiste una normativa specifica proprio per la sua pericolosità. La legge classifica questo tipo di depositi come a “rischio di incidente rilevante” e prevede che i siti da destinare siano lontani dai centri abitati, scolastici o da attività produttive. Insomma più che un ampliamento era stata creata una “cosa nuova” .

A quel punto, come riferito dalla Boscolo, dopo neanche due mesi (giugno 2014), il Mise avvia la procedura per la prima conferenza dei servizi, il tavolo di lavoro al quale sono invitati tutti i soggetti interessati locali, provinciali, regionali.  Non vengono convocati il Ministero dei Beni Culturali e la Commissione regionale per la Salvaguardia di Venezia e della Laguna, la cui presenza sarebbe dovuta essere opportuna  per tutti gli interventi piccoli o grandi a Chioggia.

Nessuna informazione è stata data alla cittadinanza, come prevede la legge Seveso II. Un paradosso, se si pensa che ogni abitante anche solo per cambiare le finestre o dipingere la propria case deve inviare alla Salvaguardia una specifica richiesta di autorizzazione senza la quale non può far nulla”, prosegue Maria Rosa.

Il 17 giugno dello stesso anno, c’è la prima riunione, Conferenza dei Servizi, dove partecipa anche l’Aspo (l’azienda speciale per il porto di Chioggia – istituita dalla Camera di Commercio di Venezia nel 1979 per la promozione del porto e costituita da imprenditori), che si dice d’accordo con il progetto di ampliamento. E anche qui un’altra incongruenza. Infatti, fra tutti i presenti non partecipa al tavolo di lavoro il Comune di Chioggia che manda una comunicazione scritta dell’ex dirigente dell’ufficio urbanistica, Muhammad Talieh Noori, in cui si evidenzia la conformità al piano regolatore generale e al piano regolatore del porto, in quanto ricadente in zona a destinazione bunkeraggio navi. Non solo, un altro grande assente è stata la Capitaneria del porto di Chioggia, che invia una comunicazione scritta  di “non conformità” al piano regolatore del porto”.

Convocazione per conferenza dei servizi del 17 giugno 2014

Insomma, un paradosso. Nello stesso tavolo sono arrivate due comunicazioni in contraddizione: una che dice si, l’altra no. Ma di questa mancata approvazione non si è sarebbe tenuto conto, andando avanti solo con chi aveva dato il via libera. Nonostante la Capitaneria, che aveva espresso parere contrario sia anche Autorità Marittima e nella gerarchia degli Enti è superiore al Comune, in quanto, essendo espressione diretta del Ministero dei Trasporti, è la sola competente per il porto.

“A settembre, sempre 2014, il Comitato tecnico regionale Veneto (Commissione sulla sicurezza, composta da i vigili del fuoco, l’Arpa – protezione ambientale e  il Comune di Chioggia), danno l’autorizzazione a procedere o nulla osta di fattibilità, denominato Nof. Per il Comune di Chioggia, al posto del responsabile, viene inviato un geometra che non conosceva la questione e che non ha obiettato nulla, ha firmato l’ok senza capire cosa faceva – sottolinea la Boscolo –  Un’assenza ritenuta da tutti sospetta o assurda, visto che nessuno avrebbe spiegato nel dettaglio al geometra la delicata questione. Anche nelle rilevazioni dei vigili del fuoco non erano stati segnalati siti sensibili, facendo solo capire che nei dintorni dovevano essere poste limitazioni di edificabilità e servizi”. Una decisione che ha fatto molto discutere visto che nella zona ci sono 1500 abitanti, tre scuole, un centro diurno per anziani, la ferrovia, lo stadio, aziende di lavorazione dei molluschi, tubazioni del metano a rifornimento della città e una cisterna d’acqua. 

“Ma questo è niente – prosegue Maria Rosa – rispetto a quando nella seduta del 28 gennaio 2015, la Commissione valutazione d’impatto ambientale (Via) è arrivata ad affermare che lo studio ambientale di Costa Bioenergie può essere considerato affidabile perché è stato fatto da professionisti.  Quindi non serve nessuna ulteriore valutazione d’impatto ambientale, basta lo screening. L’esclusione della Via è subordinata alle varianti organizzative e gestionali per le navi gasiere e valutazione dell’impatto acustico. La determinazione può essere sospesa se non rispetta le prescrizioni (determina di non assoggettamento a Via numero 333/2015). Il dramma è che avendo escluso la Via non è scattata la procedura automatica di informazione alla popolazione. Insomma, non per essere per forza maliziosi, ma non si è mai trovato un oste che disprezza il suo vino”.

Le cose proseguono, con un iter burocratico veloce (08/04/2014 – 26/05/2015). A maggio, con decreto interministeriale numero 17407 del Mise e Mit, autorizza il deposito di 9.000 metri cubi di Gpl più i precedenti 1350 metri cubi di gasolio marino e altri oli.  

decreto interministeriale n. 17407 del MISE e MIT autorizza il deposito di 9.000 metri

“In questa autorizzazione non è citato minimamente il parere contrario della Capitaneria, ne hanno registrato chi ha detto che serve una variante al piano regolatore del porto perché per cambiarlo deve essere attivata una procedura che richiede tempo e deve vedere la partecipazione dei cittadini – aggiunge Maria Rosa – nel dispositivo è citata la legge numero 35 del 4/4/2012. L’attuale dirigente comunale dell’urbanistica e altri affermavano che tale richiamo fa si che l’autorizzazione comprende anche tutti i permessi non presenti e supera tutti i pareri negativi ricevuti. Ma non è così, e a dirlo non sono io ma esperti urbanisti e avvocati consultati sulla questione”.

Capitaneria di Porto
Capitaneria di Porto

Poi finalmente a gennaio 2016 l’ex Sindaco Casson presenta al Presidente della Repubblica un ricorso straordinario contro il deposito. La risposta del Consiglio di Stato è chiara: inammissibile. Perché presentato fuori luogo e fuori tempo, visto che doveva essere inviato al Tar entro 30 giorni dal 26/5/2015.

Sentenza Tar ampliamento
05 febbraio 2015 n.137

E fino al 2016 la cittadinanza non era al corrente di nulla. Solo a primavera, durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale, dove tutti i candidati sindaci si dichiaravano contro il deposito di Gpl, la cittadinanza comincia a capire che non si parlava più dell’approvato e regolamentare impianto di stoccaggio da 3500 metro cubi. Naturalmente l’ex Sindaco Casson, anche per le responsabilità presunte sul deposito non viene rieletto e al suo posto ora c’è Alessandro Ferro, del M5s.

Nel frattempo, a inizio estate, inizia la costruzione dell’impianto: compaiono montagne di sabbia nel sito del porto. E solo verso settembre i cittadini capiscono che servono per preparare il terreno dove saranno collocati i serbatoi .Poi a fine ottobre del 2016 arrivano i tre serbatoi via mare.

I tre serbatoi di gpl

 

“Una vista terribile – ricorda la Boscolo – a oggi i lavori stanno continuando per consolidare i serbatoi con cemento armato. Poi dovranno essere tumulati, cioè coperti interamente e noi vedremo un muro alto circa 10 metri e lungo 60. Questo sarà il nuovo paesaggio nel tramonto della laguna veneta. Un vero e proprio scempio. E nonostante l’installazione di questi impianti preveda dei benefit per la cittadinanza, qui non hanno pagato nemmeno i piani di ammodernamento che sono stati fatti a carico del Comune, ovvero a carico nostro” afferma Maria Rosa.

I serbatoi nelle immediate adiacenze del centro cittadino

Il comitato punta il dito contro chi avrebbe dovuto seguire da vicino l’iter burocratico: “Preferiamo sia la Magistratura a individuarli e far luce su tutta questa assurda situazione”.

Una vicenda questa che vede una burocrazia “insolitamente veloce” a danno della più basilare legalità.

 

@MaryTagliazucch

 

 

 

Il Comitato No Deposito GPL a Chioggia

Insieme a Maria Rosa Boscolo,  abbiamo evidenziato la situazione paradossale che vivono i cittadini di Chioggia. Motivo per il quale si è costituito appunto il Comitato NO deposito GPL a Chioggia, di cui lei è attiva partecipante insieme al presidente Roberto Rossi. Questo perché sono molteplici le criticità denunciate per via di questo impianto a 9000 metri cubi di gas.

 

Manifestazione del comitato del 17 dicembre 2016

E’ stata organizza un assemblea pubblica a ottobre scorso, dove hanno partecipato oltre 300 persone: è stata informata la popolazione grazie all’aiuto di un esperto urbanista, un ingegnere chimico e un imprenditore portuale per evidenziare i rischi, e i problemi che potrebbero essere causati dal deposito. Sono poi seguite due manifestazioni:  il 19 novembre e il 17 dicembre, quando 400 persone hanno dato vita a una vera e propria catena umana. A conferma che nonostante si pensi che la gente non sia più abituata a scendere in piazza per affermare la sua volontà (specie se gli eventi non sono organizzati dai partiti o sindacati) non è così e loro ne sono la riprova concreta.

Assemblea pubblica

In soli sette mesi il Comitato è riuscito a raccogliere oltre 13.000 firme, su 42.100 votanti, contro la non realizzazione del deposito. Quelle dei votanti alle elezioni comunali, considerati cioè tutti i candidati sindaci sono stati 26.900.

Hanno poi inviato nove esposti, osservazioni, e denunce ai Ministeri, alla Regione, alla provincia di Venezia (oggi Città Metropolitana), e naturalmente al Comune. Sei delle quali alla Procura della Repubblica e due all’Anac di Raffaele Cantone. La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo.

A fine marzo inoltre, il comitato farà una nuova iniziativa per approfondire insieme ai cittadini le tematiche riguardanti questo deposito gpl. Ma anche per informare i pescatori della zona. Anche loro potrebbero mostrarsi contrari quando il deposito comincerà a funzionare a pieni ritmi.

 

@MaryTagliazucch

 

 

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